Non si placa la crisi dei pub inglesi: ne chiudono due al giorno

Nonostante gli aiuti governativi, il carico fiscale continua ad essere insostenibile e sempre più pub inglesi chiudono i battenti.

Non si placa la crisi dei pub inglesi: ne chiudono due al giorno

Last call”, è la tradizionale ultima chiamata in cui il titolare di ogni pub inglese tradizionale che si rispetti: l’annuncio che il locale sta per chiudere, e l’occasione per gli avventori di presentarsi al bancone per ordinare l’ultimo drink della serata. Ma la situazione delle storiche birrerie del Regno Unito è ormai talmente grave che sempre di più queste call sono letteralmente le ultime, prima della chiusura definitiva.

I numeri sono impietosi: durante i primi tre mesi del 2026, ben 161 pub hanno chiuso definitivamente i battenti, un ritmo che sfiora i due locali al giorno. Questo dato rappresenta un doloroso incremento del 26 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, lasciando dietro di sé circa 2.400 persone senza lavoro, con una drammatica incidenza sui giovani lavoratori.

Le tasse strozzano i pub

pub interno

Dietro i banconi, nonostante l’afflusso costante di clienti, la realtà economica è diventata insostenibile a causa di tasse sproporzionate e costi operativi in continua ascesa. Emma McClarkin, alla guida della British Beer and Pub Association, ha espresso chiaramente la frustrazione del settore: “L’entità di queste chiusure è evitabile perché i pub stanno facendo buoni affari, ma i loro profitti vengono spazzati via da un carico fiscale sproporzionato e da costi enormi”. La stessa McClarkin ha altresì avvertito che il costo del fallimento di questi locali ricade su tutto il tessuto sociale: “Per troppi, il solo peso delle tasse e dei costi normativi li ha costretti a chiudere i battenti, il che danneggerà solo le comunità, i lavoratori e l’economia in generale”.

Le radici della crisi affondano in un terreno reso arido dall’inflazione dei salari, dall’aumento dei costi aziendali e da un cambiamento radicale nelle abitudini delle nuove generazioni, che preferiscono socializzare in contesti diversi dai pub tradizionali. La geografia di questa sofferenza non è però uniforme: mentre la Scozia ha visto sparire 41 locali in un solo trimestre, il Galles è riuscito a registrare un lieve aumento di tre pub, offrendo un piccolo raggio di speranza.

I pub inglesi non vogliono più bambini I pub inglesi non vogliono più bambini

Dal canto suo, il governo sostiene di essere al fianco dei gestori attraverso sgravi fiscali e fondi di sostegno. Un portavoce governativo ha infatti sottolineato gli sforzi compiuti: “Questo si aggiunge al tetto massimo dell’imposta sulle società, al taglio dell’accisa sull’alcool per le pinte alla spina e a sei tagli dei tassi di interesse, a beneficio delle imprese in ogni parte della Gran Bretagna”. Ma per chi vive la realtà quotidiana del settore, servono soluzioni che vadano oltre l’emergenza, come suggerito da McClarkin: “Vogliamo collaborare con il governo per stabilire un piano permanente a lungo termine che garantisca bollette permanentemente più basse, un sistema più equo e, in definitiva, protegga questo settore prezioso”.

Anche chi produce e vende superalcolici avverte il fiato corto, intrappolato tra accise elevate e margini ridotti. Per Neema Rai della UK Spirits Alliance è ormai una lotta per la sopravvivenza: “I pub sono stati duramente colpiti negli ultimi anni e siamo stati appena colpiti da un altro aumento delle accise. I superalcolici offrono margini di profitto più elevati e ci aiutano a restare a galla, eppure abbiamo l’aliquota di accisa più alta del G7. Il governo deve condurre una revisione adeguata delle accise se è seriamente intenzionato a sostenere l’ospitalità, perché stiamo combattendo per la nostra stessa sopravvivenza”. In questo scenario, dove i profitti possono ridursi a soli 3 pence per ogni sterlina spesa, il futuro di uno dei simboli più amati della cultura britannica appare più incerto che mai.