di Federico Di Vita 11 Novembre 2020
Rider Coronavirus

Il mondo delle consegne a domicilio sta cambiando: i rider che vediamo correre su e giù per le nostre città, in affanno per il nostro pasto caldo o con le nostre borse della spesa alla mano – teniamo presente il ruolo che hanno i fattorini durante la pandemia – attraverso un lungo percorso che sembra non avere un inizio ma conoscere finalmente una fine, stanno ottenendo i diritti dei lavoratori subordinati e sarà finalmente possibile vederli assunti dalle società di delivery. Forse non accadrà per tutti domani, ma possiamo dire che il 2020 è l’anno zero per loro, e che il colosso Just Eat sta facendo la differenza in questo processo.

Just Eat che dopo aver così rotto il fronte comune delle aziende proprio oggi lascia AssoDelivery, l’associazione che riunisce i più grandi player del settore (tra cui Deliveroo, Glovo, Uber Eats e Just Eat), in seguito all’annuncio dell’intenzione di assumere i suoi rider.

Ma procediamo con ordine. Dopo l’accordo raggiunto lo scorso 16 settembre tra il sindacato UGL (Unione Generale del Lavoro) e AssoDelivery, i fattorini hanno protestato in modo acceso in diverse città (addirittura 22, secondo La Stampa): hanno manifestato, di fatto, per un accordo raggiunto a livello sindacale e che garantisce loro alcune tutele in più. Accettarle in silenzio tuttavia sarebbe stata la mossa sbagliata.

I fattorini diventeranno lavoratori autonomi?

Just Eat rider contratto

Perché l’accordo siglato da UGL e AssoDelivery, pur prevedendo alcune tutele da cui finora i rider erano esclusi (come un compenso minimo orario, e alcune indennità per il lavoro notturno o nei giorni festivi, così come una copertura assicurativa), continua a considerare i fattorini non come dipendenti ma come lavoratori autonomi. Questa interpretazione da una parte non garantisce le tutele riconosciute ai lavoratori subordinati (tra cui le ferie e la malattia), e inoltre continua a non tenere conto dell’effettivo tempo di lavoro dei rider, prendendo in considerazione solo il tempo delle consegne e non quello dell’attesa della chiamata.

Non è quindi un caso se le altre sigle sindacali, tra cui CGIL, CISL e UIL, non hanno sottoscritto tale accordo, che oltretutto sconfessa quanto sancito da una sentenza del Tribunale di Torino del giugno 2018, confermata dalla cassazione nel gennaio 2020 (orientamento nel frattempo ratificato dalla legge 128/2019) che prevede l’introduzione delle tutele del lavoro subordinato per i rider, intendendo inquadrarli nel contratto collettivo della logistica.

Dal canto loro le aziende riunite sotto l’egida di AssoDelivery sono sempre state contrarie a riconoscere ai rider inquadramenti da dipendenti subordinati, preferendo compattamente considerarli lavoratori autonomi. Per questo, come detto, a innescare le proteste dei fattorini in questi giorni è stata proprio l’entrata in vigore il 3 novembre dell’accordo siglato con UGL. Tuttavia la situazione ha subito un’evoluzione imprevista e notevole quando in vista dell’incontro al Ministero del Lavoro in programma per oggi, mercoledì 11 novembre, Just Eat, una delle più importanti aziende del settore (e parte, fino a questa mattina, di AssoDelivery) ha deciso unilateralmente di rompere il fronte comune delle aziende annunciando l’intenzione di garantire a partire dal 2021 la possibilità ai propri rider di essere assunti secondo le tutele del lavoro dipendente.

Le prime città in cui i fattorini saranno assunti da Just Eat saranno Roma e Milano, e l’accordo immaginato dal datore di lavoro prevederebbe una parte di stipendio fisso garantito e una legata al numero di consegne, oltre alla dotazione aziendale di biciclette, scooter e tutto quanto occorra per effettuare le consegne.

Just Eat fa un passo importante (e scopre le carte…)

Nuove Identità di Lavoro; rider

Per capire come sia stato possibile raggiungere questo risultato, ho contattato Yiftalem Parigi, rider sindacalista NIdiL (la categoria sindacale della CGIL dedicata alle Nuove Identità di Lavoro), e gli ho chiesto per prima cosa un suo parere sul panorama in movimento che la sua classe lavorativa sta vivendo.

