di Giovanni Puglisi 5 Settembre 2019
Felice a Testaccio, Roma

Siamo tornati da Felice a Testaccio, a Roma, per aggiornarci su una delle trattorie iconiche della città. La nostra recensione.

I nomi della ristorazione tipica romana sono un firmamento mutevole, in cui supernova esplodono improvvisamente, giganti rosse si estinguono, nane bianche sbrilluccicano a fasi alterne di vigore e calo a volte occhieggiando, poi nascondendosi, nel tessuto buio del cosmo.

Pochi sono i nomi di supergiganti che, per rilevanza storica e reputazione generale, riescono a permanere negli annali della gastronomia capitolina, immutabili e potenti, frequentati da conoscitori e vìppese, evocati ogni qual volta venga in essere la necessità di stilare un elenco dei “migliori”.

Felice a Testaccio rientra indiscutibilmente nel novero di questi nomi, portavoce d’eccellenza dell’epoca d’oro testaccina, raccontato con aura di mito nel narrare le epopee degli osti romani, invocato come benchmark di perfezione da raggiungere quando si parla della leggenda che è la sua, a detta di molti inimitabile, cacio e pepe.

La leggenda, il mito, hanno tanto in comune con le stelle: sono trascendenti ed illuminano dall’alto, da lontano, irraggiungibili ed avvolte in una nebbia mistica di suggestione.

Come le stelle, a volte, le leggende continuano ad illuminare ed irradiare l’occhio umano per millenni; anche dopo che la fonte delle pulsazioni originali si è estinta… Rendendo difficile scindere l’esperienza dalla suggestione.

Mi sono dotato di cannocchiale e vetri fumé prima di visitare Felice, ho meditato a lungo, sono andato di sera con lo scopo di raccontarvi come si mangia nella maniera più oggettiva possibile.

La storia, la leggenda

Ma facciamo un passo indietro, prima di passare a raccontarvi l’esperienza a cena.

Un passo indietro che risale al 1936, quando Guido Trivelloni inaugura in via di Mastro Giorgio, nel cuore di Testaccio, una semplice osteria destinata alla mescita di vino, ove la clientela consumava cibi portati da casa.

Felice all’epoca è appena quindicenne, si fa le ossa nel locale fino a prenderne le redini in autonomia negli anni Sessanta.

In quegli anni è oste, cuoco, cameriere, lavapiatti: Felice non è “il ristoratore”, è il ristorante, al punto che pertanto ancora oggi il locale porta il suo nome e non quello del padre.

Qui nasce il mito: il mito di un oste che è perfetta incarnazione dell’archetipo, burbero dal cuore d’oro, cuoco sopraffino, dalla battuta salace romanissima.

Un mito che, come tutti i miti, si arricchisce di note di colore: tra tutte, celebre quella che vuole che Felice allontanasse gli avventori che meno gli ispiravano simpatia anche a locale vuoto; lasciando i tavoli riservati all’affezionata clientela di quartiere.

Felice, comunista (e come direbbe un’altra delle voci di una romanità genuina che sbiadisce, quella di Mario Brega, “non comunista così, comunista COSÌ!”), trovava però sempre un posticino per i facchini, gli operai e i muratori: onorava spontaneamente l’anima popolare di una città popolare, riversando il rispetto e il senso di appartenenza in una cucina popolare anch’essa, e nel senso più proprio del termine.

Viene poi il successo, vengono le celebrità, i critici della gastronomia: la leggenda è consacrata, Felice lavora fino a tarda età, al timone di quel posto che non è meno suo di quanto non siano sue le mani attaccate ai polsi, la schiena, le rughe sul viso. Ci lascerà nel 2009.

Per il ristorante, seguiranno un restyling profondo della sala, con esiti lontanissimi dai tavoli di fòrmica e luci al neon di storica memoria, e l’apertura di una nuova sede, a Milano, nel 2017.

