di Nunzia Clemente 9 Marzo 2020
Januarius Napoli

Siamo stati un po’ zucconi, almeno all’inizio. L’allarme Coronavirus a Napoli, all’alba dei provvedimenti del weekend, pare essere stato preso sottogamba dagli avventori della movida. Nonostante gli appelli e le restrizioni emanati dalla Regione Campania, la zona di San Pasquale a Chiaia (chiamata comunemente la zona dei “baretti” data l’altissima percentuale di cocktail bar) era gremita. Ma non tutti i ristoratori “tirano a campare”, qualcuno vuole i locali chiusi: c’è chi è disposto ad abbassare le serrande pur non essendo (ancora?) in “zona rossa”, per senso di responsabilità o perché ammette di non riuscire a garantire misure di sicurezza adeguate.

Per chi non avesse seguito l’attualità partenopea intorno al Coronavirus, il sabato sera della Napoli bene sembra essersi svolto senza particolari accorgimenti o defezioni, disattendendo le indicazioni date dal presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca lo stesso pomeriggio, come testimoniano i video del consigliere napoletano Francesco Emilio Borrelli.

 

Proprio dall'”incriminata” zona di San Pasquale abbiamo contattato i gestori del Mosto, riferimento cittadino per quanto riguarda la birra artigianale. “Noi sabato inizialmente abbiamo aperto disegnando a terra le linee di distanza tra uno sgabello e l’altro e facendo entrare solo 6 persone per volta“, ci dice Fabrizio, gestore del locale “Non ci piaceva il clima e abbiamo preferito decidere autonomamente di chiudere. Molti hanno fatto lo stesso ed altri lo stanno facendo oggi. Per il resto non so dirti quale sia stata la reale situazione ma fino a quando siamo stati in zona l’afflusso non era certo quello di un sabato sera.” Una chiusura volontaria, quindi, vista l’impossibilità di adempiere agli obblighi previsti.

Mosto Napoli

Non tutti, però, sono stati accorti come Fabrizio ed il Mosto. Altra cosa, ancora, sono gli assembramenti e distanze minime non rispettate sul litorale flegreo: come riporta il quotidiano Il Mattino, ben sette locali del lungomare di Pozzuoli sono stati denunciati per inadempimento delle delle ordinanze emanate. Una situazione sicuramente amplificata dagli eventi per la festa della donna: bene hanno pensato, nel Vesuviano, di festeggiare la ricorrenza in uno spazio piccolo e non adeguato.

Pare che con l’inizio della settimana gli animi si siano raffreddati e le strade rapidamente desertificate: i ristoratori napoletani, che probabilmente avevano “tirato a campare” durante il weekend, ad oggi lamentano la caduta libera degli incassi. A nulla, pare, sono valsi i parametri di distanza rispettati, le sanificazioni aggiuntive, gli appelli. Il tracollo verticale della ristorazione napoletana, molto dipendente dal via-vai giornaliero dei pendolari ma anche e soprattutto dal turismo vertiginoso, con una città che registra il sold out per 3/4 dell’anno, si è verificato nei fatti da oggi, lunedì 9 marzo: data che sicuramente sarà ricordata come nigro notanda lapillo, giorno da segnare con il sassolino nero, giorno nefasto.

Ci si attrezza come si può: chi ha consolidati apparati per l’asporto, come alcune pizzerie, parte avvantaggiato; così come le trattorie che preparano pietanze d’asporto. Ma sarebbe superficiale pensare che tutto questo basti a tamponare una situazione emorragica. Il parere, a qualsiasi livello della ristorazione, pare unanime: chiusura coatta, per qualche settimana, di tutte le attività ristorative.

Pasticceria Carraturo Napoli

Vista la mia esperienza in bar e pasticcerie, come primo parere ho ricercato quello di chi vive “la velocità” della città, cartina tornasole dell’economia, con il servizio bar: Ulderico Carraturo, della pasticceria Carraturo a Porta Capuana, ha molto da dire sulla situazione attuale.

La situazione è critica. Già con il Carnevale abbiamo iniziato a risentire non poco della flessione (complice la paura che andava affacciandosi) e da lì in avanti è stato sempre peggio. Ieri, domenica 8 marzo, la pasticceria ha lavorato abbastanza ma sicuramente con una flessione del 30% rispetto ad una normale domenica. In settimana c’è una flessione completa in tutto: dalla mattina al pomeriggio, fino a giungere al crollo totale di oggi, lunedì 9. Lavoro a Porta Capuana, uno snodo nevralgico di Napoli da e verso la provincia nord-est. Mentre dai primi confronti tra esercenti, con il Comune, emergeva la volontà di restare aperti, per infondere fiducia alle persone; ora sono il primo a caldeggiare una chiusura totale di 30-40 giorni. Le flessioni iniziano ad essere importanti e durature, spero che il governo possa accollarsi parte delle spese del periodo”.

