Molti di noi questa mattina si sono svegliati scoprendo che nel mondo esiste lo Stretto di Hormuz, un passaggio largo poco più di trenta chilometri, stretto tra Iran e Emirati Arabi Uniti, che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano. È uno snodo essenziale per il trasporto energetico globale: circa il 20% del petrolio mondiale passa da lì, insieme a una quota rilevante di gas naturale.
Al momento il transito risulta di fatto bloccato; non si tratta di un blocco formale riconosciuto da tutti gli Stati, ma di una chiusura imposta dall’Iran con la minaccia di attaccare le navi che attraverseranno il passaggio. Di conseguenza molte compagnie marittime hanno sospeso i trasporti attraverso lo stretto. È quindi abbastanza prevedibile che nei prossimi mesi petrolio e gas naturale aumenteranno sensibilmente di prezzo in tutto il mondo. E questo, come abbiamo imparato negli ultimi anni, finisce per riflettersi sull’intero costo della vita.
Sono già arrivate le preoccupazioni della Banca Centrale Europea, che — come riporta Reuters — avverte che un conflitto prolungato in Medio Oriente potrebbe spingere l’inflazione nell’Eurozona più in alto, con un aumento generalizzato dei prezzi al consumo. Il Codacons segnala che il prezzo del petrolio è già salito del 10% dal 27 febbraio scorso, mentre il gas naturale è tornato ai massimi dal 2025. Il ministro Guido Crosetto, come riportato da ANSA, ha parlato di possibili aumenti dei costi di trasporto delle merci fino al 40%.
Per non farci mancare nulla, Joseph Capurso, responsabile dell’economia globale della Commonwealth Bank of Australia, ha dichiarato: “Di tutti i possibili scenari in Medio Oriente, quello attuale è tra i peggiori per l’economia globale.” Infatti è il caso di sottolineare che tra i Paesi più esposti a questa situazione ci sono diverse economie dell’Asia orientale: Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Singapore e Hong Kong — secondo Moody’s Analytics, citata da The Guardian — dipendono per circa l’80% dall’estero per la propria energia. E, tra tutti, secondo diverse analisi di stampa sarebbe l’India il Paese più colpito, a causa delle sue scorte petrolifere relativamente basse.
Il caso del riso basmati

“Circa 200.000 tonnellate di riso basmati sono bloccate in transito, e una quantità equivalente è ferma nei porti indiani, perché la guerra ha interrotto le rotte marittime in tutto il Medio Oriente”, ha dichiarato Satish Goel, presidente della All India Rice Exporters’ Association (AIREA).
L’AIREA si è rivolta al ministero del Commercio indiano per chiedere aiuto: gli esportatori stanno sostenendo costi di stoccaggio per le merci ferme nei porti e inoltre devono affrontare tariffe di trasporto molto più elevate.
Non solo l’India è il principale esportatore mondiale di riso basmati, ma i Paesi del Medio Oriente — tra cui Arabia Saudita, Iran ed Emirati Arabi Uniti — rappresentano oltre la metà delle sue spedizioni. Non esiste un vero piano B: non ci sono altri mercati altrettanto grandi e interessati ad assorbire rapidamente quei volumi, né altri grandi produttori mondiali in grado di sostituire l’offerta indiana.
Il blocco del mercato medio-orientale rischia inoltre di provocare una crisi interna in India e Pakistan: quest’anno l’India ha registrato un raccolto record di basmati e il rallentamento improvviso della domanda estera ha già fatto scendere i prezzi di quasi il 6%. Se il prodotto destinato all’esportazione rientrasse interamente sul mercato interno, il prezzo potrebbe calare ulteriormente, mettendo in ulteriore difficoltà agricoltori e filiera.
E non è solo il riso. Il governo indiano, attraverso il ministro del Commercio Rajesh Agrawal, ha convocato una riunione urgente per affrontare la situazione: molto cibo in transito — in particolare frutta e verdura fresca, di cui l’India è grande esportatrice — rischia di deteriorarsi a causa della chiusura o del rallentamento delle rotte marittime.