di Chiara Cavalleris 17 Ottobre 2018
ana ros piatto

Intolleranti alle intolleranze, prevenuti e vagamente diffidenti: gli chef devono averne beccate di fregature dai clienti per risultare così, quando ci decidiamo a rompere il maialino di porcellana per sporcare le loro griffate posate.

Succede in molti ristoranti, che il momento della prenotazione diventi un vero supplizio per l’avventore, specialmente da quando i cuochi sono trattati alla stregua delle pop-star. Forse dovremmo smettere di chiedere loro dei selfie, che dite?

[Come Ana Roš, slovena, è diventata la chef migliore del mondo]

[Perché Ana Ros, la chef migliore del mondo, ha detto no a Masterchef]

Torniamo sul discorso in onore di Hiša Franko, il ristorante sloveno (a Caporetto) della ultra-talentuosa Ana Roš, migliore chef donna del mondo nel 2017 (secondo la 50 Best Restaurant), nonché prima cuoca protagonista di Chef’s Table – quel gran bel programma di Netflix – che disse di no a Masterchef – quell’altro programma, de no’ altri, prodotto da Sky – in virtù di lavoro e famiglia.

Insomma, lungi da noi criticare la chef. Epperò, non possiamo non condividere con voi la bizzarra mail di prenotazione sopraggiunta alla nostra casella postale, da parte di un cliente molto divertito.

Dopo aver concordato giorno e ora della cena, arriva la lettera con tutte le specifiche:

Tralasciate l’italiano, telegrafico quando la grammatica dice bene, per concentrarvi sul primo messaggio della lunga missiva: non azzardatevi a non presentarvi (dicesi “no show”) o vi verrà sfilata la cifra equivalente all’intero menù degustazione, direttamente dalle tasche. E non pensate di ammalarvi qualche giorno prima del vostro viaggio in Slovenia.

[No Show: paghereste 50 € al ristorante se prenotate ma non andate?]

Sulle modalità di disdetta non tergiversiamo: pare di stare su Booking.com, ma almeno lì si va a risparmiare.

E come fa, lo staff di Ana Roš, a prendere il denaro dei maleducati che danno buca?

Con i dati della carta di credito, conditio sine qua non della prenotazione, che dovete comunicare entro 72 ore, pena la perdita del diritto al tavolo (e non crediate sia facile acquisirlo).  Se chiederli appare normale, al giorno d’oggi, meno consueta è la mora per i ritardatari sotto forma di piatti sottratti. “Ci riserviamo il diritto di modificare il numero delle portate mantenendone inalterato il prezzo”, dicono.

Mi immagino uno scketch del genere: “Il signore è arrivato in ritardo? Molto bene, mi porga il cappotto che le vado a bidonare le amuse bouche”.

Segue un grattacapo da risolvere in fretta, o “almeno una settimana prima” del vostro sudato pasto: le restrizioni alimentari non combinabili.

Premessa: ogni volta che “date una lista di restrizioni (allergiche o dietetiche), rendete il loro lavoro più difficile e soprattutto limitate il vostro piacere a tavola” e cioè fate del male a voi stessi e agli altri, come quando tenete il rubinetto aperto più del dovuto. Quindi siate restrittivi proprio se ne necessario, tenendo presente che non vi sarà garantita la “stessa esplosione di gusti”.

L’elenco puntato delle paturnie possibili è lungo; non tutti i ristoratori sono pronti ad assecondarne tante. A leggere bene la lista sorge spontaneo un dubbio, però: una donna in gravidanza non può essere celiaca? Perché le restrizioni, stando al diktat, non possono essere combinate.

Tutto molto buffo, con tocco da maestro finale: la maniera contrita, sottesa al testo e poi palesata in ultimo (per non sbagliarsi) con cui il ristorante ci comunica che il cliente vegetariano non è il benvenuto.

Il menù può essere modificato per “pescetariani” o per quelli che invece mangiano solo carne (i famosi “carnariani”, suppongo), ma, anche qui, le due scelte non si possono sovrapporre. Niente “vegetariani (senza pesce)” – insomma, i veri vegetariani -, per non parlare dei vegani: rimarrebbero all’ingresso, insieme alle donne in dolce attesa intolleranti al lattosio.