A Torino chiude Piano 35 e pure EDIT non si sente troppo bene

Un ristorante che non va è soltanto un altro ristorante che non va. Ma se non va un ristorante strombazzatissimo, per la sfarzosa ristrutturazione come per le rinomate collaborazioni, allora aspettatevi tanto rumore.

Accade a Torino, dove due ristoranti dalle grandi aspettative –Piano 35 e Edit– hanno chiuso o si apprestano a vivere un profondo ripensamento.

Tutto ciò in controtendenza con lo scintillante 2018 del capoluogo piemontese: tre nuove stelle Michelin distribuite tra Spazio 7, Carignano e Cannavacciuolo Bistrot, l’apertura di Condividere, che ha generato molto entusiasmo, e la fortunata idea di Snodo, all’interno delle Officine Grandi Riparazioni.

[Torino: 18 ristoranti senza rivali nel 2018]

[Condividere: com’è mangiare nel ristorante più divertente di Torino]

Ma visto che non tutto va a gonfie vele nella Torino della bistronomie ultra chic, delle belle piole e dei ristoranti storici, torno su Piano 35 e Edit.

PIANO 35

Ristorante Piano35

La prima brutta notizia potreste già conoscerla: “Piano 35”, il ristorante a 150 metri d’altezza nel grattacielo San Paolo, è chiuso da qualche giorno. Chiuso pure “Piano 37”, lo splendido cocktail bar con vista sulla mole (peraltro piuttosto frequentato).

Che il successo non fosse stato raggiunto era chiaro da tempo. In due anni si sono passati il testimone ben tre chef, fino ad arrivare a Marco Sacco, due stelle Michelin per il Piccolo Lago di Verbania, che ha proseguito il lavoro della cucina torinese fino al 31 dicembre.

Poi, come annunciato a Repubblica da Enrico Salza, presidente di Intesa San Paolo, si è interrotto il contratto con il gruppo Cir Food, che gestiva bar e ristorante. Troppe perdite, ha spiegato Salza, facendo capire quello che un po’ mi aspettavo: le spese sono tantissime per un’impresa così ambiziosa, ma lì i conti facevano proprio acqua.

Ristorante Piano35

“Intesa non aspira certo a generare grandi profitti da bar e ristorante, ma vogliamo avere almeno un po’ i conti in equilibrio”, ha detto Salza, aggiungendo che pensa di riaprire entro i prossimi tre mesi, e che cercherà di convincere chef Sacco a diventare lui stesso il futuro imprenditore.

EDIT

Noti dolenti anche per un progetto dal respiro internazionale, che si pensava, forte degli investimenti dell’ex banchiere Marco Brignone, avrebbe dato lustro all’intera città. Ristrutturazione capillare, collaborazioni prestigiose, grande spazio polifunzionale, articoli ammiccanti su ogni testata gastronomica esistente.

Giusto per rinfrescarvi la memoria: per fare EDIT si sono messi insieme i lievitati di Renato Bosco, i piatti vegani di Pietro Leemann, i “kitchen-drink” del Barz8, notissimo cocktail bar torinese. È stato costruito un micro-birrificio con 19 vie di birra artigianale e a cucinare nell’ Edit Restaurant by Costardi Bros sono stati chiamati proprio loro, i fratelli stellati di Vercelli.

Tutto sdoganando la figura del critico gastronomico/consulente, nei panni di Paolo Vizzari, figlio di Enzo Vizzari (alias, il direttore della guida ai ristoranti de L’Espresso).

Se fare ristorazione di pregio al trentacinquesimo piano di un grattacielo può sembrare un’impresa per varie complicazioni logistiche, immaginate cosa significa riempire un edificio da 2000 metri quadri come quello di Edit in Barriera di Milano, una zona di Torino che con un eufemismo potrei definire poco avvezza al lusso gastronomico.

Ebbene, i Costardi Bros non ci saranno più. I rumors circolavano da tempo, ma la conferma è arrivata dalle pagine de La Stampa: “da settimane sono annunciati scossoni o ripensamenti come l’addio dei Costardi Bros”.

Che erano i più coinvolti nella compagine di Edit, diversamente da collaborazioni esterne come quella di Renato Bosco.

Insomma, da metà gennaio i torinesi che andavano da Edit per provare la cucina dei Costardi non la troveranno più (e non si sa ancora chi li sostituirà).

