di Chiara Cavalleris 7 Gennaio 2019
edit-torino

Un ristorante che non va è soltanto un altro ristorante che non va. Ma se non va un ristorante strombazzatissimo, per la sfarzosa ristrutturazione come per le rinomate collaborazioni, allora aspettatevi tanto rumore.

Accade a Torino, dove due ristoranti dalle grandi aspettative –Piano 35 e Edit– hanno chiuso o si apprestano a vivere un profondo ripensamento.

Tutto ciò in controtendenza con lo scintillante 2018 del capoluogo piemontese: tre nuove stelle Michelin distribuite tra Spazio 7, Carignano e Cannavacciuolo Bistrot, l’apertura di Condividere, che ha generato molto entusiasmo, e la fortunata idea di Snodo, all’interno delle Officine Grandi Riparazioni.

[Torino: 18 ristoranti senza rivali nel 2018]

[Condividere: com’è mangiare nel ristorante più divertente di Torino]

Ma visto che non tutto va a gonfie vele nella Torino della bistronomie ultra chic, delle belle piole e dei ristoranti storici, torno su Piano 35 e Edit.

PIANO 35

Ristorante Piano35

La prima brutta notizia potreste già conoscerla: “Piano 35”, il ristorante a 150 metri d’altezza nel grattacielo San Paolo, è chiuso da qualche giorno. Chiuso pure “Piano 37”, lo splendido cocktail bar con vista sulla mole (peraltro piuttosto frequentato).

Che il successo non fosse stato raggiunto era chiaro da tempo. In due anni si sono passati il testimone ben tre chef, fino ad arrivare a Marco Sacco, due stelle Michelin per il Piccolo Lago di Verbania, che ha proseguito il lavoro della cucina torinese fino al 31 dicembre.

Poi, come annunciato a Repubblica da Enrico Salza, presidente di Intesa San Paolo, si è interrotto il contratto con il gruppo Cir Food, che gestiva bar e ristorante. Troppe perdite, ha spiegato Salza, facendo capire quello che un po’ mi aspettavo: le spese sono tantissime per un’impresa così ambiziosa, ma lì i conti facevano proprio acqua.

Ristorante Piano35

“Intesa non aspira certo a generare grandi profitti da bar e ristorante, ma vogliamo avere almeno un po’ i conti in equilibrio”, ha detto Salza, aggiungendo che pensa di riaprire entro i prossimi tre mesi, e che cercherà di convincere chef Sacco a diventare lui stesso il futuro imprenditore.

EDIT

Noti dolenti anche per un progetto dal respiro internazionale, che si pensava, forte degli investimenti dell’ex banchiere Marco Brignone, avrebbe dato lustro all’intera città. Ristrutturazione capillare, collaborazioni prestigiose, grande spazio polifunzionale, articoli ammiccanti su ogni testata gastronomica esistente.

Giusto per rinfrescarvi la memoria: per fare EDIT si sono messi insieme i lievitati di Renato Bosco, i piatti vegani di Pietro Leemann, i “kitchen-drink” del Barz8, notissimo cocktail bar torinese. È stato costruito un micro-birrificio con 19 vie di birra artigianale e a cucinare nell’ Edit Restaurant by Costardi Bros sono stati chiamati proprio loro, i fratelli stellati di Vercelli.

Tutto sdoganando la figura del critico gastronomico/consulente, nei panni di Paolo Vizzari, figlio di Enzo Vizzari (alias, il direttore della guida ai ristoranti de L’Espresso).

Se fare ristorazione di pregio al trentacinquesimo piano di un grattacielo può sembrare un’impresa per varie complicazioni logistiche, immaginate cosa significa riempire un edificio da 2000 metri quadri come quello di Edit in Barriera di Milano, una zona di Torino che con un eufemismo potrei definire poco avvezza al lusso gastronomico.

Ebbene, i Costardi Bros non ci saranno più. I rumors circolavano da tempo, ma la conferma è arrivata dalle pagine de La Stampa: “da settimane sono annunciati scossoni o ripensamenti come l’addio dei Costardi Bros”.

Che erano i più coinvolti nella compagine di Edit, diversamente da collaborazioni esterne come quella di Renato Bosco.

Insomma, da metà gennaio i torinesi che andavano da Edit per provare la cucina dei Costardi non la troveranno più (e non si sa ancora chi li sostituirà).

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AGGIORNAMENTO: Proprio oggi è stato annunciato e riportato da Repubblica che il nuovo chef dell’Edit Restaurant sarà l’emiliano Matteo Monti (classe ’79), ex cuoco al Combal.Zero di Rivoli come di tanti altri, e che da lui dobbiamo aspettarci una cucina “senza tempo”, ma anche “rock”. Vi faremo sapere.
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Nel frattempo, dal sito ufficiale sono sparite le video presentazioni sia di Leemann che dei barman.

Punto i miei cinque spicci su un cambiamento radicale anche nella cucina vegan, se continueranno a farla, e nel settore mixology.

Edit vuole ridimensionarsi? Forse ha puntato troppo in alto, con un format non proprio chiaro e in una zona difficile. È possibile che i nomi altisonanti costassero troppo e gli scontrini, a conti fatti, fossero pochi.

Se per il cronista de La Stampa “Edit ha bisogno di tempo”, vorrei provare a essere più chiara: dentro Edit si ha l’impressione di essere in un (bellissimo) pub, con una scelta rara di birre in bottiglia, tre ragazzi preparati e appassionati dietro il bancone (Loris Mattia Landi, Marco Cerino e Davide Bereny) e una proposta gastronomica troppo costosa per la zona.

Parliamo di una mega-struttura molto chic con tante identità e nessuna così approfondita da convincere i torinesi a spostarsi, spendendo un po’ di più.

Va da sé che faccio il tifo per Edit, perché mi piace la birra artigianale e altrimenti a Torino ci sarebbe un posto in meno su cui contare. Speriamo che ad affiancare la Edit brewer, oltre al bar con le dolci monoporzioni, al momento poco popolato, arrivi qualcuno capace di colmare i vuoti lasciati.

[Crediti |Repubblica; La Stampa]