di Giovanni Puglisi 31 Agosto 2020
Ristorante Il Porticciolo a Acireale

Ogni volta che torno in Sicilia vado a fare scorta di iodio e omega tre sfruttando un carniere di posti sicuri, come il Ristorante Il Porticciolo di Acireale, dove so che il pesce è il mio pesce e le nuove memorie saranno all’altezza delle antiche (quando nonno sceglieva dal banco le ricciole e i saraghi, controllava occhi e branchie, indovinando dalle maculature sottopancia se fossero locali o d’altura atlantica), e tutto un bestiario di conchiglie e molluschi sarà a disposizione dell’arsenale di cotture semplici tipiche di questo genere di ristoranti: crudo, bollito in insalata, arrosto, frittura.

Vedete, quasi dieci anni vivo a Roma, e forse solo una o due volte sono andato a mangiare “il pesce”, inteso come pranzo esclusivamente di mare consumato in ristorante sul mare. Perché sono siciliano e cresciuto in Sicilia, e questo comporta standard alti e ricordi accesi in materia ittica; un confronto che è difficile reggere.

Tutto mi sembra pallido e poco vivido rispetto al sole e al mare della Trezza (sì, u’suli, u’ mari, è una retorica che mi prende e mi scuote) e tutti i banchi del pesce scarni e insipidi rispetto ai fondali di scoglio jonici, alle triglie di sabbia e alle telline del litorale catanese.

Uno degli approdi sicuri dell’Isola, dicevo, è Il Porticciolo, a Capomulini, frazione di Acireale articolata come un lungomare divenuto, negli anni, una sequela senza soluzione di ristorantini affacciati sull’acqua. Alla fine del lungomare, quando la strada ricurva per tornare verso l’interno voltandosi all’Etna, l’affaccio si slarga in uno spiazzo che apre su un piccolo porto turistico.

Il locale

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Il ristorante è ampio e luminoso. Agé ma con classe, è stato rinfrescato nel tempo in modo da preservare la sua grazia da anni Settanta e Catania da bere, ma senza invecchiare. Un banco del pesce imbandito di ogni genere di bellezza accoglie all’ingresso, la sala principale si accende di vetrate ariose che guardano il mare.

Il servizio è cortese e anche lui un po’ agé, sveglio e reattivo come vuole la costituzione isolana, non brillante per modernità ma del tutto a disposizione del cliente e delle sue esigenze.

Il menu e i prezzi

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Come in tutti i ristoranti di questo genere, il menu è indicativo e abbastanza superfluo: la modalità di ordinazione generalmente convenuta comporta la scelta diretta dal banco in base alle disponibilità del giorno. Si contano sulla carta comunque una quindicina di antipasti, che spaziano dai piatti individuali (sauté, impepate, insalate di polpo e mista di mare a 6€) al coquillage speciale venduto al pezzo (ostriche a 2,5€ cadauna, ricci a 0,5 euro), fino ai frutti di mare misti venduti al kilo (30 euro/kg). Menzione speciale per gli “occhi di bue”, patelle del genere Haliotis, piccoli abaloni rinomatissimi per i palati del litorale etneo (90 euro al kilogrammo).

Seguono una selezione di primi (dagli 8 ai 18 euro delle preparazioni più esclusive, all’astice o coi ricci) e una piccola offerta di secondi piatti, che bisognerebbe ignorare per intero puntando esclusivamente sul pescato del giorno da preparare a piacimento (all’acqua pazza, al sale, alla brace, 50 euro al kilo) o sui crostacei vivi (aragoste, astici, magnoselle, granchi: 100 euro al kilo).

Da bere, una cantina inusualmente ampia e ricca di spunti naturali, scelta sorprendente in un territorio e per un modello di ristorazione che di questo genere di opzioni è sostanzialmente vergine; con bottiglie di pregio e chicche per intenditori sia locali che italiane ed estere (principalmente Francia, dagli champagne ai grandi rossi).

