Il kimchi non è più solo roba da appassionati di fermentati: secondo uno studio scientifico appena pubblicato, potrebbe anche aiutare a liberare il corpo dalle nanoplastiche, quelle particelle minuscole di plastica che ormai stanno anche nel cervello umano. L’idea è semplice quanto suggestiva: alcuni batteri del kimchi sarebbero in grado di legarsi a queste particelle e favorirne l’espulsione.
A febbraio 2026, un gruppo di scienziati della Corea del Sud hanno pubblicato i loro risultati sulla rivista Bioresource Technology. La ricerca è a cura del World Institute of Kimchi, un istituto pubblico di ricerca fondato nel 2010 e con sede a Gwangju, in Corea del Sud, dedicato allo studio scientifico del kimchi e degli alimenti fermentati. Fa parte del sistema di ricerca nazionale coreano ed è affiliato al Korea Food Research Institute, con laboratori e ricercatori interni specializzati in microbiologia, nutrizione e tecnologie alimentari. Questo dimostra la centralità culturale e scientifica che il kimchi ha in Corea, e a una certa lungimiranza della nazione. [Ricordiamolo per i meno attenti: si tratta di un alimento tradizionale a base di cavolo fermentato e spezie, con una storia millenaria].
L’istituto pubblica regolarmente studi su riviste scientifiche internazionali e conduce progetti finanziati dal governo; collabora inoltre con università e centri di ricerca, anche a livello internazionale, contribuendo sia alla ricerca di base sia allo sviluppo industriale del settore.
In cosa consiste lo studio sul kimchi e le nanoplastiche

Il team del World Institute of Kimchi si è concentrato su un batterio in particolare, dal nome complesso: Leuconostoc mesenteroides CBA3656, un batterio lattico. Nei test di laboratorio, questo ceppo si è legato a circa l’87% delle nanoplastiche con cui è entrato in contatto.
Per capire meglio il suo comportamento, il gruppo di ricerca ha ricreato le condizioni dell’intestino umano, includendo in vitro anche i sali biliari, che possono danneggiare le pareti cellulari dei batteri. Quando hanno testato un altro ceppo batterico in questo ambiente, il suo tasso di legame è sceso dall’85% al 3%, mentre L. mesenteroides, che ha mantenuto un solido 57%. Successivamente, questi risultati sono stati testati su topi da laboratorio cresciuti senza microbi intestinali. I topi che avevano ricevuto L. mesenteroides hanno espulso più del doppio delle particelle di plastica nelle feci rispetto ai topi di controllo.
Se vi dovesse venire voglia di essere campanilisti e provare a sostituire il kimchi con i crauti, è importante sapere che il batterio studiato appartiene alla stessa specie presente in quasi tutti i fermentati lattici, quindi anche nei crauti. Tuttavia, l’effetto osservato riguarda uno specifico ceppo isolato in laboratorio, che è possibile sia presente solo nel fermentato coreano.
Il limite principale della ricerca è che non permette di stabilire quanta quantità di alimenti fermentati sarebbe necessaria per ottenere lo stesso effetto negli esseri umani, né se l’organismo umano risponderebbe come quello dei topi. Inoltre, ovviamente, uno studio non è sufficiente per trarre conclusioni definitive, ma rappresenta un primo passo che apre la strada a ulteriori ricerche, ad esempio all’idea di esaminare anche altri fermentati.
Che differenza c’è tra microplastiche e nanoplastiche per la salute umana
Si sente spesso parlare di microplastiche, soprattutto in relazione all’inquinamento ambientale. Le nanoplastiche si distinguono principalmente per le dimensioni e hanno un impatto potenzialmente maggiore sull’organismo umano: sono infatti così piccole da poter attraversare barriere biologiche e penetrare nelle cellule.
Non sorprende quindi che il fenomeno venga sempre più considerato una possibile emergenza sanitaria. Il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti ha avviato un programma da 144 milioni di dollari per sviluppare strumenti in grado di rilevare, studiare e rimuovere microplastiche e nanoplastiche dal corpo umano. In Europa, solo nel 2025, sono stati stanziati circa 40 milioni di euro attraverso il programma Horizon Europe per studiare gli effetti delle micro- e nanoplastiche sulla salute umana. Nel frattempo, diversi studi hanno già individuato queste particelle nelle arterie, nelle ossa e perfino nel cervello umano, sollevando interrogativi sempre più urgenti sugli effetti a lungo termine: dalle risposte infiammatorie fino a un possibile aumento del rischio di malattie neurodegenerative come l’Alzheimer.

