di Cinzia Alfè 23 Febbraio 2017
palme banani piazza duomo

Se l’obiettivo era ottenere il massimo della visibilità in modo rapido, non si può certo dire che Starbucks non l’abbia centrato in pieno.

L’operazione “palme” in piazza Duomo a Milano, sponsorizzata dalla catena di caffetterie della sirena verde che aprirà nel 2018 in Italia, ha infatti avuto una clamorosa  risonanza mediatica.

E se si pensa che a fornirla sono state delle innocenti palme, il plauso per l’azzeccata operazione di marketing diventa più che mai doveroso.

Le palme che tanto stanno facendo discutere gli italiani sono costate poco più di 200.000 euro, e la discussione pare inevitabilmente destinata a salire di tono con l’avvento di altre piante esotiche, questa volta di banane.

Un’onta, secondo alcuni, al decoro milanese, con palme e banani ritenuti colpevoli di aver dato un’impronta eccessivamente “esotica” alla piazza, diventata una sorta di “habitat naturale per popolazioni non autoctone “. E nemmeno troppo gradite, evidentemente, visto che si è parlato di “africanizzazione di Milano”.

Il disagio è sfociato in fiumi di commenti infuocati sui social, con tanto di esponenti politici impegnati a darci le loro illuminanti opinioni.

Non solo: dalle parole si è passati ai fatti, quando qualche buontempone poco amante di ambientazioni “forestiere”, ha dato fuoco a un paio delle incolpevoli palme decorative, alimentando insieme ulteriormente il fuoco della discussione.

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E a proposito di tale scelta decorativa,  viene spontaneo chiedersi  se la scelta di piazzare palme e banani in uno dei luoghi più radicati nel cuore dei milanesi  sia frutto di una semplice scelta estetica o piuttosto di un abile calcolo volto ad   assicurarsi visibilità immediata e a buon mercato.

Del resto, lo stesso Marco Bay, l’architetto incaricato da Starbucks di realizzare il progetto decorativo per la multinazionale del Frappuccino, sulle contestate palme ha detto a Repubblica di “essere contento che se ne discuta e che la gente le fotografi”, anche se, ha continuato, “Miami non c’entra, queste sono palme lombarde: sono presenti da sempre nei nostri giardini”.

Nel frattempo, tra palme e banani, tra polemiche e scontri verbali, i lavori per l’apertura del primo Starbucks italiano –ambientato nel Palazzo delle Poste in piazza Cordusio, come Dissapore aveva già annunciato— procedono spediti.

E anche Percassi, l’imprenditore partner di Starbucks in Italia, che ha già portato nel nostro Paese marchi come Zara o Victoria’s Secrets, si dice fiducioso del riscontro degli italiani, tanto da annunciare non solo l’apertura di altri 4 o 5 punti vendita in Italia subito dopo l’inaugurazione milanese, ma anche l’arrivo di ben “due o trecento” altri Starbucks in Italia nel giro di cinque o sei anni.

Un progetto grandioso, forse al limite dell’azzardo, considerata la salda tradizione italiana verso il rito dell’espresso al bar o della tazzina preparata nella moka di casa, ma che non fa perdere d’animo Percassi, né tantomeno Howard Schultz, colui che, osservata la “magnifica rappresentazione teatrale che va in scena ogni volta che in un bar italiano viene servito un caffè“, grazie a un viaggio a Milano del 1987, ha trovato l’ispirazione per fondare la catena che oggi conta ben 23.000 locali in tutto il mondo.

Sarà una vera e propria  sfida, quella di traghettare gli italiani dall’espresso del bar  a un euro al costoso bicchierone di caffè americano o di Frappuccino, ma Percassi assicura di aver “progettato tutto nei minimi dettagli, con grande rispetto per il popolo italiano e la cultura del caffè”.

E a ben vedere, i prodotti della catena americana non sembrano in reale competizione con la classica tazzina, offrendo invece una sorta di bevanda dal sapore internazionale che poco ha a che spartire con il classico caffè italico. Un prodotto probabilmente indirizzato a un segmento di mercato differente, più giovane e internazionale, e soprattutto  meno attaccato a riti consolidati.

