di Prisca Sacchetti 13 Agosto 2012
panino, kebab, mangiare kebab

Dicono di farlo per tutelare il patrimonio culinario locale. O perché il cibo consumato in strada è disdicevole per i turisti. Qualche sindaco rifiuta gli arredi, inopportuni per il decoro della città. In Italia la crociata anti-kebab non passa di moda ma non era mai successo che, invece di predicare tolleranza e integrazione, ad avviarla fosse un prete.

Eppure a monsignor Piero Barbieri, parroco di Sarzana, quella pizzeria convertita in kebab che aprirà a fine agosto in pieno centro storico, proprio non piace. Teme le solite cose: assembramenti di ubriachi, insozzatori di strade (italiani, la comunità islamica è ridotta) e l’insegna in arabo, poco consona al luogo. Anche se il titolare, un venticinquenne pakistano, ha spiegato che l’insegna sarà in italiano, “Il Kebabbaro”, e che siccome la sua religione glielo vieta, non venderà alcolici nel locale.

Il cui vero problema è la posizione. Si trova proprio di fronte alla Pieve di Sant’Andrea, il più antico edificio di Sarzana, a pochi metri dalla Cattedrale di Santa Maria Assunta, la chiesa di monsignor Barbieri.

Del successo avuto negli ultimi anni in Italia dagli imprenditori islamici che hanno aperto centinaia di rivendite, e del fatto che nei migliori casi, il kebab sia proteine, latticini, vitamine e gusto, sembra sempre non interessare a nessuno.
[La Stampa]