di Anna Silveri 20 Marzo 2018

Un’innovazione che ha avuto successo, ecco cos’è il Trapizzino. Che poi è la definizione di “classico”, ha spiegato la scrittrice Camilla Baresani parlando sul Corriere del triangolo di fragrante pan pizza, imbottito con sugosi alimenti romaneschi.

Pollo alla cacciatora, broccoli e salsiccia, lingua in salsa verde, coratella con carciofi, polpetta al sugo, caponata di verdure, misticanza, bollito, picchiapò (lesso di manzo ripassato nel sugo di pomodoro e cipolla).

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Il succulento street food contemporaneo che costa 4 euro, inventato dieci anni fa dal pizzaiolo romano Stefano Callegari (obbligatoriamente) a Testaccio, dopo i diversi punti vendita romani, e perfino uno nel Lower East Side a Manhattan, è sbarcato da poco a Milano, in via Marghera 12.

“Sentiamo il richiamo della capitale morale” ha raccontato Callegari a Zita Dazzi su Repubblica, che detta da “un romano de Roma”, è un’espressione forte.

L’inventore del Trapizzino non è il solo romano che ha sentito il richiamo di Milano.

Romoletto, che ha aperto da qualche giorno in Corso di Porta Ticinese 14, a due passi da Duomo, è pronto a trasformare lo sfizio da strada romano in tendenza meneghina.

La romanità di Romoletto ha il sapore della pizza bianca, semplice e alla pala, farcita al momento con broccoletti, cicoria, scarola, le tipiche verdure romanesche.

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Tradizione sì, ma alleggerita dalla lievitazione lunga 48 ore e da un elevato grado di idratazione (85%) che rende la pizza leggera, di facile digestione, con la superficie dorata e irregolare.

Accanto alla pizza un altro grande classico dell’urbe: il supplì al telefono. La classica polpettina dalla forma allungata nelle varianti al ragù, al sugo o cacio e pepe, farcita con mozzarella filante che ricorda il filo dei vecchi telefoni (da cui il nome) e avvolta da una panatura rustica e grossolana.

Ma a tutelare l’immagine collettiva dei romani che sbarcano sui Navigli ci pensa da qualche tempo un altro storico ristorante della capitale, Felice al Testaccio, inaugurato nel 1936 e reso celebre da Felice Trivelloni, uno che faceva tutto.

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Lui era il proprietario, l’amministratore, il cuoco, il cameriere e il lavapiatti. Non c’era insegna all’esterno, i tavoli erano in formica, le luci al neon. Famoso il vezzo di allontanare i clienti anche se il locale sembrava vuoto, in realtà erano tavoli prenotati dagli abitanti del quartiere. Ma il posto per operai o muratori lo trovava sempre, il comunista Felice.

Per trovare posto nella succursale milanese di via del Torchio, 2, tra squarci di eleganza architettonica meneghina, sussulti di movida ed echi di mondanità esibita con garbo, conviene prenotare.

Perché c’è la fila di milanesi che riservano anche con giorni d’anticipo un tavolo per la cena.

Cinzia, 25 anni, nipote di Felice il fondatore, riconosce che Milano ormai è la vera capitale italiana, anche se per i romani resta una cosa difficile da dire, e aggiunge che ai milanesi piacciono i sapori della tradizione sabina di una volta, piacciono inevitabilmente i cremosi tonnarelli cacio e pepe, complice il mitico tonnarello del pastificio Gatti Antonelli, che rifornisce la trattoria dagli anni ’50, e piace lo stile casareccio dell’osteria, pur con un tocco di classe in più.

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Una piazza, quella milanese, che era affollata di insegne romane già prima della recente invasione. Da 19 anni, in via Muratori 10, c’è Giulio Pane e Ojo, che dagli iniziali 30 posti a sedere è arrivato ad averne 160 con varie sale nuove, spiega Repubblica, per accogliere un pubblico entusiasta e sempre in crescita.

Anche qui, se non prenoti con giorni d’anticipo, in particolare nel fine settimana, una pasta alla gricia fatta come si deve e le puntarelle col ricciolo come solo a Trastevere, te le puoi scordare.

[Crediti | Corriere Milano, Repubblica]