“È una situazione un po’ complicata… Just Eat in Italia è la società leader nel settore del food delivery (almeno secondo quanto dichiarato dal loro general manager), e ha comunicato ieri a tutti i suoi rider, via mail, che dal 2021 verranno assunti come dipendenti. Gli riconoscerà tutte le tutele e i diritti della subordinazione. Questa è una svolta, perché fino a ora ci prendevano tutti come autonomi, quando in realtà non siamo autonomi ovviamente… Il loro era un metodo per non riconoscerci alcun diritto e alcuna tutela. Just Eat è l’unica ad aver fatto questo passo: Deliveroo, Uber Eats, Glovo e via dicendo continuano a volerci considerare come autonomi, ma questa notizia ha molto valore, perché crea un grosso precedente che costringerà a ragionare sul modello di business e sulla gestione del personale anche le altre aziende di food delivery”.

– Come avete fatto a ottenere questo obiettivo e a organizzarvi a livello sindacale?

“A livello sindacale ogni territorio ha percorsi diversi, questo dipende anche dalle peculiarità del territorio, a Firenze e in altre città ci siamo organizzati tramite una categoria della CGIL, la NiDil, che ci ha messo a disposizione l’organizzazione sindacale per fare le nostre rivendicazioni, ci ha dato uno spazio dove incontrarci, e ci ha messo in condizione di poter effettuare incontri sia con le istituzioni e a volte anche con alcune società, cosa che altrimenti sarebbe stata impossibile. Anche perché se non avessimo avuto un’organizzazione alle spalle in grado di favorire la nostra coesione, e capace di darci un luogo dove incontrarci – che non abbiamo in queste società – sarebbe diventato impossibile creare una coscienza tra noi lavoratori”.

– Il contratto che vi propone Just Eat che tipo di tutele ha?

“Dovrebbe essere un contratto come tutti gli altri, quindi comprende ferie, malattie, contributi INPS, INAIL, diritti sindacali… Quindi tutto, tutto quello che hanno gli altri contratti. L’organizzazione in sé e per sé del lavoro dovrà poi essere stabilita in un tavolo di trattativa tra noi, i rappresentanti sindacali e le società, perché nel dettaglio ci si va solo con i tavoli di trattativa, e noi infatti stiamo chiedendo che questa trattativa si apra il prima possibile”.

– Il fatto che Just Eat vi proponga questo contratto dimostra che il margine di profitto delle società di food delivery è abbastanza ampio da permetterglielo. Non trovi?

rider

“Sì, ovviamente assumerci come lavoratori veri e propri ha un costo maggiore, Just Eat dice di avere tutte le possibilità per farlo e questo toglie la maschera a queste società, perché questi si giustificavano dicendo che diversamente erano in grado di darci una flessibilità che assumendoci non potrebbero garantirci. Ma noi rispondevamo che assumerci dandoci diritti e tutele non è che gli impedisca di sottrarre flessibilità, nessuno glielo vieterebbe. Generalmente a questo punto le aziende rispondono che i costi sarebbero insostenibili. Con questa decisione invece Just Eat mostra che tali ragionamenti erano una scusa, e che il loro era solo un metodo per aumentare al massimo il margine di profitto; cosa che dal loro punto di vista è anche comprensibile, loro puntano ad aumentare al massimo il loro margine, fino a che uno stato glielo consente, quando uno stato invece gli comincia a fare la guerra, a mandargli gli ispettori eccetera, diventa un po’ più complicato fare queste cose e Just Eat l’ha capito per prima, vediamo se lo capiranno anche le altre società”.

Le condizioni dei rider italiani erano migliori ieri rispetto a oggi

protesta rider trenord

Probabilmente è stata anche la pandemia ad aver dato una spinta ai sindacati e all’inquadramento dei rider. Sicuramente gliel’ha fornita per quanto riguarda il dibattito pubblico al riguardo. Le criticità che oggi appaiono palesi in realtà sono emerse nel corso degli anni: le condizioni di lavoro dei fattorini sono peggiorate gradualmente, prima che il Covid-19 li rendesse tra le figure centrali della nostra società. Lo abbiamo capito parlando con Ilaria Lani della CGIL di Firenze.

