di Chiara Cavalleris 31 Ottobre 2018

Inutile piangersi addosso: sospendere il servizio per allagamento sarebbe da pivelli, cosa volete che siano 120 centimetri d’acqua?

Stiamo parlando dell’acqua alta a Venezia, di proporzioni bibliche, e della curiosa reazione di molti ristoratori della città, che hanno continuato a lavorare come se nulla fosse: piatti alla mano, stivali ai piedi e la fotocamera del cellulare puntata sui volti divertiti dei clienti.

[Venezia: com’è il nuovo Caffè Quadri degli Alajmo]

Ieri si è raggiunto il record del 1966, con l’acqua a un metro e venti per quattordici ore di fila, arginata da 1087 persone tra vigili, volontari e operatori.

Oggi invece si contano i danni, su tutti quelli subiti da pavimenti e mosaici della Basilica di San Marco.

A pochi passi da lì il Caffè Quadri dei fratelli Alajmo, ristrutturato pochi mesi fa dall’archistar Philippe Starck che, ironia della sorte, aveva scelto ottone naturale non verniciato per le gambe dei tavoli, per il bancone della reception all’ingresso e per tutte le parti a contatto con il pavimento, per sottolineare attraverso le ossidazioni future la trasformazione del ristorante.

Insomma, aveva previsto la convivenza tra il ristorante è l’acqua alta di Venezia.

E così è stato.

La famiglia Alajmo l’ha presa bene, come potete notare dal video postato su Facebook dopo un accurato montaggio, mentre circolano immagini di ristoratori e clienti che affrontano l’ora di punta come se fosse un giorno qualunque. C’è chi si fotografa seduto a una tavola imbandita, chi pubblica video di pizzerie stracolme di gente, con le gambe sotto il tavolo, nell’acqua.

Non fraintendiamo: buona parte delle attività è rimasta a serrande abbassate per due giorni, ma chi ha tenuto aperto ha saputo farsi notare.

Come Arrigo Cipriani, proprietario del mitico Harry’s bar, che ieri ha rilasciato un’intervista al Gazzettino (neanche questo online) per far sapere che la sua cucina, al pianoterra, è rimasta aperta, così come aveva continuato a lavorare durante l’alluvione del ’66.

[Immagine di copertina: ristorante ai Nevodi, Venezia]