La Flegrea è una storica pizzeria di Torino, una delle prime in stile napoletano arrivate sotto la Mole, a sentire loro addirittura la prima in assoluto, il che potrebbe pure essere. Parliamo del 1976 – cinquant’anni, auguri! – che può sembrare un’epoca abbastanza recente, in confronto alla secolare tradizione della pizza: eppure è così, fino agli anni ottanta/novanta le pizzerie napoletane fuori da Napoli erano davvero poche – ma insomma poco importano queste gare di antichità, perché a noi interessa sapere com’è la pizza della Flegrea adesso.
Pizzeria Flegrea, ambiente e servizio
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Ambiente da qualche anno rinnovato, quello della pizzeria Flegrea, e bisogna dare atto in maniera vintage e un po’ fané come ci si aspetta da un locale di una certa età, ma con un tocco originale: del tutto assenti infatti gli ammennicoli della napoletanità da cartolina tipo affreschi del Vesuvio, busti di Totò e ‘nzerte di aglio pendenti. Piuttosto, dei mobili da casa, vecchi più che antichi, e soprattutto delle sedie da cinema appese al soffitto a testa in giù…
Due piani, due ampie sale, quella al piano di sopra addirittura enorme. Con conseguente moltiplicazione dei coperti (180!), ma anche dei forni e delle linee di preparazione: anche grazie a questo, possono realizzare una pizza senza glutine, con linea completamente dedicata, e certificazione AIC (Associazione Italiana Celiachia).
Servizio gentile e rapido: anche in una serata movimentata come quella di un weekend, le pizze arrivano presto, e il personale di sala trova il modo di scambiare due parole e dare qualche informazione in più.
Il menu della Pizzeria Flegrea
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Il menu della pizzeria Flegrea è introdotto da insalate, farinata, qualche fritto non insolito e qualche secondo. Poi 5 calzoni, e vai di pizze: 32 referenze, le proposte classiche e le variazioni sul tema, più qualche azzardo fuori schema ma senza troppe velleità. Bene.
Sugli impasti si paga un po’ pegno alle mode: semintegrale, integrale, carbone e multicereale, oltre al suddetto gluten free. Birre artigianali del birrificio Soralamà, ampia scelta in bottiglia e discreta alla spina.
Le pizze della Flegrea (e i fritti)
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Usciti di recente dal menu i fritti più interessanti (ricordavamo un bel fiore di zucca non ripieno, oltre a panelle e porcini), andiamo dritti sulle pizze della Flegrea. Che sono in stile napoletano abbastanza classico, oserei dire in stile vomerese se non avessi tema di apparire troppo nerd, ma comunque, già che ci siamo: varie testimonianze storiche riportano che già dagli albori della pizza napoletana, a cavallo tra Ottocento e Novecento per intenderci, c’erano delle differenze, vari stili di pizza nella stessa Napoli, che si raggruppavano almeno intorno a due modi. Nel centro storico la pizza era il più larga possibile e con cornicione tutto sommato basso, mentre il centro di una sottigliezza al confine con l’impalpabile, la cosiddetta ruota di carretto. Invece al Vomero, zona collinare, borghese, la pizza diventava più piccola, in modo da stare comodamente nel piatto, magari per essere tagliata almeno a spicchi se non addirittura consumata tutta con l’ausilio di forchetta e coltello, e forse di conseguenza il cornicione era un po’ più pronunciato, il centro leggermente – ma parliamo di decimi di millimetro – meno sottile.
In ogni caso, per non scontentare nessuno, la Flegrea propone anche l’opzione di variare con la ruota di carro (e in un caso, quello della celebrativa 50 special, addirittura impone). La pizza comunque, e questo è l’importante, è ben riuscita innanzitutto nella cottura: si prende tutti i rischi della napoletana classica, ma riesce a evitare sia il crudo che il bruciato: una bella palette di colori che va dal caramello al brunito. L’impasto base non nasconde una lieve nota acidula, che rimane gradevole nella percezione e negli effetti: la digeribilità è eccellente. La multicereali è sfiziosa assai, con i semi oleosi (che non sono cereali ma vabbè) che croccantizzano il cornicione. Sorprendente il gluten free, che denuncia la sua diversità più all’occhio, mentre al palato è gradevolissimo e quasi indistinguibile.
I condimenti sono decisi anche quando non si presentano aggressivi, e viceversa delicati nelle combinazioni che potrebbero minacciare più pesantezza: la scarola della pizza omonima è dolce e croccante, bilanciata dall’acido del pomodorino e dall’umani/sapido (anche troppo) di capperi e olive. La Cilento con cacioricotta è fatta come si deve, la Antica Roma con fichi lardo formaggio e noci è bilanciatissima e scioglievole. (Ricordiamo da precedente assaggio anche una Margherita del Vesuvio coi pomodori gialli in pezzi e non in salsa, molto delicato il fiore di ricotta così come l’aglio in camicia.)
In conclusione, una classica pizzeria in stile napoletano che mantiene alto il nome della tradizione. Senza troppi fronzoli e senza capriole sui social, non delude.
Voto: 7/10
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