Il locale

Come si presenta, quindi, Felice a Testaccio oggi? Prima di girare l’angolo che da via Volta vira su via Mastro Giorgio, con una serie di vetri sablé.

Se ne superano un po’ (forse sette, o otto luci), senza vedere all’interno del locale, prima di arrivare alla porta d’ingresso, che porta sul telaio in metallo brunito la scritta punzonata col nome – “Felice”.

L’entrata vi accoglie rumorosamente: il rumore che colpisce più forte non è però schiettamente uditivo, pur essendo quello presente, dato che il locale è stracolmo anche in un Martedì sera qualsiasi, ma visivo.

L’ultima ristrutturazione degli ambienti, giocata su tonalità calde e sature, su scelte costruttive quanto mai materiche e vistose, disorienta con un effetto labirintico fatto di mattoni a vista, paraventi, legni scuri, schiere interminabili di lampare di design in metallo satinato a luce gialla, travi di ferro che separano con troppa nettezza, contornandoli di nero brunito, gli accessi delle sale contigue.

I tavoli sono vicini, vicinissimi, tanto da rendere claustrofobico l’ambiente pur non minuscolo, le tovaglie sono grigio-beige-upscale, il coperto pettinato.

Nel complesso risulta strapieno, straniante, caotico.

Ripenso al sor Felice, ripenso all’oste che fu, mi chiedo come si troverebbe in queste mura così poco romane, così tanto da ristorante d’alti pensieri, e tanto poco da trattoria.

Sembra di stare altrove, di stare dovunque, di certo però lontani dallo spirito povero ma bello che si desidererebbe quando si cerca di toccare l’anima della tradizione testaccina.

Il menu e i piatti

Si compone di classici, con i cavalli di battaglia presenti in pianta stabile e un’offerta di specialità dedicata, come da tradizione, a ciascun giorno della settimana (Sabato trippa, Giovedì gnocchi…).

Gli antipasti non sono presenti in carta ma vengono recitati a voce, cambiando giornalmente (secondo quanto riferitomi dal personale di sala).

Ordino come antipasto i filetti di baccalà fritti: tre pezzi sostanziosi, tredici euro. Non essendo riportati sul menu non avevo idea di quanto sarebbe costato il piatto.

Il prezzo, considerata la quantità, è tutto sommato giusto o quasi; ma incide notevolmente sullo scontrino per una persona che ceni da sola, specie considerando che la porzione per singolo commensale potrebbe agevolmente essere ridotta, e con essa di pari passo l’esborso, senza grossi drammi.

La pastella è croccante, il pesce morbido e umido al punto giusto: peccato però che l’insieme si riveli eccessivamente unto (peccato davvero, sarebbe bastato asciugare per qualche istante i filetti dopo averli estratti dall’olio di frittura) e scarso di sale.

Dall’intera porzione ho inoltre ricavato due spine: lungi da me gridare all’attentato, ma data l’attitudine complessiva del rifondato locale, e i prezzi in media più alti del 10% rispetto ad attività analoghe, sarebbe lecito aspettarsi dalla cucina maggiore attenzione.

È la volta della pietanza del mito: la cacio e pepe “di Felice” (tredici euro).

Il piatto, ben pieno di tonnarelli e sormontato da una notevole guarnitura di pecorino romano grattugiato, reca sul fondo una miscela di acqua di cottura ed olio extravergine; grazie ai quali viene mantecato al tavolo.

La mantecatrice afferra forchetta e cucchiaio, e con rapidi ed abili gesti emulsiona il cacio, il glutine, i liquidi. Si ferma però, e mi chiede: “Posso aggiungere ancora un po’ di formaggio? Altrimenti viene lenta”. Faccio cenno, scucchiaia dell’altro pecorino, continua ad emulsionare.

Il risultato finale è comunque un po’ lento, ed un pelo troppo sapido: eppure la cameriera è stata bravissima a riparare per quanto potesse agli errori di proporzione commessi in cucina, se non si fosse accorta del problema avrei mangiato tonnarelli in brodo, se avesse aggiunto tanto pecorino quanto ne serviva per pervenire alla consistenza perfetta mi sarei trovato davanti un bel piatto di puro sale marino. Registro, per i miei gusti, anche una qualche debolezza in termini di pepe.

