È del 9 febbraio la notizia che Foodinho è indagata per caporalato digitale. Il Pubblico Ministero Paolo Storari, della Procura della Repubblica di Milano, ha firmato un decreto urgente con cui si chiede il controllo giudiziario su Foodinho.
Il nome, a prima vista, potrebbe non dire nulla: Foodinho è una società italiana che opera nel settore delle consegne a domicilio di cibo e altri prodotti tramite una piattaforma digitale. Non è un brand indipendente: è controllata da GlovoApp23 S.L., la società spagnola che possiede il marchio Glovo a livello internazionale e gestisce la piattaforma globale. Dunque, a tutti gli effetti, è Glovo ad essere indagata.
L’accusa riguarda circa 40.000 rider in tutta Italia e 2.000 solo a Milano, che secondo il decreto del PM (citato dal Corriere della Sera) vengono pagati «fino all’81% meno della contrattazione collettiva e fino al 76% meno della soglia di povertà».
Cosa è il caporalato digitale?
Il caporalato “classico” è noto: è un reato punito dal codice penale e consiste nell’organizzare e controllare il lavoro altrui sfruttando il bisogno di lavorare delle persone, offrendo paghe troppo basse, nessuna sicurezza e in condizioni degradanti. Le vittime, spesso, sono i migranti o soggetti in posizione di maggiore vulnerabilità sociale.
Il caporalato digitale è la stessa cosa, ma a fare il ruolo dell’aguzzino non è una persona in carne ed ossa ma un software. In Glovo funziona così: l’app assegna le consegne sulla base del ranking dei lavoratori. Chi lavora di più, non si rifiuta mai e consegna velocemente viene privilegiato, ottiene più lavoro e negli slot migliori. L’app è sempre in grado di tracciare il rider, che è obbligato a rimanere connesso per ricevere consegne; se si ferma, viene contattato dalla sede per giustificarne la pausa. Le penalità scattano automaticamente e non sono negoziabili.
Ovviamente anche i contratti fanno schifo

Chiunque, con un approccio sano al lavoro, sarebbe in grado di affermare che si tratta di un abuso, anche qualora i rider avessero un contratto corretto, cioè di lavoro subordinato, e una paga in linea con il contratto nazionale dei lavoratori. Invece così non è, perché i rider di Glovo sono considerati lavoratori autonomi, in quanto non dipendono da una persona ma da una app; il che – tra le altre cose – permette alla società di pagarli a consegna e non a ore di lavoro (la paga di consegna si situa tra i 2,50 e i 3,60 euro). Dunque i rider, anche lavorando 12 ore al giorno (che, ricordiamolo, è un’altra cosa illegale) stanno spesso sotto la soglia minima di povertà parametrata attorno ai 1.245 euro al mese per 13 mensilità.
Chi si ricorda del caso Foodora
Il primo caso nazionale sui rider italiani risale al periodo 2017‑2020 ed era legato alla piattaforma Foodora, che poi ha ceduto la sua attività in Italia a Foodinho. I rider avevano impugnato il loro contratto chiedendo che venisse trasformato in lavoro subordinato.
Da quel caso è nata la legge 128/2019, che prevede tra le altre cose, che i rider siano assimilati ai lavoratori subordinati, che non possano essere pagati a cottimo puro, ma debbano avere un compenso minimo garantito e che siano tutelati da un’assicurazione. La legge lascia però zone grigie: non impone un salario minimo assoluto, ma solo che il compenso sia proporzionato e sufficiente, e non tutti i rider devono essere subordinati, ma solo quelli che ricevono istruzioni effettive, lasciando aperta la possibilità di rider autonomi.
Il salto interpretativo del nuovo decreto
Il decreto del PM milanese non solo considera l’app a tutti gli effetti un datore di lavoro, anche se non in carne e ossa, ma le conferisce dignità di essere sottoposta alla legge (quella che non rispetta); e questo è probabilmente il concetto più attuale di questa vicenda, che probabilmente nel 2019 non era ancora maturo. Il caporalato digitale infatti non è ancora mai stato definito dalla Cassazione con una sentenza che abbia fatto storia.
Da qui la speranza che il giudicato porti a un aggiornamento legislativo che chiarisca meglio i confini tra autonomia e algoritmi, nel campo del lavoro. Ho come il sospetto che possa essere una tutela per tutti i lavoratori negli anni a venire, non solo per i rider.