Il problema dei centri storici è che ormai sono diventati tutti uguali. C’era un tempo in cui andavi a Madrid, a Londra, a Venezia, e passeggiavi tra negozietti di souvenir, artigiani tipici, botteghe e street food locali. Ora vai a Barcellona, a Edimburgo o a Roma ed eccola lì, una schiera di monomarca dal successo interplanetario, intervallati da panini americani e se va bene da catene di piadinerie all’italiana.
Ma va tutto bene, madama la marchesa, e ci perdonerete se questi discorsi sembrano un tantino da vecchi borbottoni. Il fatto è che è proprio così. Fatevelo, un giro in centro, e diteci se le vetrine vi dicono qualcosa di dove siete, in quei centri storici che solo i palazzi e i monumenti salvano dalla trasformazione in non luoghi alla pari dei centri commerciali. Questa deriva non accenna a finire, anzi: il turismo di massa non sta solo uccidendo le città nel loro cuore più autentico, ma in molti casi sta uccidendo anche il commercio locale, dandogli una spallata verso un altrove non meglio definito per far spazio alle catene e ai grandi brand, che siano del lusso o del fast fashion.
Perciò, ben vengano le decisioni che vanno in senso contrario. Quelle che servono a darci un taglio, a dire basta, e magari domani a costruire un’inversione di tendenza. Come quella presa dalla sindaca di Firenze, Sara Funaro.
Il Regolamento Unesco a Firenze

Di fatto, l’amministrazione fiorentina ha vietato in area Unesco le nuove attività di somministrazione nel centro storico, e ha costruito un piano di tutela delle caratteristiche commerciali con strade in cui ammettere solamente attività di pregio e altre con divieto di insediamento per nuove attività alimentari. Attenzione: non si parla di kebabbari o di street food etnici, come è accaduto in altre città in regolamentazioni che suonano francamente come razziste. Qui si dice che basta, non se ne può più di veder aprire in uno dei centri storici più belli d’Italia solo attività che somministrano cibo e bevande ai turisti, o catene di abbigliamento di basso livello.
“Siamo impegnati ogni giorno per la tutela della vivibilità della nostra città, la diversificazione economica nel nostro tessuto commerciale, la salvaguardia delle esigenze dei residenti che hanno bisogno di negozi di prossimità, la valorizzazione dei negozi storici che potrebbero essere messi a rischio dall’apertura di nuove attività alimentari”, ha spiegato l’assessore allo Sviluppo economico e al Turismo Jacopo Vicini.
Lotta alle “finte” cooking class

Scatta anche, per la prima volta, il divieto alle scuole di cucina che, spiega la sindaca, erano diventate un modo per aggirare il divieto già esistente all’apertura di nuove attività di somministrazione di cibi e bevande. E questa è una novità.
A quanto sostiene l’amministrazione fiorentina, nelle cooking class, con la scusa di insegnare a fare la pasta a mano o il tiramisù, si servivano di fatto cibi e bevande, al punto che l’assessore li definisce dei “ristoranti fuori controllo”. Non è un problema di poco conto, evidentemente: nell’area Unesco fiorentina, di cooking class per i turisti, ne esistono già 42, regolarmente iscritte alla Camera di Commercio, che resteranno attive, ma che non potranno essere affiancate da nuove attività di questo tipo.
Non sappiamo se tutto questo funzionerà, e se verranno trovati nuovi sotterfugi per arginare i divieti. Il fatto è che l’impoverimento commerciale e culturale dei nostri centri storici (e non soltanto dei nostri) è una questione seria e reale, che andrebbe affrontata univocamente, sia per salvaguardare i residenti che per costruire realmente un turismo virtuoso e attrattivo, capace di valorizzare le specificità italiane, non solo in fatto di artigianato, ma anche in tema di ristorazione tradizionale.
Dunque perché non agevolare in qualche modo, anche da un punto di vista economico, l’apertura di negozi tipici, di qualsiasi genere, o di rivenditori di cibi di qualità che raccontino qualcosa di più, e qualcosa di meglio, della nostra grande cultura?