di Manuele Berti 2 Luglio 2010

Lo chiamano terzo settore. E’ composto da ristoranti, bar (e palestre e agenzie di viaggio) legate al mondo del non-profit italiano, ma in realtà, attività imprenditoriali che mascherate da circoli e associazioni senza scopo di lucro, vogliono solo evadere le tasse. Controllando 200 di queste società, l’Agenzia delle Entrate ha appena quantificato l’ammontare del nero che producono, una cifra compresa tra i 50 e i 70mila euro, con punte di 100mila. Come dire che ogni associazione sottrae al fisco 5-10mila euro, soldi che moltiplicati per i duecentomila enti non-profit italiani fa stimare un’evasione di 1-2 miliardi di euro.

Repubblica ha contattato un commercialista per chiedere come si fa ad aprire un ristorante spacciandolo per non-profit. Primo consiglio:

“Costituiamo un’associazione enogastronomica e culturale. E nello statuto scriviamo che “si prefigge lo scopo di valorizzare la cultura del mangiare e del bere del territorio” e un sacco di altre balle”.

In questo modo, è possibile aprire il ristorante evitando le grane (e i costi) che incombono sulle società.

“Non avremo l’obbligo d’iscrizione alla camera di commercio, che comporta il pagamento di una tassa di 200 euro all’anno. A differenza di tutte le società di ristorazione, inoltre, non pagheremo l’Irap, l’imposta sull’attività produttiva, che in Veneto ammonta al 3,9% del reddito imponibile. E non pagheremo l’Ires, l’imposta sul reddito delle società, pari al 27,5 per cento”.

Ma bisogna fare attenzione ai controlli. Meglio iniziare con attività a basso rendimento.

Il reddito imponibile delle associazioni che restano sotto i 250mila euro all’anno è pari al 2% dei ricavi”. Una sciocchezza. L’obbligo di convocare tutti i soci una volta all’anno si può aggirare esponendo le convocazioni in bacheca dove nessuno le va a guardare, ed è possibile affiliarsi a enti esistenti come il ‘Centro europeo associazionismo di Roma’.

E gli obblighi? Per circoli, bar e ristoranti no-profit l’obbligo più impegnativo è la distribuzione degli utili tra i soci. Apparentemente.

“Nulla toglie che alcuni soci possano percepire un compenso per le prestazioni che svolgono. Non è nemmeno obbligatorio chiedere preventivamente ai clienti che prenotato di diventare soci. E nelle guide, molte associazioni si pubblicizzano candidamente come ristoranti, bar o wine bar, soprattutto a Roma”.

Certo, accanto a queste realtà, ci sono gli italiani che fanno compagnia ai malati terminali negli ospedali o che si battono contro gli abusi ambientali, ma l’evasione è impressionante, senza contare il lavoro sottratto a baristi e ristoratori già martoriati dai costi, l’affitto, il personale, un sistema di imposte nazionali e locali che rasenta la follia. E che pagano le tasse regolarmente.

[Fonti: Repubblica]