di Valentina Dirindin 26 Ottobre 2019
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Il nome “Prosecco” non si tocca, dicono da una delle due barricate della guerra per il nome del vino più pop. Già tempo fa, infatti, aveva destato stupore la proposta del Consorzio del Prosecco Superiore di cambiare nome al vino: “Il prosecco è il nostro passato, il prosecco superiore il nostro presente, il Conegliano Valdobbiadene il futuro”, aveva detto in un’intervista il presidente del Consorzio del Prosecco Superiore Innocente Nardi . E un’azienda vinicola, per protesta, aveva rimosso il nome “Prosecco” dalle sue bottiglie. Il motivo? Un’eccessiva commercializzazione del marchio, con una conseguente perdita della qualità percepita.

Oggi però Domenico Scimone, general manager di Carpené Malvolti, decide di rispondere a tutti i dissidenti del mondo del Prosecco. “Giù le mani dalla parola Prosecco” dice, spiegando al Sole 24 Ore come “Prosecco” sia “una parola magica, il perno di quello che è universalmente riconosciuto come il più grande fenomeno enologico di questi anni. Anni in cui si è passati da poche decine di milioni di bottiglie a oltre 600 milioni tra Doc e Docg. Un prodotto che ha destagionalizzato i consumi di spumante fino a non molti anni fa limitati alle festività di fine anno e alle ricorrenze speciali. Grazie al Prosecco è stata inventata u na nuova categoria di consumo di vino quella dei consumatori di bollicine a 360 gradi che spaziano cioè dall’aperitivo al tutto pasto. Un boom innescato dalla nuova riorganizzazione della denominazione del 2009 che ha creato la macro Doc del Prosecco (che abbraccia da Padova al paesino di Prosecco in provincia di Trieste in Friuli) e la Docg della zona storica di Conegliano Valdobbiadene”.

Insomma, una difesa con i fiocchi, in termini economici e numerici, nei confronti di chi parla di un abuso della denominazione. Come a dire: “attenti a sputare nel piatto dove mangiamo tutti quanti”.

[Fonte: Il Sole 24 Ore]