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AGGIORNAMENTO: Proprio oggi è stato annunciato e riportato da Repubblica che il nuovo chef dell’Edit Restaurant sarà l’emiliano Matteo Monti (classe ’79), ex cuoco al Combal.Zero di Rivoli come di tanti altri, e che da lui dobbiamo aspettarci una cucina “senza tempo”, ma anche “rock”. Vi faremo sapere.
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Nel frattempo, dal sito ufficiale sono sparite le video presentazioni sia di Leemann che dei barman.

Punto i miei cinque spicci su un cambiamento radicale anche nella cucina vegan, se continueranno a farla, e nel settore mixology.

Edit vuole ridimensionarsi? Forse ha puntato troppo in alto, con un format non proprio chiaro e in una zona difficile. È possibile che i nomi altisonanti costassero troppo e gli scontrini, a conti fatti, fossero pochi.

Se per il cronista de La Stampa “Edit ha bisogno di tempo”, vorrei provare a essere più chiara: dentro Edit si ha l’impressione di essere in un (bellissimo) pub, con una scelta rara di birre in bottiglia, tre ragazzi preparati e appassionati dietro il bancone (Loris Mattia Landi, Marco Cerino e Davide Bereny) e una proposta gastronomica troppo costosa per la zona.

Parliamo di una mega-struttura molto chic con tante identità e nessuna così approfondita da convincere i torinesi a spostarsi, spendendo un po’ di più.

Va da sé che faccio il tifo per Edit, perché mi piace la birra artigianale e altrimenti a Torino ci sarebbe un posto in meno su cui contare. Speriamo che ad affiancare la Edit brewer, oltre al bar con le dolci monoporzioni, al momento poco popolato, arrivi qualcuno capace di colmare i vuoti lasciati.

[Crediti |Repubblica; La Stampa]

Chiara Cavalleris Chiara Cavalleris

7 Gennaio 2019

commenti (14)

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  1. Moro ha detto:

    “e che da lui dobbiamo aspettarci una cucina “senza tempo”, ma anche “rock”. Vi faremo sapere.”

    Ma quando scrivete cose del genere, non vi vergognate mai mai mai ? La vostra mente non vi lancia un disperato grido d’allarme ?

    1. Chiara Cavalleris Chiara Cavalleris ha detto:

      Caro Moro, ho riportato semplicemente ciò che è stato comunicato in merito alla nuova apertura, come può notare dai virgolettati. Speravo si notasse dal virgolettato che non sono parole mie, in genere è così.

  2. Paolo Vizzari ha detto:

    E il resto delle mille inesattezze piuttosto grottesche presenti nell’articolo da quali virgolettati le hai prese, Chiara? Una volta chi scriveva faceva quantomeno una chiamata di fact-checking, così da evitare d’incorrere in qui pro quo comici: per esempio il fatto che cambi lo chef del ristorante gastronomico e tu analizzi le possibili ragioni della crisi del pub (che invece rimane ben stabile perché fa numeri importanti sia per pubblico sia per riscontri, come facilmente dimostrabile con i bilanci in mano).

    Poi per la gratuita stoccata personale (che poi ti risponderei volentieri per le rime se sapessi almeno chi sei…), io ho smesso di fare il critico gastronomico da più di un anno, e la Guida de L’Espresso edita da mio padre non ha nemmeno incluso EDIT per evitare qualsiasi sospetto di conflitto d’interessi da parte di complottisti e allarmisti come voi. Allo stesso modo in cui Dissapore se prende soldi da un’azienda poi non ne parl…ah no, ops. Quanto coraggio che avete, ragazzi… 😉

    1. ROSGALUS ha detto:

      Parole piuttosto dure.
      Ma il senso dell’articolo non mi pareva ispirato da venature volutamente polemiche.

    2. Chiara Cavalleris Chiara Cavalleris ha detto:

      Ciao Paolo,
      Fa specie sentirsi dire “una volta chi scriveva” da chi fa il critico di ristoranti (pardon, giornalista, perché scrivi ancora, giusto? Quando dici che non sei un critico intendi dire che dei ristoranti scrivi solo bene o che proprio non ne scrivi? Perché io vedo recensioni tue molto recenti su Repubblica) e il consulente. Inoltre non capisco quale conflitto di interessi ci sarebbe stato nell’inserire EDIT all’interno de L’Espresso: hai dato le dimissioni da lì, mi sembra strano che non ci sia, al contrario.

