di Manuele Berti 26 Ottobre 2010

Porcaputtana Alajmo, perché costringete le persone a scrivere cose come queste? “Buon segno per il Paese delle eccellenza se la Finanza crede nell’alta ristorazione”. L’ho letto ieri sul Corriere, dove si parlava dell’aumento di capitale varato dall’Alajmo spa, titolare dei ristoranti Le Calandre (n.20 al mondo nella classifica San Pellegrino), Il Calandrino e La Montecchia, dell’hotel Maccaroni, del negozio In.Gredienti, della linea di piatti e stoviglie Alajmo Design, per far entrare nel capitale della società con una quota del 25% (e un’opzione per salire al 35), la Venice spa, controllata di una Finanziaria, la Palladio.

L’immenso potere di Massimiliano Alajmo. In un decennio di attività all’insegna del rinnovamento continuo, dal Cappuccino al nero di seppia in poi, Massimiliano Alajmo ha convinto tutti noi e non so quante volte, a separarci dagli amati risparmi. Oggi la società che gestisce insieme al fratello Raffaele fattura 4 milioni e mezzo di euro, stando al Corriere. E proprio Raffaele, annunciando nuove apertura in Europa, ha detto: “Il fatto è che certe scelte s’impongono. Altrimenti si segue una linea che non ha futuro. Occorre insomma diventare azienda a tutti gli effetti”.

Nonso, a me le parole di Raffaele non convincono, non come i piatti di Massimiliano. Quando si è deciso che il ristorante ha un futuro solo se si rivolge a una banca o a una finanziaria?

Gli Alajmo citano il grande vecchio della cucina francese, Paul Bocuse, 3 stelle Michelin da 40 anni, che di recente e primo al mondo, ha aperto il capitale della sua società alla banca Natixis per finanziare le 4 brasserie che possiede a Lione, oltre a L’Auberge, il ristorante cui deve la fama planetaria.

Ma nonostante i miei plurimi sforzi, non riesco a non pensare a un’altra vicenda francese, quella di Bernard Loiseau. Non la conoscete? Ecco perché in questa storia della finanza che entra nell’alta cucina vedete solo il bicchiere mezzo pieno.