“Nel tempo la situazione per i rider è peggiorata. Agli albori, quando c’era Foodora – e quindi anche la famosa causa che ha portato alla sentenza di Torino – i rider avevano un contratto di collaborazione coordinata e continuata e avevano dei turni con un mix di paga oraria e paga a consegna. Questo modello, seppur non avesse piene tutele, quantomeno dava a questi lavoratori alcuni diritti sul piano per esempio della contribuzione: la collaborazione coordinata e continuativa prevede la contribuzione e quindi la possibilità di avere un’indennità di malattia, di maternità, di avere la disoccupazione e di avere dei contributi pensionistici”.

– E poi cos’è successo?

“Le società, con l’arrivo in campo di Deliveroo e con il passaggio a Foodora-Glovo, hanno puntato su un modello di lavoro autonomo, basato sulla collaborazione occasionale, un tipo di inquadramento che non prevede versamenti contributivi fino a 5000 euro, mentre sopra i 5000 euro impongono ai fattorini l’apertura di una partita IVA, con i contributi che dunque vengono versati completamente dai lavoratori. Unito a questo modello si è aggiunto il cottimo puro, cioè le aziende hanno smesso di dare qualsiasi tipo di compenso-base, collegando tutto alle consegne, secondo un meccanismo di tipo domanda-offerta. Quindi al momento in cui tu rider sei chiamato a fare una consegna – a seconda di quanti tuoi colleghi sono in giro e a seconda della distanza della consegna – ti viene definito un compenso, che è oltretutto completamente variabile, alcune società ce l’hanno ridicolo, 3 euro o anche meno, in questo modo il rider non sa quanto guadagnerà e soprattutto non vede retribuito tutto il tempo d’attesa. Si tratta di un modello disastroso dal punto di vista dei lavoratori.

Disastroso poi anche perché non prevede alcun tipo di tutela. Noi pensiamo che questo sistema si fondi sull’illegalità, perché oltre alla sentenza di Torino e oltre alla legge che ha stabilito che si deve applicare la disciplina del lavoro dipendente, c’è un problema di fondo legato all’abuso del lavoro occasionale, del finto lavoro occasionale. Come può una società che fa delivery basarsi su qualcosa come 10.000 lavoratori occasionali, come fa Deliveroo? È chiaro che c’è una contraddizione in termini, e soprattutto è un modo per evadere i contributi. Questo ci sembra un modo di non rispettare la legge, per questo siamo contenti che l’Ispettorato del Lavoro qualche settimana fa abbia diramato una circolare in merito. Ispettorato che stiamo sollecitando a partire con le ispezioni, perché pensiamo che non ci possano essere società che decidono di non applicare la legge. È un problema per i lavoratori ma anche per il resto dei cittadini: se ci sono società che si fondano sull’illegalità il problema è di tutti, queste società da anni non versano i contributi. E considera che finora non ho toccato il tasto dello sfruttamento di questi lavoratori, che credo sia sotto gli occhi di tutti”.

– In questo contesto cosa ha significato l’accordo che ha siglato AssoDelivery con la UGL?

L’accordo di UGL ha cercato di sancire questo abuso, provando a dargli una cornice, e tentando di non applicare la legge, che mirava a estendere le tutele. Ovviamente secondo noi questa tattica ha respiro corto, oltre a essere gravissima… Siamo convinti che attraverso le cause che abbiamo già depositato in tribunale e attraverso il lavoro dell’Ispettorato del Lavoro questa aggressione possa essere respinta. Siamo contenti che invece Just Eat abbia deciso di percorrere un’altra strada, portando la sua società dentro l’alveo della regolarità”.

Una sentenza rivoluzionaria

food delivery

– Perché è stata così importante la sentenza di Torino?

