Un nuovo studio condotto da ricercatori della Hebrew University of Jerusalem, pubblicato lo scorso marzo sul British Journal of Pharmacology, dimostra che due composti presenti nella cannabis potrebbero avere un potenziale nel sostenere la salute del fegato.
I ricercatori hanno scoperto che il CBD (cannabidiolo) e il CBG (cannabigerolo) – due cannabinoidi privi di effetti psicotropi – hanno migliorato diversi indicatori della salute metabolica in topi obesi, tra cui il controllo della glicemia, l’accumulo di grasso nel fegato e i livelli di lipidi nel sangue.
Nella pratica hanno alimentato dei topi con una dieta ricca di grassi per 14 settimane, poi li hanno sottoposti a trattamento giornaliero con iniezioni di questi due composti e alla fine gli hanno fatto le analisi del sangue.
La cannabis potrebbe migliorare la salute del fegato e non solo

Per fare chiarezza, nella cannabis che conosciamo sono presenti diverse molecole, attive in modo diverso. Le più note sono tre: CBD (cannabidiolo), CBG (cannabigerolo) e THC (tetraidrocannabinolo). Il THC è il principale composto psicoattivo e responsabile degli effetti euforizzanti della pianta, mentre CBD e CBG non provocano alterazioni dello stato di coscienza e sono studiati per i loro potenziali effetti terapeutici.
In particolare, i topi sottoposti all’esperimento presentavano livelli più elevati di fosfocreatina, una molecola che immagazzina energia all’interno delle cellule e contribuisce a ripristinare le riserve energetiche e a sostenere il corretto funzionamento cellulare. In pratica più energia nelle cellule permette di avere cellule “resilienti” allo stress, anche quello causato dalle malattie come un eccesso di grassi negli organi o di zucchero nel sangue.
Inoltre i composti CBD e CBG vengono associati, nello studio in questione, a un miglior funzionamento dei lisosomi, i “centri di riciclaggio” della cellula, che utilizzano enzimi chiamati catepsine per degradare grassi danneggiati e rifiuti. Così, assumendo le due molecole della cannabis, i topi si trovavano anche ad avere livelli più bassi di trigliceridi e di ceramidi, grassi connessi alle infiammazioni corporee e alla cosiddetta sindrome metabolica, di cui soffrono molte persone sovrappeso: negli Stati Uniti si tratta di un terzo della popolazione.
Non possiamo ancora dire che fumare cannabis migliorerà la salute umana
Prima però di pensare che l’assunzione di cannabis migliorerà la vostra salute metabolica è opportuno precisare che si tratta di un esperimento condotto sui topi da laboratorio e che il metodo scientifico prevede che non si possa affermare con sicurezza che quello che succede ai topi succede anche agli umani, e soprattutto quali dosi vanno somministrate agli umani. Per quello bisognerà attendere un secondo studio di test sulla popolazione umana. Il principale interesse di questo studio è però aver identificato un ruolo finora sconosciuto della cannabis sulla salute epatica.
Inoltre esiste un problema sul sistema di somministrazione: ai topi i due composti derivati dalla cannabis venivano iniettati per via sottocutanea nel ventre ogni mattina. Fumare uno spinello, ad esempio, potrebbe non dare assolutamente gli stessi risultati. Lo stesso vale per le tinture madri e gli altri prodotti venduti nei negozi dedicati al CBD: possono contenere livelli variabili della sostanza, contenere anche il THC (la molecola che sballa) oppure possono essere contaminati da altre sostanze.
Quello dell’uso clinico della cannabis è una questione annosa: una importante analisi pubblicata sul Journal of the American Medical Association ha esaminato oltre 2.500 studi scientifici pubblicati negli ultimi 15 anni, tra cui revisioni sistematiche, studi clinici e linee guida sull’uso della cannabis a scopo terapeutico. In sostanza molti studi che sembravano molto promettenti, poi si sono dimostrati poco efficaci.
Occorre aspettare ancora.