Cambiamo zona della città e ci spostiamo a ridosso della stazione centrale: ogni giorno, in questa piazza – finalmente libera, o quasi, da perenni lavori in corso – si convogliano persone provenienti da tutta la regione, da tutta Italia ed entrambe le due linee metropolitane, oltre a svariate centinaia di autobus. Una zona ambita per la ristorazione: dopo la fine dei lavori, Piazza Garibaldi ha cambiato letteralmente volto offrendo ai cittadini ma anche ai passanti un luogo confortevole dove sostare, moltiplicando a iosa l’offerta dei locali ed aumentando visibilmente la qualità dell’offerta proposta.

La situazione è drastica secondo un ristoratore storico del luogo: Franco Gallifuoco, pizzaiolo e proprietario della storia Pizzeria-Trattoria Franco, in pratica il primo ristorante che si incontra uscendo dalla Stazione. “La situazione è ben più tragica di quel che pensavo: non c’è flusso nè verso la stazione, nè dalla stazione“, ci racconta. “Tutte le prenotazioni per gruppi di turisti che avevo da inizio marzo a fine aprile, tutte annullate. E parliamo di circa 150 coperti al giorno… fai tu i conti. Io sono a Corso Lucci, nelle immediate vicinanze della stazione Garibaldi, non c’è nemmeno un’auto in giro ed oggi sono entrate nel mio locale solo quattro persone. Allo stato attuale delle cose, sarebbe meglio chiudere. Con altri ristoratori e proprietari di locali stiamo pensando di chiedere la chiusura preventiva, per diverse ragioni: una ragione pratica, per evitare il contagio, ma anche chiedere che le tasse, i contributi e le varie spese dovute ci vengano dilazionate nel tempo. Se continuiamo di questo passo, tante piccole attività a gestione familiare si vedranno costrette a chiudere i battenti.

Januarius

Francesco Andoli di Januarius, agile e giovane realtà napoletana di fronte alla Cattedrale di Santa Maria Assunta (conosciuto come Il Duomo di Napoli, ndr), racconta la desertificazione degli ultimi tempi nella sua zona anche e soprattutto da parte dei napoletani autoctoni.  “Da due settimane a questa parte, il lavoro è decisamente calato, anche per me che sono in un luogo nevralgico della città.” Ci racconta Andoli “Non solo sono calati i turisti – e fin qui, tutto chiaro – ma è venuto meno lo zoccolo duro dei napoletani habitué del pasto fuori casa. Pur essendo in una zona turistica, non sono un ristorante votato principalmente ai turisti, il mio target di riferimento è il napoletano: i miei clienti sono persone che vogliono concedersi della cucina tradizionale partenopea con un food cost più alto rispetto ad altri locali. La domenica a pranzo è stata la cartina di tornasole della situazione: pochissimi napoletani in giro nelle ultime due domeniche, nonostante il rispetto pedissequo delle norme emanate di sanificazione e distanze. A queste condizioni, è meglio chiudere. Ma è una disposizione che deve arrivare dall’alto, non possiamo deciderla noi. Sarei felice qualora fosse emanata una disposizione in tal senso.

La situazione fine dining, invece? Napoli è ben rappresentata negli ultimi anni da ristoranti monostellati, di quelli dove vai sicuro di fare una bella esperienza anche in settimana e senza “occasione particolare”: per il solo gusto di stare bene, insomma. Abbiamo chiesto al Veritas, ristorante una stella Michelin di Corso Vittorio Emanuele, che aria “tira” nel loro locale.

Il Veritas è un piccolo ristorante che ha il 60% di ospiti che arrivano da fuori regione”, ci racconta il patron Stefano Giancotti. “Partendo da questo presupposto è comprensibile che la situazione economica sia molto difficile ancor più rispetto a locali che possono contare su un pubblico indigeno. Siamo a meno 80% di fatturato. E rimedi non ce ne sono. Poco lavoro, ma poca noia. Cerchiamo, avendo più tempo a disposizione, di fare quello che non si riesce a fare normalmente: mettere finalmente a punto procedure sempre pensate ma mai realizzate, trovare nuove strade per il futuro marketing, provare nuovi piatti e nuove tecniche di cottura, riorganizzare l’area deposito e stoccaggio. E coccolare quei pochi ospiti che ancora vengono a trovarci. Questi non ce li dimenticheremo mai. E poi aspettare, non so fino a quando. Poi ci fermeremmo volentieri. Anche per un motivo etico. La diffusione del virus si rallenta solo con l’isolamento e quindi sarebbe opportuno fermarci tutti.