Non è vero che abbiamo meno soldi per il cibo, abbiamo solo cambiato le priorità

Quale porzione del budget familiare destiniamo oggi alle spese alimentari? La risposta è una cifra diametralmente opposta rispetto a quella di trent'anni fa.

Non è vero che abbiamo meno soldi per il cibo, abbiamo solo cambiato le priorità

Abbiamo davvero meno soldi per il cibo? Forse sì, visto che l’inflazione aumenta, il potere d’acquisto diminuisce, e la situazione internazionale pesa parecchio sul carrello della spesa. Eppure, a ben guardare, al netto delle contingenze c’è anche un altro fattore, ovvero il fatto che abbiamo cambiato le nostre abitudini di consumo, e non consideriamo più l’alimentazione una priorità. O almeno, la consideriamo meno importante di una volta, quando la maggior parte del budget familiare andava a finire proprio lì, nei pasti quotidiani, indice del fatto che all’interno del sistema – tipo italiano la spesa era la cosa a cui fare attenzione, e per la quale valeva spendere di più, pur di alimentarsi bene.

E oggi, con tutto quello che sappiamo sui cibi ultraprocessati e sulla necessità di avere un’alimentazione corretta per vivere in modo sano, è ancora così? In effetti no, dicono i dati.

Cosa dicono i dati ISTAT

Si chiama “I consumi cambiano insieme al Paese” il nuovo report rilasciato dall’Istat, che analizza appunto le trasformazioni dell’Italia e della sua popolazione nel corso degli anni, sulla base dei dati di spesa e delle abitudini di consumo.

Intanto, il report premette che il Pil pro capite e i consumi privati pro capite sono aumentati notevolmente tra il 1861 e il 1951, ma l’Italia è ancora un paese prevalentemente rurale e agricolo, in cui la gran parte della popolazione vive in condizioni di mera sussistenza e la spesa per consumi è quasi interamente assorbita dai bisogni primari. I soldi nelle famiglie inziavano a entrare diversamente, ma si spendevano per alimentarsi e vestirsi, o per mantenere casa.

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La situazione cambia poi nel secondo Dopoguerra, quando ci si avvia verso il boom economico. Nel 1953, dice l’ISTAT, il 52,4% della spesa familiare era destinato a generi alimentari, bevande e tabacchi. Insomma, grosso modo la metà del budget di una famiglia tipo veniva speso per comprare il cibo da mettere in tavola.
Poi, però, arrivano le automobili (tra il 1953 e il 1963 il numero di vetture che pagano la tassa di circolazione cresce di oltre 6 volte), gli elettrodomestici e molte altre necessità che prima non si avevano, e se è anche vero che i redditi si alzano, le percentuali sul totale di spesa cambiano notevolmente, e rosicchiano spazio all’alimentazione. Fino ad arrivare a oggi.

Quanto spendiamo oggi per l’alimentazione?

Le esigenze sono cambiate, e di conseguenza sono cambiate le abitudini. E a rosicchiare budget al cibo per la famiglia sono arrivate negli anni mille altre cose.

A dettare il cambio di marcia definitivo, spiega l’Istat, sono stati gli anni Ottanta. La quota di spesa per alimentari e bevande continua a contrarsi, mentre inizia l’ascesa delle spese per abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili, destinate a diventare per le famiglie la principale voce nel bilancio: questa quota sale dal 15,9% nel 1980 al 26,9% nel 2000, raggiungendo il 35,7% nel 2024.

Poi arriva la rivoluzione digitale, e le spese crescenti per la comunicazione. E i servizi, con quella che l’Istat definisce la “terziarizzazione” dei consumi. Alla fine, in questa situazione, oggi alimentari e tabacchi rappresentano il 20,9% della spesa complessiva, nella quale è aumentata la rilevanza di altri (e nuovi) beni e servizi.

La situazione generale, pur con le dovute differenze e le purtroppo ancora esistenti disparità sociali e geografiche, è totalmente invertita rispetto a cinquant’anni fa: più in generale, negli ultimi 30 anni, l’acquisizione di servizi ha assunto un ruolo fondamentale e la quota di spesa a essi destinata (circa la metà del bilancio mensile) è la stessa che settanta anni fa si riservava a generi alimentari e bevande (tabacchi inclusi).