di Caterina Vianello 24 Ottobre 2020
Osteria Plip a Mestre

Carpenedo è un quartiere residenziale di Mestre (Venezia) in cui spazi verdi, abitazioni ed esercizi commerciali sono ancora in buoni rapporti tra loro: qui ha sede la Osteria Plip, ristorante nonché pizzeria meta di questa recensione. Partiamo dal nome: quello che sembra un appellativo giocoso è in realtà un acronimo e sta per Produzione di Latte Igienicamente Preparato.

Sì perché l’edificio che oggi ospita la pizzeria era un tempo una centrale del latte e la vocazione industriale del luogo è rimasta: dell’immobile di quasi 2000 metri quadrati risalente agli anni 30 è stata infatti mantenuta la struttura. Gli spazi interni sono invece stati riprogettati secondo un intervento di riqualificazione urbana concluso nel 2007 e che ha dato via al Palaplip, un centro polifunzionale di proprietà del comune.

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Da qui ha preso poi l’avvio di un progetto più ampio e articolato (ispirato alla Città dell’Altra Economia di Roma, dedito alla promozione della cultura e dell’altraeconomia), che accanto agli eventi culturali ha visto nascere un’osteria (l’Osteria Plip), nel 2018 rinnovata radicalmente, ed infine la pizzeria, aperta nel 2019. E non è finita, perché sfruttando gli ampi spazi, la struttura ha cambiato nome ed è diventata “Me.Me”: alla dimensione ristorativa sono stati affiancati infatti un agrimercato, un Food lab (laboratorio didattico di cucina, degustazione e corsi di formazione) e un auditorium dedicato ad eventi e spettacoli dedicato al mondo dell’enogastronomia. Insomma, in sintesi, l’idea è che cibo e cultura vadano a braccetto in un dialogo vivace. Dietro un progetto così ambizioso c’è David Marchiori, un passato nel mondo dell’associazionismo e delle cooperative, con la passione per la cucina.

Ambiente e servizio

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Il passato industriale è evidente appena entrati: si è accolti in una sorta di hangar che rimanda ai concetti di “archeologia industriale” e “riprogettazione degli spazi” che piacciono molto agli architetti. Lo spazio è ampio e organizzato su due livelli: il piano terra si divide tra l’area ristorativa e quella dedicata a mercato ed eventi, al piano superiore si scorge il forno per la pizza. L’arredamento riesce a compensare il rischio di un ambiente altrimenti dispersivo: le atmosfere sono sufficientemente calde e intime, merito dell’illuminazione soffusa e gradevole.  L’utilizzo di legno di vecchie “bricole” tagliate in assi o vecchi bancali, scaffalature con vini e birre in mostra, piante a dividere tavoli e aree, completano il tutto. Peccato per una temperatura interna piuttosto bassa: il riscaldamento in ambienti così ampi è spesso un tasto dolente. Il servizio è nella media. Piccola nota: come benvenuto vengono portate delle chips di patate in un sacchettino di carta.

Menu e prezzi

Causa emergenza Covid il menu è disponibile solo attraverso QR Code, sistemato ad ogni tavolo. A chi non voglia utilizzarlo (io), viene consigliato di consultare il sito web: chiedo quindi se rispetto all’elenco disponibile nel sito ci siano variazioni, che mi vengono puntualmente precisate.

