di Cinzia Alfè 28 Marzo 2017
alalunga

Uscire in mare con il peschereccio all’alba, tornare in porto con un bel carico di palamite, triglie e calamari, friggere tutto direttamente lì, sull’imbarcazione, e infine vendere quel  caldo bottino a schiere entusiaste di turisti e residenti: cosa c’è di più buono, semplice e invitante?

Eppure, Alalunga –  questo il nome della barca-ristorante –  oltre a sollevare un vespaio di polemiche, è costata a tre giovani pescatori di Savona ben sei esposti alla Polizia municipale in soli tre mesi –tutti rigorosamente anonimi– nonché svariate lamentele  da parte degli altri ristoratori della darsena, così come riferisce Il Secolo XIX.

Ma cos’ è che non va, di preciso, nell’attività messa in piedi da Davide Busca, Mauro Mantero e Lorenzo Bergesio, i tre giovani pescatori di Alalunga,  e perché vengono accusati di “concorrenza sleale”,  malgrado siano titolari  di una regolare attività di ristorazione, ubicata nei pressi del porto?

Secondo alcuni, tra le presunte irregolarità,  ci sarebbe il mancato rispetto della regola “70-30”, vale a dire 70 per cento  di pescato e soltanto il  30 per cento di  acquistato. I tre amici, infatti, oltre a impiegare il loro pescato, acquistano pesce  anche dai vecchi pescatori della darsena, a un prezzo oltretutto maggiore di quello dei grossisti, in modo da sostenere il settore della pesca locale.

Altri ristoratori invece lamentano invece il fumo e l’odore di fritto che proverrebbero dal peschereccio, e responsabili, a loro dire, della fuga dei clienti dai dehors:  a cosa serve attrezzare i nostri locali con cappe di aspirazione del costo di  svariate migliaia di euro –si chiedono infatti  i ristoratori della darsena– se poi ci si trova davanti ad una sorta di “friggitoria all’aperto”?

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Peccato che dopo tutti i controlli effettuati, la barca-ristorante dei tre amici sia risultata sempre in regola. In compenso, i controlli seguiti ai sei esposti, dai quali non è mai  emerso nulla di irregolare, hanno portato alla luce il vero problema: non c’entra la percentuale di pescato, né tantomeno l’odore di fritto o il fumo.

Il  vero nocciolo della questione sono infatti i clienti: quelli che i tre amici, con i loro cartocci di fritto e burger di pesce, stanno sottraendo ai colleghi ristoratori.

Ma  è questo un valido motivo per dichiarare guerra a un’attività economica con tutte le carte in regola come Alalunga? In regime di libero mercato, è possibile  ostacolare una realtà imprenditoriale nuova e dinamica, e  rispettosa di tutte  le norme sulla somministrazione di cibi e bevande? Non dovrebbero  invece essere soltanto  i clienti,  con il loro riscontro,  a decidere il destino di un’iniziativa commerciale, e non gli interessi dei concorrenti?

Riscontro che Alalunga, per ora, continua a ricevere: persino lo chef Bruno Barbieri, nei giorni scorsi, in occasione di una visita a Savona, ha voluto provare il fritto della discordia, definito “non male”, anche se non ancora “buonissimo”.

E anche l’assessore allo sport della città di Savona, Maurizio Scaramuzza, non ha fatto mancare il suo appoggio ai tre giovani imprenditori, postando su Facebook il messaggio “Io sto con Alalunga”, a cui sono seguiti centinaia di commenti favorevoli: “avete portato sorrisi, profumi e colori in darsena, bravi ragazzi”, oppure “la vostra idea è brillante, continuate così!”, proseguono alcuni,  o ancora “forza, non mollate”, scrivono altri.

E di sicuro, i tre giovani pescatori non intendono certo cedere alle pressioni: “Noi andiamo avanti con serietà e passione: noi la faccia ce la mettiamo cucinando tra la gente. Veniteci a trovare, e tutti assieme facciamo rinascere la Darsena e Savona”.

Infatti, un altro peschereccio sta  già seguendo l’esempio di Alalunga, e a breve offrirà il pescato direttamente sulla barca, lì nella banchina del porto di Savona.

A dimostrazione che impegno, legalità e buone idee possono essere opportunità di crescita e di benessere per tutti.

Così va il libero –e legale– mercato.

[Crediti: La Stampa, Il Secolo XIX, immagini: Braciamiancora]