Apre Finarella a Torino, perché evidentemente sotto la Mole la nuova moda dopo quella della romana in teglia, è la pizza romana tonda. Quella che scrocchia, quella sottile sottile, e sottile tutta, cornicione compreso che anzi quasi non esiste. E infatti i nomi dei locali che si stanno moltiplicando negli ultimi anni tendono a sottolineare questi aspetti in maniera pressoché didascalica: Crocca, Finarella… Ora a parte che ai più anziani come me “finarella” ricorda un celebre tormentone di Corrado Guzzanti nei panni di Gianfranco Funari (“a mortadella… ‘a tajo fina fina… se squaja ’n bocca…”), siamo andati a vedere com’è, per scoprire l’ennesima invenzione della tradizione.
Dov’è la pizzeria Finarella a Torino
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La pizzeria Finarella sta a Torino in corso Vittorio (Emanuele II, a noi qui ci piace abbreviare le strade coi nomi troppo pomposi: abbiamo corso Regina – Margherita -, abbiamo piazza Vittorio – Veneto, Emanuele è il corso! -, fino a paradossi come corso Galileo, che non sottintende Galilei ma Ferraris, o corso Unione, che privato del Sovietica rimane così, un po’ ecumenico). Pieno centro quindi, porticato di ristoranti e bar più o meno storici, quasi tutti con le medesime caratteristiche: dimensioni da locale popolare, prezzi un po’ meno.
Finarella tra le tre salette interne e l’ampio dehors viaggia sopra i cento coperti, se non oltre.
Il menu di Finarella
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Finarella propone un menu pranzo a 9,50 euro, acqua e coperto inclusi. Ci rientrano, oltre a varie insalatone, e a parecchi (troppi?) piatti tra primi e secondi, le pizze classiche (5 tipi) e i supplì, con 3 pezzi a scelta (in verità 5 tipi di supplì, più la frittatina di pasta e il crocché). Nel menu alla carta – disponibile comunque anche a pranzo, solo non a quel prezzo – compaiono 5 pizze “speciali”, più sul porcello che sul gourmet (anche se non si resiste alla tentazione della “crema ai tre pomodorini ripassati” o della “terra di olive”). Prezzi tra i 12 e i 13 euro.
Le pizze (e i supplì) di Finarella
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Scartata l’ipotesi di pranzare con tre pezzetti di frittura, li proviamo come antipasto. Il supplì al telefono – pietra miliare della cucina romana pop – è bello goloso, anche se non è… al telefono. Nel senso che la mozzarella dentro non fila quando lo si taglia in due, e nel complesso risulta un po’ asciutto. Il tonnarello cacio e pepe è altrettanto gustoso ma più cremoso e morbido; arriva accompagnato da una spuma di pecorino che è semplicemente la cosa più salata che io abbia assaggiato in vita mia: si ammorbidisce nell’accompagnare la frittatina, ma comunque è abbondante e il tutto riesce molto sapido. Entrambe le fritture in ogni caso hanno l’indubbio pregio di essere spesse e croccanti, e inoltre per nulla unte.
E veniamo alle pizze di Finarella. Per essere fini, sono fini: finissime. Per essere croccanti, anche: al taglio come al morso. E la prova di prendere uno spicchio dal bordo (non oserei parlare di cornicione dato che il sugo arriva fin quasi al limite) dà il previsto, agognato risultato: la fetta resta impassibile, dritta parallela al tavolo. Il bordo o quel che ne rimane è un po’ bruciacchiato, così come qualche punto nero c’è sotto, e risalta su uno sfondo già abbronzato di suo.
Ora, chi per nascita e studi ne capisce di romana de Roma, mi spiega che questa del bordo bruciacchiato è una caratteristica di certe pizzerie romane di una volta, una piccola imperfezione diciamo, che negli anni si è consolidata e finisce per piacere, forse perché fa effetto madeleine agli ex bambini. Insomma siamo nel più classico caso di invenzione della tradizione. Sta di fatto che molte pizzerie moderne – ma non le più avvedute e chic – lo cercano apposta questo effetto, e tra queste Finarella.
Tra quelle provate, la cosacca è molto gustosa anche se il formaggio, giustamente aggiunto fuori cottura ma su una base che dovrebbe essere bollente, non si è amalgamato neanche un po’. La Zucchina mia – con l’ortaggio in tre consistenze, crema, trifolato e fiori – è una bella idea che perde un po’ in realizzazione, nel senso di risultare molto delicata, poco spinta nonostante la provola affumicata. Ma forse è solo colpa dei sapori troppo forti che l’hanno preceduta.
L’opinione finale
Buona interpretazione della pizza romana tonda, quella sottile e croccante, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, che siano o meno “tradizionali”. Il servizio è affabile e rapidissimo. Peccato per la carta birre scarna, che annovera solo Baladin come artigianale e Peroni alla spina. Voto: 7.