la cucina del tempo di guerra, lionella de seta, vallardi editore

Sarà che per i piccoli abbiamo un debole, specie se fragili. Sarà che ci ritroviamo in chi deve uscire dal baratro, essendo anche noi pratici di quelle parti. Pertanto la stragrande maggioranza degli italiani tiferà Grecia nei quarti di finale degli Europei, opposta per un caso beffardo alla perfida Germania.

Abbiamo in comune anche altro con la Grecia. Dove il caso letteriario dell’anno è “Ricette della fame“, ricettario che raccoglie una serie di articoli apparsi sui giornali di Atene durante l’occupazione tedesca dal 1941 al 1944, diventato di grande attualità viste le ristrettezze del periodo.

Ci sono ricette che descrivono come rendere il sapore delle melanzane simile alla più costosa carne, oltre a trucchi pratici per accontentarsi di poco: “Masticare tanto e lentamente per alleviare i morsi della fame”.

Sarà una casualità, ma in Italia è appena tornato in libreria per Vallardi Editore “La cucina del tempo di guerra“, manuale pratico per le famiglie di Lunella De Seta, versione aggiornata dell’originale datato 1942.

Il libro è pieno di spunti per risparmiare. Tra i suggerimenti: la maionese con olio d’oliva misto a olio di lino, i dolcetti fatti con la farina di castagne senza zucchero, il brodo vegetale con fagioli, lenticchie, fave, ceci e sedano, il pesce a lungo trascurato, baccalà e acciughe su tutti, e tornato di moda. Fino a consigli più estremi: si può economizzare con i torsoli delle verze, le budella del pollo, le bucce delle mele e i baccelli dei fagioli.

Siamo perfettamente in linea con le esigenze di oggi, niente sprechi, recupero, ingredienti poco costosi e ingegno nel cucinarli.

Che in Italia il best seller dell’anno diventi un libro del 1942? Difficile ma non impossibile, nel frattempo, Karagounis facci un gol.

[Gastronauta]

commenti (8)

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  1. Avatar dink ha detto:

    Maionese? Dolcetti di castagna? Baccalà e acciughe? Troppo lusso! Brodo co’ sassi e minestra su’ discorsi, questi sono veri piatti da fame…

  2. GLI SPAGHETTI CON LE VONGOLE FUJUTE

    E’ uno dei piatti poveri della cucina napoletana. Con un po’ di fantasia vengono definiti spaghetti con le vongole fujute dove in assenza di costosi frutti di mare, gli spaghetti, conditi con un sugo di pomodorini con aglio, olio e prezzemolo diventano spaghetti alle vongole solo nell’immaginario dei commensali.

    1. C’era un po’ -poco poco- più che l’immaginazione. la pasta veniva lessata in acqua dove erano state messe a bollire conchiglie e sassi raccolti in spiaggia, per dare il sentore iodato e salino di mare.
      Io faccio gli spaghetti coi ceci fujuti: quando li frullo a passatina, nel loro brodo, saporitissimo, ci cuocio la pasta e la condisco con qualche gambero saltato insieme a rosmarino tritato.

      E comunque e sempre: Ζητω η Ελλαδα! 🙂

    2. Vincè, specifichiamo che l’effetto-vongola si ottiene buttando il prezzemolo nell’olio caldo, per sprigionare il sentore marino. Eccezionali!

  3. Curioso, la maionese con l’olio di lino la propone anche Dukan. La minestra descritta la fa uguale uguale mia suocera. Quanto al baccalà, be’, oggi ce lo fanno pagare caro e amaro (anzi, salato)…

  4. Avatar Elvis ha detto:

    In molte regioni settentrionali, vi era la famosa “aringa appesa al filo”.
    Si appendeva al camino o comunque sopra il tavolo conviviale un’aringa salata e affumicata.
    E a turno si strofinava la polenta (di più non c’era) per farle prendere un po’ di sapore.
    Solo quando l’aringa era praticamente mummificata, si poteva provvedere alla sua sostituzione, dividendo quella sostituita fra tutti i commensali con certosina spartizione!

    1. Io lo faccio ancora… ehm, non l’appendo al filo e non la faccio mummificare… però è uno dei modi più geniali di mangiare la polenta “sorda”…