Quello degli stabilimenti balneari è un tema antico, dibattuto, fastidiosamente irrisolto. Sono troppi, e lasciano troppo poco spazio alle spiagge libere; sono troppo cari, tipo che ormai bisogna accendere un mutuo per pagarsi una stagione d’ombrellone. Sono pagati troppo poco allo Stato (perfino Flavio Briatore ammise che avrebbe voluto pagare di più per il suo Twiga, che gli fruttava ben più di quanto pagasse per ottenere la concessione) e soprattutto sono irregolari, perché le concessioni non erano rinnovate da un bel po’, e l’Italia su questo era in piena procedura d’infrazione dell’Unione Europea.
“Era” perché in realtà a settembre 2027 tutte le concessioni degli stabilimenti dovrebbero essere riassegnate, finalmente in linea con quanto previsto dalla direttiva europea Bolkestein. Molti comuni italiani si sono già attrezzati per le aste, ma ancora si aspettano le direttive governative: è infatti dal Governo che dovrebbero arrivare le linee guida per i bandi, che dovrebbero garantire uniformità nei criteri di presentazione e di assegnazione delle concessioni nei vari comuni italiani.
Il ministro Matteo Salvini le aveva promesse entro fine marzo, queste linee guida senza le quali i bandi non possono partire, ma evidentemente siamo in ritardo. Poco male, perché questo ci consente di dire cosa vorremmo trovarci, quantomeno lato ristorazione.
La ristorazione vista mare

Le questioni del cibo in spiaggia non si limitano a “panino da casa sì o no“, argomento che è sul tavolo degli Italiani immancabilmente ogni estate (e non serve spiegare che il panino da casa si può sempre portare, e che i gestori non possono farci nulla: ogni stagione siamo punto e a capo).
Il fatto è che sfido chiunque a dire di riuscire con facilità a mangiare bene al mare, men che meno sulla spiaggia. Il mondo dell’offerta di ristorazione degli stabilimenti balneari è spesso e volentieri costruito da cornetti surgelati per la colazione, gelati confezionati per la merenda (quelli sono immancabili e insostituibili) e una proposta che può variare dai calamari surgelati fritti agli spaghetti alle vongole fino ai panini per chi vuole fare un pranzo veloce, che però sono assai tristanzuoli, e allora meglio ordinare dal menu.
Fossero almeno buoni, ce ne faremmo una ragione. E invece, nella maggior parte dei casi, sono deludenti. Oddio, qualche passo avanti su e giù per lo Stivale è stato pure fatto, con stabilimenti balneari che hanno rinnovato la proposta trasformandosi (soprattutto di sera, ma anche a pranzo) in ristorantini carini con vista mare e pied dans l’eau.
Spesso la modernità ha invece imposto nuove regole, che come talvolta accade hanno portato a rinunciare a un po’ di autenticità. Ve li ricordate quei posti col pescato fresco che veniva messo direttamente sulla griglia, e poi un filo d’olio e sale e stop? Io sì, con nostalgia. Ecco, quei posti come il Gagollo a Bergeggi, che fanno tanto Italia d’altri tempi, tutti al mare a mostrar le chiappe chiare e a mangiare il pesce buono.
Dunque dia retta a noi, ministro Salvini, e nelle linee guida per i bandi ci infili un po’ di questo: più Gagollo, meno sbocciate di Champagne all’aperitivo. A dire più Uliassi forse esagereremmo troppo, ma sognare non fa male a nessuno: più Uliassi, dunque, ché ci piacciono da morire i ristoranti di livello sulla spiaggia. Non cari tanto per, ma creativi e di sostanza.
E più ristorazione sostenibile, vera, locale. Prodotti del territorio, autenticità, valorizzazione delle risorse e delle materie prime. E una proposta che richiami la gente a mangiare al mare, sapendo di poterlo fare con un buon rapporto qualità prezzo, godendosi la cucina e il sole, oltre agli ombrelloni e alle sdraio.
Abbiamo tempo fino a settembre 2027 per capire se sarà così. Noi ci speriamo tanto.

