di Marco Locatelli 1 Febbraio 2020

Manodopera agricola italiana sotto la lente d’ingrandimento dell’Onu, e quello che porta alla luce l’organizzazione internazionale non è nulla di buono. L’identikit del bracciante che lavora in Italia – scattato dall’esperta di diritti umani delle Nazioni Uniti, Hilal Elver – è quello di un lavoratore con orari eccessivamente lunghi a fronte di salari troppo bassi e, spesso, si tratta di migranti senza documenti regolari.

“Malgrado un Pil stimato di 2,84 mila miliardi di dollari, imprese innovative rinomate nel mondo, un vasto settore agricolo e un’industria manifatturiera moderna, i lavoratori e piccoli agricoltori portano un pesante fardello e sono sfruttati dalla sofisticata industria alimentare italiana”, scrive nella nota Hilal Elver, Relatrice Speciale dell’Onu per il diritto all’alimentazione.

Severa la posizione di Elver, secondo la quale in un Paese “sviluppato come terza economia in Europa (l’Italia ndr), questi livelli di povertà e di sicurezza alimentare sono inaccettabili”. Il governo italiano, fa sapere l’esperta Onu, dovrebbe capire che “la carità non va confusa con il diritto ad alimentarsi”.

L’accento di Elver va poi poi sul tema della manodopera straniera, visto che quasi metà è costituita da braccianti migranti, molti dei quali sfruttati e irregolari. “Da nord a sud, centinaia di migliaia di braccianti lavorano la terra o accudiscono il bestiame senza protezioni legale o sociale adeguate, con la minaccia costante di perdere il lavoro, di venire rimpatriati con la forza o di diventare oggetto di violenza fisica e morale”.