di Manuele Berti 25 Agosto 2010

Guardo il bicchiere mezzo pieno: quasi sicuramente arriveremo prima di Nicolas Sarkozy che dal 2008 chiede l’iscrizione al patrimonio mondiale dell’Unesco per la cucina francese. “E’ la migliore del mondo“, aveva detto in un soprassalto di grandeur. Invece, è stata accolta la proposta italiana (+ Spagna, Grecia, Marocco) di riconoscere alla Dieta Mediterranea lo status di patrimonio dell’umanità, dopo la bocciatura di 4 anni fa. Dovrebbe succedere a Nairobi in Kenya il prossimo novembre.

Se devo figurarmi mentalmente cosa significa patrimonio dell’umanità tutelato dall’Unesco immagino cose egregie, investimenti, promozione internazionale, protezione dai tarocchi dell’Italian Sounding… anche se, il fatto che l’elenco di 180 elementi immateriali considerati unici al mondo comprenda il canto dei pigmei Aka e una danza in maschera del Bhutancome – come notavano gli inglesi inaciditi perché fuori dalla lista – smorza i toni da cempions lig di Giancarlo Galan. Ieri il ministro dell’Agricoltura ha parlato di “grande successo per il Paese”.

Resta il fatto che l’Unesco assegna alla dieta mediterranea (basata sul consumo di frutta, verdura fresca, legumi, cereali non raffinati, grassi polinsaturi come l’olio d’oliva anziché il burro, e piccole quantità di carne e zucchero), una corsia preferenziale rispetto alla cucina, francese e non, offrendo un’altra chiave di lettura della notizia.

Non per fare gli snobboni sembrano dire quelli dell’Unesco, ma l’ingrediente, specie se simbolo di una stile di vita sostenibile, viene prima di qualsivolgia cucina. Buono a sapersi per noi che discutendo animatamente su ogni specifico aspetto, tipo lo chef x e meglio di quello y, ci accaloriamo evidentemente per nulla.

[Fonti: Corriere, Asca, Daily Telegraph]