di Marco Pistagnesi 1 Marzo 2020
mao hunan a milano

La nostra recensione di Mao Hunan, ristorante cinese a Milano dal carattere forte, con un menu che spazia tra piatti estremi e piccanti dell’Hunan a proposte più semplici. Esiti buoni per questo posto dalla forte personalità. 

No piccante, no rivoluzione!”, recita uno dei tanti aforismi che popolano il menu del ristorante Mao, nella metà sinistra di ogni pagina, mentre l’elenco lunghissimo e variegato delle portate si dipana sul lato destro. Che siano inventati, presi da qualche scritto di Confucio o forse da un gazzettino settimanale pechinese della sinistra studentesca di protesta (ma no, quelli non esistono…), poco importa. La rivoluzione la fa il peperoncino: non la falce né il martello.

Il cibo — in questo caso un ingrediente identitario della regione dell’Hunan – definisce e veicola i valori fondanti di un popolo meglio della politica? O forse è solo leggera, scanzonata ironia? Un solletico irriverente all’elemento austero e irregimentato della cultura cinese, proprio come fa il rosso cornetto con le nostre papille?

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Da Mao Hunan va in scena una continua rappresentazione spiritosa e lieve dell’universo culturale cinese, fatta di dettagli sottili e di apparenti dicotomie che la lente di indagine gastronomica risolve e illustra con disinvoltura. L’estetica di regime, richiamata dalla sobrietà e austerità degli interni, è subito bonariamente ridicolizzata già a partire dal menu, in una tensione continua tra il faceto e l’autentico, verace rigore che è la cifra definitoria di questo ristorante. Dunque il menu è un libretto che inizia con i suggerimenti gastronomici di Mao, mica con i suoi famosi aforismi politico-esistenziali.

Il menu, i prezzi, i piatti “consigliati da Mao”

mao hunan a milano

Le costine di maiale croccanti in spezie sono una deliziosa specialità (9 euro). Tra le altre spiccano la pancetta brasata (il piatto preferito dal “quattro volte grande”, leggenda vuole) e le zampette di maiale piccanti (entrambi 9 euro).

La grafica del menu mi fa pensare all’immaginaria cartelletta contenente l’ordine del giorno del politburo comunista in sessione plenaria, come lo vediamo a volte in TV nelle immagini di regime, nella grande sala satura di atmosfera minacciosa e solenne. E il presidente, aperto l’opuscolo, inizia a declamare non già le gravose e impellenti necessità della Repubblica Popolare, o la grandezza e magnanimità del partito comunista, bensì l’antica ricetta di pancetta stufata, la pentola di granchio, e la testa di pesce…

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Quindi il cibo, come veicolo di indagine culturale efficace e duttile, ci consente agevolmente di addentrarci in una cultura attraverso i suoi piatti, in modo ironico e comprensibile, senza rischio di invischiarsi in inappropriate controversie o contrapposizioni. Allora il piccante, simbolo gastronomico della Cina dura e pura, delle tradizioni culinarie più profonde e radicate, è anche elemento frizzante e giocoso che ci permette un contatto diretto con quel mondo. Un contatto edonistico, viscerale, ma non per questo meno significativo. Un ingresso a-strutturale, privo dell’intervento di categorie analitiche e culturalmente mediate.

In questo generale inquadramento ludico e leggero, da Mao Hunan ci si concede anche qualche riferimento autoironico al cliché cinese anni ‘80, falsato ed edulcorato, fatto di ricette semplici per un pubblico all’epoca novizio. In carta, affianco a estremismi vari, compaiono anche rassicuranti bocconcini di pollo allo zenzero (8 euro) o con arachidi (7 euro). Buoni, semplici, ben cucinati e più che godibili.

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C’è poco da filosofeggiare sui ravioli, basti dire che a mio avviso sono tra i migliori di Milano per la qualità della pasta, setosa e adeguatamente viscida, disponibili in molte varianti come in brodo piccante del Sichuan e con verdura gamberi e uova (entrambi 6 euro).

Tra i piatti meno estremi ma ben realizzati il riso saltato in salsa di tempeh (5 euro), le striscette di manzo al pepe (8 euro), le capesante al vapore con spaghetti di riso (2,5 euro l’una).

I fagottini di melanzane in salsa della casa (7 euro) sono un tripudio di sapori semplici e goderecci anche se gravate da una frittura un po’ pesante.

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Secondo alcune teorie antropologiche, una cultura sviluppa preparazioni e ricette estreme come strumento di distinzione e differenziazione dalle altre; come caratterizzante elemento identitario attraverso l’impiego di sapori unici, inequivocabili, probabilmente disgustosi agli altri. Se questo è vero, allora l’identità forte e unica della Cina da Mao Hunan è messa sul piatto dalle “specialità che non sceglierà mai (ma le mettiamo ugualmente)”, elencate a fine menu. Le già citate zampette golose di maiale, ma anche le “chips” di intestino fritto e la testa d’anatra con pepe di Sichuan (entrambi 7 euro). Per dovere di cronaca, la carta dei vini è convenzionale e semplicemente funzionale al pasto, come comunemente accade in questo tipo di ristoranti. Prezzi adeguati, anche sulle bevande.

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Da Mao Hunan si scherza con leggerezza sulle varie facce della cultura cinese con intelligenza, arguzia, e buon esito culinario. Dopo aver introdotto la serata, nella sua versione pop warholiana a inizio menu, a salutarti sulla via dell’uscio c’e ancora lui, Mao, ritratto sulle pareti in veste questa volta più austera e sobria.

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Informazioni

Mao Hunan

Indirizzo: via Nicola Antonio Porpora 5, Milano
Orari: aperto tutti i giorni pranzo e cena
Sito web: mao-milano
Tipo di cucina: cinese della regione dell’Hunan
Ambiente: informale, chiassoso ma divertente
Servizio: molto sbrigativo ma simpatico

Voto: 3,9/5