di Prisca Sacchetti 21 Dicembre 2011

Ci insegnano 1. [breve inciso: quando i giornali parlano di contribuenti parlano di noi: tu, io, lui. Sempre meglio precisarlo. Fine breve inciso] Far spendere al contribuente 35.000 euro (35???) per un corso di perfezionamento “presso la prestigiosa scuola culinaria del Gambero Rosso”, è stato un salasso oltre che una pessima idea. Per chi cucinano oggi quei 9 cuochi visto che il ristorante del Senato, da quando è finita l’era del quasi gratis, si è strepitosamente svuotato?

Ci insegnano 2. Perché si è strepitosamente svuotato? La spiegazione sta nell’aumento dei prezzi seguito alle polemiche sul menù proletario di palazzo Madama. Ricorderete. “Dal 13,3% del costo per le pietanze standard (quindi l’87% gravava sul contribuente) si è passati con un balzo al 50 per cento. E dal 21,77% di quelle più pregiate (quindi il 78,23% gravava sul contribuente) improvvisamente al 75 o al 100%, secondo i casi”

Ci insegnano 3. Ciò significa che ora i poveri senatori arrivano sulla porta, danno un’occhiata al menù spalancando gli occhi e girano i tacchi. Scusate, non lo fareste anche voi? Prima pagavano un risotto con rombo e fiori di zucca 3 euro e 34 centesimi. Un carpaccio di filetto con salsa al limone: 2 e 76. Prosciutto e melone: 2 e 33. La Bistecca di manzo: 2 e 68. Oggi scuciono QUASI (c’è un’infinita gamma di sfumature in quel quasi) quanto noi comuni mortali.

Ci insegnano 4. Fine delle compilation dei piatti più gettonati dagli illustri clienti. Del resto se al ristorante non ci va più nessuno, difficile che il filetto di bue a 5 e 53 euro — prima sempre esaurito — riesca a tenere il passo. O le lamelle di spigola con radicchio e mandorle a 3 euro e 34. Anzi, se prima i piatti raffinati erano in cima alle preferenze, dopo l’aumento gli sparuti clienti hanno deciso tutti contemporaneamente, guarda caso, di scegliere una dieta morigerata: riso all’inglese, pasta in bianco, insalatina.

Ci insegnano 5. Nulla possono lo scricchiolio del parquet e la soave musica delle posate d’argento che tintinnano sulle stoviglie de luxe. No, nemmeno i guanti bianchi dei camerieri, tutt’altro. Visto che ieri 6 di loro, causa crollo dei ricavi del 70%, hanno ricevuto altrettante lettere di licenziamento dalla società che gestisce il servizio, Gemeaz Cusin.

Ma ci sono pure cose che i camerieri licenziati dal ristorante del Senato non ci insegnano. Almeno, non a me. Forse potete aiutarmi.

Non ci insegnano 1. Da quando abbiamo deciso che i parlamentari non possono permettersi un pranzo in cui il filetto di bue costa 11 euro invece di 5 e 53? E poi perché i locali nelle strade intorno a palazzo Madama stanno registrando un formidabile incremento del giro d’affari?

Non ci insegnano 2. Qualche parlamentare sta usando il licenziamento dei camerieri per protestare strumentalmente contro l’aumento dei costi al ristorante del Senato. Ora, ovviamente sono dispiaciuto per i licenziamenti, ma non mi pare equo che il contribuente, per salvaguardare il posto di 7 camerieri, 2 cuochi e un tabaccaio (comunque protetti dagli ammortizzatori sociali), debba pagare in eterno i 10 euro di differenza per il filetto dei parlamentari.

Non ci insegnano 3. O questa, come dicono alcuni, è foga moralizzatrice che travolge i più deboli?

Non ci insegnano 4. Che poi, un filetto di bue costa mediamente 20 euro. Pagarlo 10 equivale a spendere la metà di quanto avviene in un comune ristorante.

Non ci insegnano 5. Perché non appaltiamo il ristorante del Senato a McDonald’s?

[Crediti | Link: Repubblica.it, La Stampa. Immagine: La Stampa]