Uno studio di Climate Central, organizzazione che analizza e documenta gli effetti della crisi climatica, ripubblicato da The Guardian ha messo sotto i riflettori il settore del caffè, con particolare attenzione ai Paesi produttori. I cinque principali produttori, responsabili del 75% dell’offerta globale, stanno diventando troppo caldi per coltivare il caffè in modo sicuro. Le piante, soprattutto la varietà più pregiata, l’arabica, incontrano difficoltà a sopravvivere quando le temperature superano i 30 °C.
L’analisi di Climate Central ha confrontato il numero di giorni con temperature superiori ai 30 °C nelle regioni produttrici di caffè tra il 2021 e il 2025 con quelli che si sarebbero verificati in un mondo senza emissioni di carbonio.
Tra i Paesi più colpiti, El Salvador ha registrato 99 giorni in più con caldo dannoso per il caffè. Il Brasile, principale produttore mondiale con il 37% della produzione globale, ha sperimentato 70 giorni aggiuntivi sopra i 30 °C. L’Etiopia, che contribuisce per il 6,4% alla produzione mondiale, ha avuto 34 giorni in più di temperature critiche.
Cosa succede alle piante di caffè con temperature oltre i 30 °C
La cosiddetta cintura del caffè è la fascia di territorio compresa tra il Tropico del Cancro e il Tropico del Capricorno, caratterizzata da un clima tropicale con temperature ideali tra i 18 e i 24 °C e un’escursione termica moderata tra giorno e notte.
Quando le temperature superano i 30 °C e la luce solare è intensa, le piante di caffè – e in particolare l’arabica – entrano in uno stato di stress termico e luminoso, che compromette crescita, resa e qualità dei chicchi. Le foglie chiudono gli stomi, i pori attraverso cui la pianta “respira”, per limitare la perdita d’acqua, riducendo però la fotosintesi. Nei casi più gravi la pianta può perdere i fiori e non fruttificare; nei casi meno drammatici, i chicchi maturano troppo velocemente, accumulando meno zuccheri e aromi.
Perché anche la luce intensa è un problema

Il caffè nasce come pianta da sottobosco tropicale, che cresce naturalmente all’ombra di alberi più grandi. Troppa luce provoca uno stress ossidativo, che limita lo sviluppo dei chicchi e riduce la loro qualità e dimensione.
Il problema, quindi, non riguarda solo il calore: la deforestazione crescente amplifica gli effetti dello stress climatico. Per ridurre questo impatto, la cooperativa Oromia Coffee Farmers Cooperative Union, l’unione di gran parte dei piccoli coltivatori etiope, ha distribuito ai propri membri stufe da cucina a basso consumo di legna, contribuendo a preservare le foreste circostanti che proteggono le piante.
“I coltivatori di caffè in Etiopia stanno già avvertendo gli effetti del caldo estremo”, ha spiegato Dejene Dadi, direttore generale di Oromia, in un’intervista a The Guardian. “L’arabica etiope è particolarmente sensibile alla luce diretta. Senza ombra sufficiente, le piante producono meno chicchi e diventano più vulnerabili alle malattie”.
Cosa potrebbe accadere al caffè nei prossimi anni
Secondo la Banca Mondiale, tra il 2023 e il 2025 i prezzi dei chicchi di arabica e robusta sono quasi raddoppiati, con un picco storico registrato a febbraio 2025. Non esistono previsioni puntuali e condivise sui numeri esatti della produzione mondiale di caffè nei prossimi anni, perché l’andamento dei raccolti dipende da una molteplicità di fattori — climatici, economici e agronomici. Tuttavia, una ricerca pubblicata nel giugno 2025 sulla rivista scientifica Agricultural Systems ha analizzato, attraverso modelli previsionali, l’impatto del cambiamento climatico sulle rese di caffè arabica su scala continentale. Lo studio stima che, nell’arco del prossimo decennio, in America Latina le rese potrebbero ridursi tra il 23% e il 35%, mentre in Africa il calo potrebbe attestarsi tra il 16% e il 21%.
La tendenza sembra destinata a continuare, anche perché gli aiuti governativi e sovranazionali per contrastare i cambiamenti climatici e i loro effetti tardano ad arrivare. Sempre Climate Central ha evidenziato che i piccoli coltivatori hanno ricevuto solo lo 0,36% dei fondi necessari per adattarsi agli impatti della crisi climatica.
Potremmo guardare a questo fenomeno con un certo egocentrismo occidentale: uno speciality coffee potrebbe diventare presto più caro di uno champagne. Tuttavia, le conseguenze economiche per i Paesi produttori saranno molto più gravi, aggiungendo la crisi occupazionale agli effetti della crisi climatica. Forse la prospettiva occidentale di salvare la propria tazza di caffè, simbolo di efficienza e produttività, potrebbe diventare un incentivo reale a intraprendere politiche efficaci di contrasto al cambiamento climatico. Finora, però, nessun’altra minaccia sembra aver avuto questo effetto. Restiamo fiduciosi?