di Massimo Bernardi 5 Gennaio 2017
pasta felicetti

Vi abbiamo detto che gli italiani sono i primi consumatori al mondo di pasta (di grano duro) nonché i primi produttori. Il settore pasta rappresenta non a caso la prima voce del nostro export agro-alimentare: vale da solo un quinto delle esportazioni, per un importo di 18,5 miliardi di euro l’anno.

Il rovescio della medaglia è che la produzione di grano nostrano non basta a coprire il fabbisogno nazionale. Esiste un deficit medio di circa 2 milioni di tonnellate di grano duro all’anno (anche se su questi dati, fonte Corriere della Sera, non tutti sono d’accordo).

Ragione per cui molte aziende italiane ricorrono al grano di importazione, nella misura del 30-40% circa del totale. All’inizio del Novecento dalla Russia, dopo la rivoluzione russa dal Nord America, in tempi più recenti dall’Australia e da altri Paesi.

L’impiego di grano duro straniero non rende la pasta italiana necessariamente migliore o peggiore, sono altri i fattori importanti: la varietà di grano utilizzato, come viene coltivato, il clima della zona di provenienza e il trasporto.

Nonostante questi fatti obiettivi, spinti dal fervore dei tanti sostenitori del chilometro zero, aumentano gli italiani che preferiscono comprare pasta prodotta solo con grano nazionale, anche pagandola in media un euro in più al chilo.

Sono convinzioni personali ovviamente legittime, che si radicano in genere per la ricerca di una maggiore sicurezza (per esempio sulla contaminazione da micotossine).

Di conseguenza aumentano anche i produttori che impiegano grano italiano al 100 per cento, si va da Ghigi Valle del grano, da Jolly Sgambaro a Granoro, da Armando a Voiello (Gruppo Barilla), senza dimenticare alcune linee della grande distribuzione come Coop, Auchan e Simply.

Ma mentre per le aziende che fanno grandi volumi la pasta prodotta soltanto con grano italiano è un obiettivo difficilmente sostenibile, per i produttori medio-piccoli sta diventando un’opzione sempre più attraente.

Spinto probabilmente dal numero di ristoranti italiani che dichiarano con orgoglio nei loro menu di impiegare pasta 100 per cento italiana, in forte aumento negli Stati Uniti, il New York Times ha appena raccontato la storia di tre minipastifici italiani: Felicetti, Pasta Mancini e Rustichella d’Abruzzo.

Pastificio Felicetti

Il Pastificio Felicetti a Predazzo, Val di Fiemme, in Trentino, porta i suoi 109 anni con piglio giovanile, sarà forse per l’alta quota e l’acqua di montagna.

Alla quarta generazione, guidato oggi da Riccardo Felicetti che –scrive il Times– “sta conducendo una rivoluzione silenziosa nell’industria della pasta italiana”, mette insieme 35 milioni di fatturato grazie a uno stabilimento tecnologico (“una meraviglia del 21° secolo”, secondo il quotidiano americano) dove convivono forte automazione e metodi artigianali come l’essiccazione lenta della pasta.

Riccardo Felicetti accarezzava l’idea di impiegare solo grano italiano 16 anni fa, ispirato da un altra classica produzione nazionale, la grappa.

All’epoca si stava affermando un metodo nuovo: alla distillazione di vinacce provenienti da uve diverse si preferivano le grappe monovarietali. Perché non applicare lo stesso concetto alla pasta?

Così iniziavano nel 2004 le produzioni “Monograno Felicetti”; mentre dal 2013 l’intera produzione, che oggi ammonta a 400 tonnellate, viene realizzata con grano nazionale. Più che altro –spiega tuttavia Felicetti– per gestire la filiera in modo più semplice.

Pasta Mancini

Un altro minipastificio che ha catturato l’attenzione del New York Times è Pasta Mancini, a Fermo, nelle Marche. Fate caso allo slogan aziendale: “Un’azienda che produce pasta in mezzo ai campi di grano”.

Il punto è che Mancini ha fatto progredire l’idea: non solo impiega soltanto grano italiano ma lo coltiva in proprio. Una strategia che crea forte identità se consideriamo che in media un chicco di grano viaggia oggi per 6000 chilometri prima di diventare pasta.

Rustichella d’Abruzzo

E’ la volta poi di Rustichella d’Abruzzo, minipastificio con sede a Pianella, in provincia di Pescara.

Dal 2006 produce una linea di pasta chiamata Primograno, realizzata al 100 per cento con grani coltivati in Abruzzo. Inizialmente pensata per festeggiare gli 80 anni dell’azienda, è diventata stabile perché premiata dalle vendite, che ancora oggi –ha raccontato Gianluigi Peduzzi, amministratore del pastificio– crescono a un ritmo del 10-15 per cento, con una produzione annua di 100 tonnellate.

I minipastai nazionali che puntano ossessivamente su procedure artigianali e sulla selezione italiana della materia prima stanno avendo il loro momento, è indubbio. L’interesse del New York Times li aiuterà a vendere ancora meglio negli Stati Uniti, se lo meritano.

Sono imprenditori capaci di creare griffe tricolori “di rappresentanza”, da Represent, il verbo americano con cui si indicano i consumi di successo, specie quelli alimentari.

Aiutati dal fatto che, in un momento di stagnazione economica e perdita dei posti di lavoro, l’impiego di grano nazionale porta con sé il messaggio che si stanno aiutando gli agricoltori italiani.

Che questo significhi automaticamente pasta migliore per il nostro palato non è detto, o almeno, permetteteci di dubitarne.

[Crediti | Link: New York Times, Dissapore, Il Test]