Una scommessa che in Australia, con la sua grande tradizione di ottimo caffè dovuta alla massiccia immigrazione di italiani e greci negli anni ’50, è stata invece amaramente persa, facendo registrare perdite milionarie per il colosso americano.

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Uno scenario che potrebbe ripetersi anche in Italia;  ecco perché è importante che palme, banani, paesaggi esotici, e ancor più polemiche e discussioni, attirino curiosi e visitatori, che non mancheranno –dopo aver ammirato il nuovo look di Piazza Duomo– di infilarsi a commentare il tutto nella prima caffetteria dei paraggi.

Vale a dire Starbucks.

[Crediti | Link: Dissapore, immagini: Repubblica Milano]

commenti (10)

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  1. Avatar Hearendil ha detto:

    Segnalo un refuso. L’architetto responsabile del progetto in questione è Marco Bay, non Gay.

    1. Cinzia Alfè Cinzia Alfè ha detto:

      Grazie Hearendil, mi era sfuggito!

  2. Avatar luca63 ha detto:

    Si fanno si pubblicita’,se ci sono dementi che concedono ad una multinazionale di deturpare una piazza.
    P.S.
    Giudizio estetico,niente politica.
    Se avessero piantato abeti,larici e betulle con corollario di baite nordiche ,rune ed elmi vichinghi avrei scritto lo stesso.Tanto per prevenire critiche piuttosto prevedibili …

    1. Cinzia Alfè Cinzia Alfè ha detto:

      Sì, ma qui penso che prevalga il lato ideologico della questione, piuttosto che quello estetico. Ciao e grazie.

    2. Avatar Gancarlob ha detto:

      Assolutamente d’ accordo con luca63 e lo scrivo da tutte le parti: indipendentemente da banane e palme, ogni pianta più alta di un metro non ha nulla a che fare con la piazza. Purtroppo qui in Italia non bastano le rimostranze tipo queste bisogna passare alle vie di fatto modello tassisti a Roma (non hanno ancora ottenuto nulla ma almeno un impegno….).

    3. Avatar StefanoInside ha detto:

      Infatti non sarebbe stata la stessa cosa per il diverso calore decorativo ed iconografico di queste altre piante che tu proponi.
      Piazza Duomo non è deturpata, stiamo tutti tranquilli, rimane bellissima se non più ancora di prima.

  3. Avatar Colon Irritato ha detto:

    Le palme ci potevano stare ma i banani sono veramente inguardabili. Detto questo non credo che Piazza Duomo venga deturpata da delle piante. Non più di quanto normalmente non lo sia da tutti gli eventi che ci fanno, con truck e camion pesanti che ogni volte devastano il sagrato per portare i materiali. Campetti da basket, tendoni per sfilate, eccetera. per quanto riguarda la famosa caffetteria fanno quello che gli viene concesso, niente di più, e il Comune, di ogni colore sia, trova sempre un capro espiatorio quando scoppiano simili polemiche. Vedremo quando, e se, si farà l’Apple Store poco distante da li con un intervento ben più invasivo di quattro palme.

    1. Avatar Hearendil ha detto:

      Condivido in toto, da architetto, la tua analisi.
      Non condivido l’asserto “grave questione politica” (stiamo comunque parlando di alberi), così come non condivido il giustificazionismo di chi afferma ad esempio che le palme compaiono in foto ottocentesche della piazza (il Duomo aveva già 400 anni, quindi non si può parlare certo di una piantumazione tradizionale).
      I lavori per l’a***e store (evitiamo equivoca pubblicità) sono partiti, in piazzetta Liberty, e hanno dichiarato di voler concludere entro Natale.
      Sul web trovi qualche rendering, giudica tu stesso l’impatto, rispetto a delle piante..

  4. Avatar StefanoInside ha detto:

    E dove sta il problema?
    Mai visitato un giardino botanico?
    Mai sentito parlare di classicismo?
    Non le trovo affatto fuori luogo nell’unica città realmente europea d’Italia.
    Sennò via anche i fenicotteri da villa Invernizzi!

  5. Avatar StefanoInside ha detto:

    Dimenticavo: basta con lo scempio e l’africanizzazione delle nostre piazze con le palme dentro e fuori le chiese!!!
    ?