Breve inciso sul servizio: alle prese con una mole di lavoro impressionante, spesso non è dei più cortesi, ma si rivela sempre veloce, puntuale e preciso; una macchina. E tanto basta.

Tornando alla cacio e pepe: in definitiva il piatto è godibile, ma all’altezza del mito? Se non avessi saputo che questi tonnarelli erano quelli “di Felice”, cosa ne avrei pensato? Mi fermo alle analisi oggettive e tecniche, concludo che tutto sommato di cacio e pepe ne ho mangiate di altrettanto buone, e di migliori.

Grande punto vincente che vale assolutamente la pena di annotare, però, sono i tonnarelli in sé, prodotti dal Pastificio Gatti: di una consistenza inaudita, spessi, mordibili, callosi – perfetti per la preparazione, ma anche da soli.

Come secondo opto per l’involtino al sugo (quattordici euro), sul quale rimane veramente poco da dire: un piatto non buono né cattivo, anonimo a sufficienza, farcito solo di una parvenza di prosciutto crudo e odori. Non stopposo né tenero, non gustoso né insipido, il sugo non cattivo, ma non dolce, semmai un po’ troppo acido.

Se avete una prozia che è la sorella minore di nonna, e ha imparato a cucinare discretamente i piatti della tradizione solo obbligata dal contratto sociale perché ormai era in tarda età da marito, ma la cui mano rimane ben lontana dai fasti opulenti della massaia per vocazione… Ecco: questo involtino l’ha preparato lei.

I prezzi

Come anticipato in precedenza, una cena da Felice non viene via esattamente a buon mercato, considerando un markup sui prezzi pari a circa il 10% rispetto alla concorrenza.

Nessuna informazione abbiamo sul costo esatto degli antipasti. Per i primi l’esborso spazia dagli 11 ai 13 euro, per i secondi dai 14 ai 26 con una media intorno ai diciassette.

Scontrino mio, per antipasto, primo e secondo, 46 euro (bevendo acqua).

Ricarichi sui vini (per una carta ben lontana dal presentare etichette fuori dall’ordinario) alti.

In definitiva

Felice a Testaccio si rivela un’esperienza fuorviante e deludente per chi vi si rechi cercando le tracce della sua storia, quelle di un’autentica cucina romana conscia del retroterra storico e sociale che la caratterizza: un capitale importantissimo del quale è impossibile trovare traccia nel ristorante patinato in cui l’antica trattoria si è involuta, al di fuori degli sporadici memorabilia affissi alle pareti.

Non basta mantecare al tavolo una cacio e pepe per recuperare i volti induriti dallo scherzo e dalla vita degli antichi abitanti del quartiere, né un quadretto con i versi che Benigni ha dedicato all’osteria per ritrovare una bohéme di spirito che è stata allontanata da queste mura insieme ai calcinacci espulsi in occasione delle ristrutturazioni coatte.

A livello schiettamente culinario, l’indirizzo si rivela di qualità media ma non adeguata alla richiesta economica; più adatta ai turisti americani qui indirizzati dalle recensioni estatiche del New York Times che alla fauna dello zoo mangereccio romano.

Eppure ci brilla addosso la sua luce, da tempo immemore, come una stella che splenda di fulgori leggendari: sono forse però echi passati di quando l’astro si spense, dieci anni fa, insieme all’indimenticato oste Trivelloni.

Informazioni

Felice a Testaccio

Indirizzo: Via Mastro Giorgio 19, Roma

Sito Web: feliceatestaccio.it

Orari di apertura: Lunedì-Domenica 12.30-15, 19-23

Tipo di cucina: Romana

Ambiente: Caotico con pretese di sofisticatezza

Servizio: Efficiente

Voto: 2,5/5

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