      Non capisco nemmeno il riferimento al pub: è lo spazio di Edit di cui ho parlato meglio e non mi stupisce affatto che sia stabile. Per il resto, credo di poter esprimere la mia idea su un posto liberamente, senza passare dai “fact-checking”. Commentare l’identità di un locale alla luca di grossi cambiamenti non necessita di un contraddittorio e far notare ai lettori che potrebbero esserci ulteriori collaborazioni in discussione, oltre ai Costardi, non necessita di una versione ufficiale da parte di chi il posto lo gestisce o lo comunica. Per quanto riguarda la pubblicità su Dissapore non so che dirti, i pubbliredazionali sono dichiarati e i banner sono banner. Spazi che servono per pagare anche me, affinché io non debba fare (anche) comunicazione o consulenze per ristoranti.

    3. Paolo Vizzari ha detto:

      Vedi, è proprio questo cui mi riferivo, parli per sentito dire di una persona che non conosci basandoti su spizzichi e bocconi di discorsi captati in giro, quando ti sarebbe bastato alzare il telefono per andare meno a tentoni. Io non sono più un critico gastronomico (e tu, come tanti altri, non lo sei mai stata) perché l’etimologia della parola risale a “krinomai”, che in greco significa giudicare. Nel momento in cui si smette di scrivere recensioni di giudizio e con voto, si passa da critici gastronomici a reporter/narratori/giornalisti (e io non ero e non sono un giornalista, non avendo mai avuto un tesserino nemmeno da pubblicista).

      Scrivo su L’Espresso (Repubblica riprende solo il materiale perché il gruppo editoriale è il medesimo) ed Esquire reportage o racconti che in nessun caso coinvolgono miei clienti (di cui peraltro l’unico italiano è EDIT). Alla luce del sole scindo tra le persone a cui presto consulenza e le centinaia di locali che visito ogni anno per passione/ricerca. Inserire un ristorante che mi versa dei soldi nella Guida diretta da mio padre (che ha le schede anonime e non firmate dai singoli autori) avrebbe potuto sollevare il dubbio che ci fossero stati dei favoritismi. La soluzione pensata in principio era quella di far scrivere e firmare la scheda a un grande autore esterno all’organico redazionale, ma è saltata per questioni logistiche e la deontologia di mio padre gli ha fatto preferire evitare polemiche e tenere EDIT fuori.

      Potremmo parlare ore del mestiere di scrivere di cibo e se sia più credibile chi guadagna bene all’esterno dal sistema editoriale (collassato da anni a livello oggettivo) per essere indipendente mentre gira i migliori ristoranti al mondo e se ne fa una cultura, o chi invece aspetta i publiredazionali del tonno sott’olio per poi parlare di un argomento che conosce poco non avendo mai mangiato in quasi nessuno dei locali che dettano i parametri del settore. Io ho la mia idea, voi la vostra, però non sono io che per primo cito gli altri e la loro deontologia con chiaro intento sobillino all’interno di un articolo che dovrebbe parlare di un cambio chef. Tu mi hai citato senza che ce ne fosse reale necessità, io ho ricevuto chiamate di amici che me l’hanno fatto presente e ho ritenuto giusto risponderti. Fine della storia. Tu continua a occuparti di redazionali sul tonno sott’olio o pezzi d’opinione senza ricerche pregresse, io preferisco volare a Tokyo per approfondire il furikake e vedere la nuova sede di Ryugin o il nuovo sous-chef di Sushi Sawada. Perché stando a casa non si diventa gastronomi neanche nell’epoca di Glovo.

      Sul merito dell’articolo, passaggi come “immaginate cosa significa riempire un edificio da 2000 metri quadri come quello di Edit in Barriera di Milano, una zona di Torino che con un eufemismo potrei definire poco avvezza al lusso gastronomico”, riferendosi a un momento di difficoltà, non ti paiono fuori fuoco rispetto al cambio chef del gastronomico? L’edificio di 2000 metri è spesso pieno e quasi sempre ben frequentato, quindi il tuo dubbio è ascrivibile alla pura retorica.

      Il problema in EDIT c’è stato, non piccolo e nessuno si è nascosto, ma riferito al primo piano della struttura, che per fortuna genera una parte di fatturato e di circolo umano molto inferiore al resto. Dire “EDIT va male” è come dire che Nike sta fallendo perché l’ultimo modello di scarpe non ha venduto quanto gli altri, o che il Louvre è un flop siccome vende poche magliette… e giornalisticamente parlando è un buco oggettivo, perché offre al lettore un punto di vista incompleto e capzioso.

