di Valentina Dirindin 16 Ottobre 2019

A Torino parte la sperimentazione del cameriere robot, in un ristorante di sushi: nel capoluogo piemontese, più di un anno fa, era già partita l’innovativa sperimentazione (per lo più una trovata commerciale, ma anche una finestra su possibili traguardi futuri) del barman-robot, testato agli storici Murazzi del Po, con risultati altalenanti, tra chi rimaneva strabiliato per l’incredibile novità, chi si indignava per il mancato riconoscimento della necessaria creatività nel ramo della mixology e chi si lamentava di non poter chiedere al barman meccanico un’aggiunta alcolica.

Dopo ciò, è partita qua e là (di nuovo, più con risultati in comunicazione che a livello pratico) la sperimentazione dei camerieri – robot che, sostanzialmente, prendono ordini e li portano al tavolo, potenzialmente snellendo i compiti normalmente attribuiti al lavoratore umano.

Torino, nuovamente, si piazza in prima linea nei tentativi di tecnologizzare il settore, ed ecco che arriva un robot – cameriere al ristorante Fujiyama, ristorante che viene definito da La Stampa “fusion cino-giapponese” (cioè, ci permettiamo di dire, chiamando le cose con il loro nome senza nessun intento offensivo, un ristorante d’ispirazione cinese convertitosi alla moda degli all-you-can-eat di sushi giapponese) all’angolo tra via Nizza e corso Marconi.

Il robot, che serve ai clienti le loro portate come farebbe un vassoio mobile, ha un nome che è un omaggio alla generazione anni Ottanta: si chiama infatti Emiglio, e solo chi è nato in quel periodo può capire il senso di bramosia causato ogni Natale da quell’oggetto del desiderio tecnologico ultracostoso che la pubblicità televisiva faceva apparire come un aiutante magico. Qualcosa ci dice che, nei trenta-quarantenni di oggi, questa trovata del sushi bar funzionerà, facendo leva sulle giuste corde emotive.

[Fonte: La Stampa]