Il sito è una sorta di manifesto programmatico: la pizza Plip è “trasparente (potete conoscere l’origine di tutti i nostri ingredienti), a lunga maturazione (ogni giorno impasti in quantità limitata con maturazione dalle 60 alle 72 ore), senza prodotti conservati (quasi tutti i condimenti provengono dalla nostra cucina)”. Si precisa inoltre che le pizze “sono preparate con le farine del Mulino Agugiaro & Figna e sono studiate per piacerti senza problemi…anche il giorno dopo che le hai mangiate!”. Dettagli anche sull’impasto: “preparato con 3 grammi di lievito di birra su 1 chilo di impasto e una maturazione con una percentuale di farina Mora, una farina integrale di grano tenero ottenuta da una macinazione gentile a tutto corpo. Mantiene, con granulometria fine e sapore dolce, le frazioni esterne più nobili del chicco (farinaccio, tritello, cruschello, germe di grano), preservando così l’originaria autenticità del grano”. Le pizze sono una trentina con prezzi che vanno dai 6 euro di una Marinara, ai 7,50 della Margherita, fino ai 12 per quelle più articolate. Il taglio complessivo tuttavia è classico: le farce, cioè, vedono verdure, salumi (prosciutto, salame, spianata), formaggi, funghi. Si gioca su variazioni, declinazioni, qualità: i pomodorini confit, il misto funghi, la stracciatella, il prosciutto affumicato, le varianti regionali (“salsiccia e friarielli”) e le immancabili acciughe del Cantabrico.

La carta delle birre

La carta delle birre non esiste: quindi a meno di non essere degli appassionati, si fa fatica. Il cameriere è ben disposto ad illustrare stili e varietà, tuttavia mascherine e musica di sottofondo rendono tutto piuttosto complesso. Vediamo birre agli scaffali (riconosciamo, tra gli altri, 32 Via dei Birrai), ma mettersi a vagare per il locale per dare un’occhiata non è indicato. E piuttosto di evitare un dibattito su fermentazioni, temperature, aromi, produttori e provenienze, ci rendiamo protagonisti di un’ordinazione elementare, da bar di paese: una bionda media. Dal sito emerge che la scelta privilegia produttori artigianali e locali: una carta, o almeno una lavagna (che pure è presente per le proposte vinicole) aiuterebbero molto.

Le pizze

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Arrivati a questo punto, date le premesse cultural-solidali e di valorizzazione, aggiunte a quelle sulla lavorazione dell’impasto e degli ingredienti, le aspettative sono alte. La scelta cade su una classica Margherita e su una Calabrese (pomodoro, mozzarella, spianata calabrese, caciocavallo).

La Margherita si presenta con un cornicione stretto, basso, poco alveolato, in alcuni tratti non tanto croccante, quanto secco. L’impasto è discreto anche se leggermente salato, tuttavia la farcia – abbondante – arriva a bagnarlo quasi subito del tutto e ad appesantirlo rendendo impossibile sollevare una fetta senza che questa mantenga un certo decoro: si piega e si ammoscia. Le aspettative su mozzarella e pomodoro (la cui provenienza è ben riportata nel sito) sono altrettanto deluse: senza infamia la mozzarella, aspro il pomodoro. L’effetto blocco unico inoltre, è in agguato: non appena raffreddata, la farcia diventa un unico strato che al taglio si separa dalla base, ormai bagnata. Una parte della base inoltre rivela dei problemi di cottura, con un sapore amaro di bruciato.

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Va leggermente meglio con la Calabrese: se la farcia ha gli stessi problemi (effetto placca tettonica), la base non è bruciata. Resta tuttavia il problema dell’impasto bagnato dal condimento. Spianata calabrese e caciocavallo sono nella norma.

Complessivamente, e in entrambi i casi, è una pizza che si rende pesante ed è difficoltosa da finire, anche se – bisogna precisare – la nottata è passata senza senso di sete.

L’opinione

Scontrino Plip

Nonostante premesse “culturali” incoraggianti, la pizza di Plip delude: la buona volontà non riesce a sollevare da una scarsa sufficienza una pizza che non riesce a trovare un equilibrio tra impasto e farcia, che finisce per penalizzare entrambi.

Informazioni

Indirizzo: Via S. Donà, 195/C Mestre (VE)

Telefono: 347 99 44 257

Orari: da lunedì a venerdì, dalle 18; Sabato e domenica 12-16; 18-01.00

Sito web: osteriaplip.com/pizzeria

Ambiente: post industriale

Servizio: nella media

Voto: 2.75/5