di Luca Iaccarino 13 Settembre 2017
carlo petrini

Oggi, a pochi giorni da Cheese – la bella manifestazione casearia a Bra (CN) – esce il libro “Slow Food – Storia di un’utopia possibile” (Petrini-Padovani, coedizione Giunti-Slow Food Editore).

Cose da sapere prima di andare a Cheese 2017.

Credo che costituirà una buona occasione per fare un punto sullo stato di salute del movimento. Parto io, con la mia, minuscola, opinione.

Premessa: amo Slow Food fin dalla sua nascita (e recensisco osterie per la loro guida da lustri). Credo che abbia fatto per la cultura del cibo, dell’alimentazione, dell’equità, della produzione, dell’ambiente ciò che in Italia hanno fatto in pochi.

Ma proprio perché la amo, soffro.

Soffro perché se gli eventi mietono successi su successi –penso alla meraviglia dell’ultimo Salone del Gusto di Torino– dal punto di vista culturale mi pare che ci sia una perdita di incisività.

Cos’abbiamo mangiato di molto buono al Salone del Gusto 2016.

Il presidente Nino Pascale è persona di valore ma riservata; Carlin è sempre potente ma meno assiduo di un tempo (sui giornali, ad esempio); la rete associativa non ha la medesima tenuta su tutto il territorio nazionale; i rapporti con le istituzioni maggiori e alcuni grandi temi –come il made in Italy– sono contesi da altri attori.

Si potrebbe obiettare che Slow Food è meno visibile perché il suo pensiero è diventato se non dominante, diffuso: rispetto a trent’anni fa mangiamo tutti meglio, i consumatori sono diventati più consapevoli, le aziende più rigorose, i supermercati sono colmi di prodotti bio, i vini di moda sono quelli naturali.

Ma se delle battaglie sono state vinte, la guerra è ancora lì, tutta da combattere, tra iniquità, allevamenti che paiono lager, uova avvelenate, cibi sofisticati, piatti pronti scadenti.

Badate: questo Buonappetito non vuole avviare una polemica. Ma una riflessione: il cambiamento non può che nascere dall’analisi, da una presa di coscienza.

Se in effetti c’è stanchezza –come pare a me– è l’ora di rinsaldare le fila, bersi una barbera, mangiarsi un boccone e ributtarsi nel centro della lotta.