“Le scelte legislative del governo dell’anno scorso nascono da una sentenza storica, quella dei rider di Foodora che impugnavano il loro contratto. La sentenza del Tribunale di Torino su questo ricorso ha avuto un iter lungo ma si è concluso con la decisione della Cassazione, che è stata resa pubblica nel gennaio 2020, e che ha decretato che a questi lavoratori andava applicata la disciplina del lavoro dipendente. Quindi non solo devono essere quantomeno collaboratori continuativi, ma devono avere i diritti del lavoro dipendente, quindi un contratto nazionale di riferimento, ferie, contributi, tutto quello che è previsto per un dipendente. Una sentenza rivoluzionaria alla quale si era agganciata anche la legislazione”.

– Qual è in questo momento il vostro obiettivo?

Per noi adesso il tema è applicare la legge e la sentenza. E la circolare degli ispettori spiega in maniera chiara che questi sono lavoratori a cui va applicata la disciplina del lavoro dipendente, perché sono lavoratori che anche se possono lavorare per più piattaforme o avere una certa autonomia nella scelta degli orari, o anche rifiutare alcune consegne, sono lavoratori – dicevo – che non si organizzano certo da soli, l’organizzazione del loro lavoro gliela fa una app, che decide chi deve andare, quando, che tragitto deve seguire eccetera. Le app controllano i lavoratori, conoscono i dati sensibili del loro telefono, se rifiuti una chiamata ti penalizzano e avrai meno opportunità di lavoro: c’è un controllo del lavoro ferreo. Spacciare questo per lavoro autonomo per i tribunali non va bene, pertanto siamo convinti che l’accordo dell’UGL è fatto in barba alla legge, e dunque può essere invalidato attraverso l’azione legale che stiamo portando avanti. La nostra speranza è che queste società prima o poi si decidano ad aprire un tavolo con noi per discutere, ma anche se non lo facessero andremo avanti per far rispettare la legge con le azioni legali”.

Un altro modello è possibile

Rider-Justeat

– La notizia che Just Eat intende riconoscere un contratto ai lavoratori testimonia per altro che queste società possono sostenere questi costi.

Tieni presente che queste società prendono dai ristoratori anche il 35% del prezzo del bene che vendono, loro prendono il 35% dai ristoratori, e il costo della consegna poi lo paga il consumatore. Senza contare il valore dei dati dei consumatori, perché noi sappiamo che questi dati saranno funzionali per costruire un modello di proposta fatto su misura. Non ci credo quindi che non sia possibile garantire le tutele fondamentali che tutte le aziende devono garantire in questo Paese. Siamo contenti della scelta di Just Eat, testimonia che questa cosa si può fare, Just Eat l’ha fatta secondo noi anche sulla base delle mobilitazioni che abbiamo messo in campo, e anche sulla base del modello che ha indicato la società madre, perché Just Eat è stata acquisita da Take Away qualche mese fa. Take Away è una società olandese il cui proprietario ha più volte detto che intende perseguire un modello più rispettoso dei diritti dei lavoratori, tant’è che in Olanda e in Germania già hanno dei contratti di lavoro dipendente”.

– Flessibilità compresa?

“Sì, con la flessibilità dovuta, perché siamo i primi a sapere che questo lavoro può essere fatto anche da tipologie di lavoratori che hanno interessi diversi, è chiaro che c’è lo studente che vuole farlo nel tempo libero, che ha bisogno di scegliersi gli orari, c’è chi lo fa part time, ci sono i doppio-lavoristi, e poi c’è anche chi lo fa per quaranta o cinquanta ore settimanali. Il fatto che Just Eat voglia perseguire il rispetto della legge e dei diritti fondamentali dei lavoratori, sempre però mantenendo quella flessibilità che è caratterizzata da questo mondo del lavoro, io la trovo una scelta intelligente. Noi siamo contenti, ma ci aspettiamo e speriamo che Just Eat voglia aprire un dialogo con il sindacato, perché al momento questa cosa non c’è stata, noi abbiamo un insediamento importante dentro Just Eat, in particolare nel territorio di Firenze, abbiamo molti lavoratori iscritti, abbiamo organizzato un’elezione del rappresentante sindacale, abbiamo provato ad aprire un’interlocuzione con Just Eat che finora è stata difficoltosa, dovuta anche alla loro scelta del lavoro autonomo, ma speriamo che questa svolta ci consenta di aprire un dialogo costruttivo per dimostrare che un altro modello è possibile”.