di Caterina Vianello 19 Giugno 2018

Okay, i bistrot sono il simbolo di Parigi, terreno fertile –tra tavoli minuscoli, fumo di sigarette e camerieri sbrigativi– per generazioni di scrittori e artisti, come ha scritto oggi Stefano Landi sul Corriere.

Ma sono degni della candidatura a Patrimonio immateriale dell’Unesco lanciata qualche giorno fa da una coalizione di proprietari, sindacati e organizzazioni commerciali, per salvarne l’autenticità dagli scherzetti della globalizzazione?

Se lo è chiesto Claire Mufson con un articolo sul New York Times sollevando diverse perplessità. Sia sull’importanza del riconoscimento, che sul reale motivo della richiesta, che non sarebbe tanto incoraggiare lo studio della storia dei bistrot francesi, quanto promuoverne il turismo.

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Ma i fautori del sì alla candidatura la vedono diversamente, per loro i bistrot “da secoli sono luoghi in cui si mescolano persone di diverse etnie, professioni e classi sociali. Non solo per bere un caffè o sfogliare un giornale: sono soprattutto angoli per dibattiti robusti, uffici per sigillare affari, e luoghi per corteggiare la donna di una vita intera o di una sola sera”.

Certo, in questo non troppo diversi, se vogliamo lanciare una piccola provocazione, ai caffè torinesi o ai bacari veneziani.

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Ma i bistrot –che oggi rappresentano solo il 14% dei punti di ristoro della capitale francese– sono anche quelli crivellati dall’Isis, che attaccati in quanto simboli della cultura francese, non hanno spento la luce davanti al terrorismo, tornando sold out 24 ore dopo dopo gli attentati del 2015.

Forse basterebbe questo per proclamarli Patrimonio immateriale dell’Umanità.

[Crediti: NYT, Corriere della Sera]