di Valentina Dirindin 9 Marzo 2020
Ristorante Del Cambio

Torino chiude. Il Coronavirus abbassa le serrande dei ristoranti, anche di chi non è tenuto a farlo. A dir la verità, stante l’attuale Decreto, nessuno deve chiudere, al netto dei pub. Quelli sì che devono sospendere totalmente la loro attività, fino al 3 aprile, e in tutta Italia (a livello pratico la decisione è riservata ai singoli gestori: considerando che non esiste la classificazione “pub”, i pub sono aperti come “bar” o “ristoranti”).

I ristoranti, invece, devono rispettare misure ben precise: in quelle che abbiamo imparato a chiamare “nuove zone rosse” devono fermare il servizio dalle 18 alle 6 del mattino e in tutta la Penisola, comunque, devono assicurarsi che i clienti mantengano la distanza di sicurezza anti-contagio: un metro di distanza.

Eppure, anche al di fuori della “zona rossa”, della Lombardia e delle 14 province più colpite dal Coronavirus, i ristoranti chiudono. Molte le variabili in gioco, e non si parla soltanto della diminuzione di clientela. I problemi, al di là delle misure precauzionali, sono molti. Quanti posti sono davvero in grado di mantenere le distanze di sicurezza che impone il Governo? E quanti sono in grado di farlo (riducendo dunque i coperti a disposizione dei clienti) senza che la loro attività diventi improvvisamente antieconomica?

Ma soprattutto: che ne sarà di noi? No, non è una domanda catastrofista, ma è la preoccupazione di molti imprenditori. Quanto ci vorrà prima che le “zone rosse” vengano allargate? Pochissimo, pare, in Piemonte. Poco, si presumerebbe, anche altrove. Vale dunque la pena approvvigionarsi con nuove scorte alimentari, quando tutto potrebbe cambiare in peggio da qui a poco? Probabilmente no. È per questo che molti preferiscono, a oggi, far fuori quel che hanno per poi aspettare tempi migliori.

Torino si sente zona rossa

Spazio 7, Torino

Un discorso assai sentito in Piemonte, regione che l’Ordine dei Medici raccomanda di confinare in toto, e in particolare a Torino, dove fino a pochi giorni fa non mancavano le campagne (comprese quelle degli chef stellati) per provare a mantenere la normalità delle cose. Non gliene facciamo una colpa, sia chiaro: la situazione – e la percezione della situazione – si evolve con una velocità tale che ognuno di noi commette quotidianamente quelli che, dopo appena 24 ore, sembrano grandi errori di valutazione.

Così, nella Torino che potrebbe servire pranzi e cene, purché serviti tra tavoli debitamente distanziati, chiude fino a data da definirsi il Ristorante Del Cambio di Torino (e con lui tutti gli spazi aperti al pubblico, compreso il Bar Cavour al primo piano), simbolo della Torino più nobile, più storica, più sabauda. Chiude il Ristorante La Credenza, una stella Michelin alle porte della città (e di nuovo, porta con sé gli altri locali del gruppo: Casa Format e SP143).

 

La lista degli stellati che decidono di fermarsi per un po’ (anche se, lo ricordiamo ancora una volta, teoricamente potrebbero tenere aperto) si allunga di ora in ora: si aggiunge anche Spazio 7, il ristorante all’interno della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.

mercato centrale torino

Pause forzate un po’ a tutti i livelli: cede anche Bricks, pizzeria molto attiva in città (e fino a poco tempo fa molto proattiva nel cercare di superare la situazione nel migliore dei modi), che non potendo garantire la somministrazione in totale sicurezza si limiterà al servizio di Delivery. Chiude i battenti anche il Gran Bar, storico ritrovo dei giovani “bene” di Torino, in piazza Gran Madre.

Poi Vale un Perù, IL ristorante di cucina peruviana torinese, e Mercato Centrale, la food hall di Porta Palazzo aperta la scorsa primavera.

Oh Crispa, tempio torinese dei ravioli cinesi, annuncia su Facebook il suo periodo di stop, e fa altrettanto anche Affini, cocktail bar con ristorazione che pure si era schierato in prima linea per dare forza ai locali e ai clienti, promuovendo anche una campagna locale per ridimensionare la paura. Serrande giù anche per Unforgettable, una delle aperture più chiacchierate dell’anno scorso, lo show-table di Christian Mandura: in questo caso il decreto mina l’essenza stessa del format, che prevedeva un unico tavolo condiviso tra una manciata di commensali, e lo chef che portava in scena per loro una performance culinaria dal vivo. Si fermano i ristoranti macina-coperti di Piero Chiambretti: Arcadia, Porto di Savona, Birilli, Fratelli La Cozza, Sfashion Cafè si prendono – si legge sul sito internet del gruppo – una pausa, dopo 33 anni di ininterrotto servizio.

edit-torino

A Torino chiude anche Edit, il polo del mangiare condiviso: e loro, pure, gli spazi per garantire le distanze di sicurezza li avrebbero, anche se dovrebbero rinunciare al bancone che fa di questo luogo anche una birreria. “Essendo EDIT un luogo di aggregazione vivo e interconnesso, per garantire al meglio la sicurezza dei nostri clienti, della nostra città e del nostro personale, scegliamo di chiudere i nostri spazi e rimandare tutte le attività in ottemperanza al nuovo decreto. Con la speranza di riaprire i battenti quanto prima, ci salutiamo fino a nuova data”, scrivono sulla loro pagina Facebook. Stesso discorso per Open Baladin, il grande pub-ristorante di Piazza Valdo Fusi dedicato alla birra artigianale (altro locale che non avrebbe problemi a garantire le distanze tra i clienti, pur dovendo rinunciare al servizio al bancone) chiude, da questa sera, fino a data da destinarsi, “in attesa di nuove disposizioni e sviluppi”.  Lambìc, terzo grande polo della birra artigianale torinese insieme a Edit e Open, chiude dopo aver tentato di adeguarsi alle nuove norme. “Ci siamo resi conto che non ci è possibile lavorare garantendo la sicurezza dei nostri clienti e dello staff. A malincuore, chiudiamo il locale in attesa di nuovi sviluppo”: si legge da pochi minuti sulla pagina Facebook del risto-pub.