La notizia della settimana, almeno qua in Italia (perché a livello internazionale infuria il Noma-gate) è certamente la chiusura di Lido 84, il ristorante di Riccardo Camanini. Improvvisa e inaspettata, annunciata con un post gentile ma sibillino, l’eccellente chiusura ha suscitato in tutto il mondo gastronomico una (tuttora insoddisfatta) curiosità di sapere il perché, di conoscere i motivi. Questioni economiche? Nuovi progetti? Motivazioni personali?
Ancora non lo sappiamo, e chissà se lo sapremo mai, ma di certo c’è anche qualcosa di vero in chi dice che Camanini & Co fossero tra quelli insoddisfatti della continua rincorsa alla nuova stella Michelin. I primi italiani al mondo per The World’s 50 Best Restaurants, ogni anno venivano chiamati nei pronostici sui nuovi bistellati italiani, e ogni anno, puntualmente, venivano lasciati così, a bocca asciutta, eterni detentori di un successo rosso annunciato e mai arrivato. Deve essere frustrante, in effetti, per quanto poi contino il pubblico, la critica più in generale, la scena internazionale. Ma la Michelin è la Michelin, e tutti ambiscono alla sua approvazione.
La storia di Marco Ambrosino, che chiude anche lui

La storia della ristorazione (italiana e non) è piena di casi così. Di luoghi portati su un palmo di mano dalla critica, oggettivamente con tutte le carte in regola, che però la Michelin pare snobbare.
Lo fu, per esempio, Jacopo Ticchi con il suo Da Lucio, fino all’anno scorso (quando finalmente ha portato a Rimini la sua stella) il piccolo “scandalo” di ogni premiazione Michelin. Come è possibile che gli ispettori non si siano ancora accorti del suo talento? Si diceva nei corridoi, e pure su alcuni giornali.
E ancora, lo è stato anche Marco Ambrosino. Un talento cristallino, una visione gastronomica chiara, nitida. Una bella personalità, accompagnata da un’intelligenza vivace. Il candidato perfetto per una stella Michelin, no? Personalmente, avrei detto di sì, avendo adorato la mia cena da Sustanza, il suo progetto napoletano, dove la sua cucina trovava casa in uno spazio bellissimo, tra richiami da Belle Epoque e tappezzerie d’epoca.
E invece no: non solo la Guida Michelin non gli ha dato quella stella che in molti gli avrebbero conferito (in molti che però non erano gli ispettori della Rossa, stiamoci), ma oggi Sustanza si aggiunge all’elenco delle chiusure illustri, un po’ oscurata dalla bomba Camanini, certo, ma comunque un addio rumoroso.
Perché Sustanza chiude?

E si riaccende – come a ogni chiusura – il tema del fine dining in crisi, dei ristoranti gastronomici in cui non vuole andare più nessuno, della crisi economica e delle cavallette. Che forse no, non sono il problema. Forse è un insieme di fattori, e forse se la crisi esiste (ed esiste) riguarda più i piccolissimi ristoranti e bar e imprese di quartiere che quelle sì, chiudono a decine nel silenzio generale, e non progetti imprenditoriali del calibro di grandi ristoranti, costruiti per un pubblico che non è certo quello da tutti i giorni, e che forse è quello che meno patisce l’inflazione sulle proprie abitudini.
Dunque, il 28 febbraio sarà l’ultimo servizio di Sustanza. Un ristorante – lo ribadisco – bellissimo, buono, con uno chef capace alla guida. Un progetto che, in qualche modo, sembrava essere stato costruito a immagine e somiglianza del candidato perfetto alla Stella Michelin. E forse questo è il problema, almeno in parte.
Perché poi alla fine, per alcuni, il raggiungimento di quella stella – in grado certo di cambiare le cose, almeno per un po’ – è un traguardo da raggiungere con un’impazienza tale che è difficile aspettare. Forse è stato così per la proprietà di Sustanza, o per lo chef Ambrosino?
Immaginiamo, certo, che non sia soltanto quello il motivo che porta alla chiusura di un progetto di questa grandezza. E siamo sicuri che ci sarà dell’altro, nuovi progetti da parte di uno chef che pare avere ancora fame di cose belle e interessanti. Ma nel frattempo, ancora una volta, la Michelin ha avuto il suo momento “te l’avevo detto”, nei confronti di tutti quelli che in questi mesi puntavano le luci su Sustanza, chiedendo alla guida se fosse cieca a non essersi accorta di Ambrosino.
La Michelin, alla fine, ha spesso ragione, e chissà se è lei a vederci lungo, o se al contrario l’attesa di una stella cercata ma che non arriva logora gli animi di chi ai progetti ha lavorato tanto e con tanto impegno?