      Sarebbe bastata una chiamata (magari due, dedicandone una a Christian Costardi per sentire la sua campana) al fine di farti un quadro un po’ chiaro della situazione, hai preferito scrivere di pancia con qualche frecciatina personale (che poi, ripeto, se non sbaglio l’unica volta che ti ho incontrata, di sfuggita, era a un evento Baladin in cui Massimo Bernardi ci ha presentato), e per me ne è uscito un accrocchio di mezze verità e sensazioni puerili che parlando di un’impresa con 80 dipendenti è piuttosto triste.

      A me non interessa cosa fa Dissapore, ma se parla di me (e ne ha diritto, come tutti), mi piacerebbe lo facesse in modo pulito e scevro da pregiudizi. In caso contrario ritengo d’avere il diritto a qualche precisazione.

    4. Grammarnazi ha detto:

      Vizzari, quando hai lanciato il progetto collaboravi ancora con la guida diretta dal tuo genitore
      E tuttora continui a scrivere recensioni di ristoranti.
      Tutti notano il conflitto di interessi, denunciato anche a suo tempo da Visintin. Tutti tranne te.

      Almeno abbi la decenza di tacere, suvvia

    5. Grammarnazi ha detto:

      Dimenticavo, a proposito di fact checking, l’episodio di Alice. Quando ancora collaboravi alla guida è stato recensito il nuovo ristorante di Alice, quello sopra Eataly.,parecchi mesi prima che fosse aperto. Esaltando pure i suoi interni. E vieni a parlare di fact checking? Lol

    6. Davide Donato ha detto:

      Che pesantezza questo Paolo Vizzari: ha scritto un poema!

  3. Msimone ha detto:

    Edit è il tipico locale da investitore. Cioè studiato a tavolino da chi di ristorazione non capisce niente. Vuole investire nel settore affida il concept a qualche architetto prezzolato. Se devo fare un parallelo ci sono affinità con l’ idea di fare Eataly alla perfiferia di Bologna. Il che stupisce perchè errori di location te lo aspetti da chi vuole aprire un piccolo negozio non da imprenditori che drovrebbero avere il senso degli affari.
    Secondo me Piano 35 può avere successo, ma non basta uno chef rinomato. Ci vuole una star e soprattutto un manager che organizzi eventi paralleli, che dialoghi con le guide turistiche per farlo inserire nei tour della città. Insomma i Clienti al giorno d’ oggi non basta mettere l’ insegna bisogna andare a cercarli. Non sono tutti anche se bravi Cannavacciolo.

  4. luca ha detto:

    Da fervido amante del mondo Birra, di Edit non ne sono affatto sorpreso, quasi me lo aspettavo. Stiamo perdendo piano piano la vera essenza del Pub, quindi di sana e “grezza” aggregazione sociale. Non posso prenotare un tavolo o trovare difficoltà nel potermi affacciare ad un bancone per chiedere solo di poter bere una birra in pace con la mia ragazza o il gruppo di amici, solo perchè si deve per forza difendere una cornice elitaria e fighetta. Sentirsi continuamente ripetere la stessa domanda: “avete prenotato?” ha un pò stufato (intendo ovviamente i locali birrafondai). Perchè io sono arrivato da te magari solo per assaggiare una birra, magari non ho voglia neanche di sedermi. Quindi chiederei più informalità per tutto ciò che viene definito Pub, BrewPub, ecc
    Concludo dicendo (ovviamente sono fuoritema perchè è una problematica sociale e comunale) che un locale “non centrale” in cui si servono alcolici ha un bisogno essenziale di servizi pubblici perchè in genere si spera che chi guida non beva alcolici. Per bere due o tre birre di solito scegliamo luoghi in cui non è necessario prendere la macchina…

    1. Grammarnazi ha detto:

      Già. Certa gente non sa cosa sia la vergogna. Per non parlare del buon senso

  5. Morrisoff ha detto:

    Finchè si apriranno locali a tavolino che DEVONO avere visibilità immediata (famosi subito) tutto grazie alla compiacenza dei media. Rimarranno unicamente come diceva il buon Cocciante, locali belli ma senz’anima. Locali che chiuderanno ed a Torino ne vedrete delle belle.
    La fuffa non dura. Buona giornata.

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