I piatti

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Se sapete scegliere, ignorate gli avvisi di “prodotto congelato” presenti sulla carta: il polpo verace dell’insalata di mare deve essere vivo. Sarà lessato al momento, e si porterà un sapore di scoglio trascendente.

Fronte crudi, affondate i denti nella callosità scrocchiante dell’occhio di bue, con i suoi sentori abissali e di onda che sfrange, smorzati dal bagno in olio e peperoncino.

Il gambero di nassa, appena marinato, si scioglie contro il palato rievocando la crema pasticcera.

Nel gran misto di crudi, ostriche a dire il vero trascurabili incontrano fasolari incredibili, vongole veraci e la delizia di frangipane delle introvabili mandorle di mare. Una spremuta di limone e via, a godere come si fosse nella Parigi dell’Ottocento.

Gustosi seppur non carichissimi o particolarmente grandi i ricci, che avrebbero supplicato d’essere impiegati a servizio di una linguina anziché mangiati da soli.

Ovviamente non locali, ma di nuovo stupefacenti per il solo fatto di essere presenti in un ristorante della costa siciliana, i percebes galiziani; con gusto e consistenza a metà tra l’astice e la vongola, e persistenti sentori fungini.

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Magistrale la frittura di paranza, con masculini, calamari freschi, croccantissimi capputteddi (seppioline) e triglie dolciamare: asciutta e croccantissima, viva di mare, da mangiare intera senza scartare teste o lische. Mancano purtroppo nel giorno della visita i pettini, pesci pettine, dalla livrea iridescente (oscillante tra il rame, l’azzurro acceso, il verde, il violetto) e dalle carni burrose e bianche; che per la frittura mista costituiscono proverbiale morte sua.

Fronte primi, imperdibili le linguine con ricci di mare (eccole!), bilanciate, con il gusto ricco e dolciastro delle echinidee di origine mediterranea in evidenza. Il riccio mediterraneo risulta privo del finale amaro anche intenso che connota alcune varietà oceaniche, atlantiche e pacifiche: la polpa è mantecata sapientemente, senza picchi di sapidità e con consistenza perfettamente vellutata, ad ammantare purtroppo una pasta Ho.Re.Ca. di qualità abbastanza generica.

Ottime anche (al netto della pasta in sé, ovviamente anche in questo caso trascurabile) le linguine con gambero rosa, occhi di bue saltati e salicornia; ove l’amalgama delle consistenze del crostaceo e dei molluschi accompagna la camicia d’amido risaltando nella croccantezza accennata, e nel salino verde, dell’asparago di mare.

Chiusura in dolcezza con bicchieri di zibibbo e biscotteria secca tipica, offerti dalla casa.

L’opinione

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Il Porticciolo è un indirizzo solido per chi voglia mangiare “il pesce” nel catanese, come un catanese. Archetipo del ristorante di mare della costa Est siciliana, presenta rispetto alla media dei ristoranti concorrenti maggiore ampiezza e attenzione nella selezione della materia prima ittica, competenza più solida nel trattarla in cucina, unite a un buon servizio e a una cura della cantina del tutto atipica.

In generale, il ristorante è capace, a prezzi più che giusti, di compiere un passo avanti nel percorso di adeguamento della tradizione della ristorazione marittima etnea agli orizzonti contemporanei dell’ospitalità e della cucina; senza per questo stravolgere stilemi consolidati nel tempo che costituiscono un patrimonio gastronomico e antropologico irrinunciabile.

Informazioni

Indirizzo: Lungomare Mario Martinez 10, loc. Capomulini, Acireale (CT)

Sito web: www.facebook.com/pages/Il-Porticciolo-Capomulini

Orari di apertura: Tutti i giorni 12.15-15 e 19.15-00. Chiuso il Martedì.

Tipo di cucina: piatti di mare

Ambiente: elegante e vecchio stile

Servizio: informale ed efficiente

Voto: 4/5