Non ci vuole una scienza (anzi sì, ma fateci passare il modo di dire) per rendersi conto, giorno dopo giorno, degli effetti del cambiamento climatico. In tutto il mondo, casa nostra compresa, le temperature salgono, le estati sono sempre più insopportabili, gli eventi atmosferici estremi sono ormai una certezza. E l’aria, specie per chi vive in zone ad alta densità industriale (pianura Padana in primis), si fa sempre più irrespirabile. Fra le sue componenti, l’anidride carbonica o CO2 è la più monitorata, e sono proprio i suoi livelli in aumento a scandire i limiti entro i quali i paesi del mondo dovrebbero mantenersi.
Oltrepassati quelli, avverte una comunità scientifica sempre più inascoltata, gli effetti sulla vita in generale saranno deleteri e irreversibili. Purtroppo però è già troppo tardi per parlare al futuro: alcuni di questi sono già realtà, a partire proprio dall’agricoltura. Un recente studio olandese infatti ha dimostrato come alte concentrazioni di CO2 modifichino la densità nutritiva delle piante che mangiamo. Il rischio, già in corso, è quello di un cibo più calorico e meno nutriente.
I soliti colpevoli

Le concentrazioni di CO2 in aumento rendono il nostro cibo non solo meno nutriente, ma anche potenzialmente tossico. Non ci gira tanto intorno Sterre ter Haar, professoressa e ricercatrice presso l’università di Leiden in Olanda. Da parecchio tempo gli scienziati sospettavano legami tra densità nutrizionale di cereali e vegetali e concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera. Stavolta però arriva uno studio comparato che lo dimostra, esponendo le piante a diverse condizioni entro e oltre i limiti.
La CO2 ha impatto lineare sulla crescita e composizione delle piante: se per esempio la concentrazione raddoppia, allo stesso modo gli effetti sui nutrienti saranno doppi. Lo studio di Ter Haar e team ha dimostrato proprio questo. Gli stessi vegetali a 350ppm (parti per milione di gas) e 550ppm sviluppano densità nutrizionali drasticamente diverse, con cali vertiginosi in particolare di zinco, ferro e proteine. Non si parla solo di insalata eh, ma di piante fondamentali per l’alimentazione umana come riso, frumento, mais.
Inoltre va detto che la misura a 550ppm non è stata presa a caso. Si tratta della concentrazione di CO2 che gli scienziati si aspettano di raggiungere nel 2030, ormai solo quattro anni più in là. Al momento siamo a 425ppm, ben oltre il livello di sicurezza, e non sembrano esserci segnali di miglioramento. A meno che, ovviamente, i paesi del mondo facciano una bella retromarcia sul carbon fossile con potenziamento a manetta delle energie rinnovabili. Difficile da credere visto il motto Drill, baby drill che si leva dagli USA imitato dai governi di destra populisti che stanno sorgendo dappertutto.
E il tema è anche un altro, ovvero quello della tossicità. Oltre al calo di nutrienti, lo studio ha rilevato aumento di metalli pesanti, su tutti il piombo. E stiamo parlando “solo” di effetti da aumento di CO2, senza peraltro considerare la vasta gamma di trattamenti chimici che sta dietro all’agricoltura convenzionale. Insomma, se si prosegue su questa strada i vegetali e cereali che costituiscono la base dell’alimentazione non saranno sufficienti al nostro fabbisogno. Come dice Ter Haar: “Il cambiamento climatico non è un problema lontano. È già nel nostro piatto”.

