di Luca Iaccarino 17 Dicembre 2018

Ma ve lo ricordate quando era impossibile trovare un cenone di Capodanno a meno di cento euro? Un pranzo di Natale a meno di ottanta? Diamine, era l’altro ieri, subito prima della Grande Crisi.

Oggi non faccio che ricevere pubblicità di pranzi dei dì di festa con quindici portate a 35 euro, di veglioni con ricchi premi e cotillon a cinquanta.

E non sto parlando di posti temibili con i freezer colmi di verdure in pastella del Penny, ma di locali di buona qualità che durante tutto l’anno pasciono i propri clienti comme il faut.

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La cosa naturalmente non riguarda il mondo del lusso che da sempre va per la propria strada –per il fine anno alla Francescana ci vuole la millata–, ma di quello della piccola borghesia cui buona parte di noi appartiene: gente con redditi normali, che va volentieri a mangiar fuori ma badando a quel che spende.

Ebbene: nel mondo dei “normali” è passata la sbornia. Leggo in rete che il capodanno alla Gardenia di Caluso, dalla Susigan, costa 62 euro, al Materia di Caranchini a Cernobbio 90, da Marzapane 110, tutti posti buoni, famosi.

In quelli più semplici è davvero facile trovare prezzi che superano di poco quelli del pasto normale.

È questo un bene?

Certo lo è per chi deve portar fuori la famiglia dai nonni ai nipoti, ed è vero che un tempo c’era chi se ne approfittava parecchio: l’astuta discoteca ti faceva pagare il lompo come il caviale e l’Asti del Luna Park come Champagne.

D’altro canto il fatto che sia diventato così difficile per i ristoratori strappare qualche euro in più ai clienti è preoccupante: star dietro a bambini vocianti e trenini a-e-i-o-u per l’interminabile serata di Capodanno andrebbe retribuito come si deve.

Il Low Cost ha i suoi vantaggi. Ma di rado va d’accordo con la qualità.