di Giovanni Puglisi 30 Giugno 2020
birre da supermercato

Quelli della birra artigianale hanno la brutta abitudine di parlarsi addosso, al punto da dimenticare che buona parte della comunità, davanti al comune scaffale della GDO, non sa che pesci pigliare. Le birre da supermercato, ad oggi, significano tutto e niente: scegliere un’etichetta, se non si è discretamente informati, è come tentare un terno al lotto.

Qualche sporadica artigianale fuori fascia, che pare messa lì per farci comprare il prezzo mediano (generalmente birra crafty, fatta dagli stessi che ci propongono la birra da 75 cl a 1 euro), le solite marche circondate da più fantasiose etichette che forse dovremmo conoscere ma davvero, potremmo giurare siano comparse dal nulla.

Vi aiuteremo noi, a scegliere le migliori birre da supermercato, con una semplice guida d’acquisto che forse non farà di voi degli esperti, ma di certo vi aiuterà a diventare bevitori più accorti.

Vi spiegheremo come evitare le peggio lager che sanno di cartone, le birre con aromatizzazioni improbabili e le produzioni finto-artigianali; in un comodo decalogo che vi consentirà di trasformare la rischiosa esperienza dell’acquisto birrario al super in una bevuta forse perfino appagante.

Questi i consigli per non farsi infinocchiare scegliendo birra al supermercato:

Leggi l’etichetta

No, non stiamo parlando delle figure colorate. Come ogni alimento, la lista degli ingredienti di una birra racconta molto della storia e della qualità di un prodotto.

Quindi la prima cosa che devi fare davanti a uno scaffale pieno di potenziali trappole è prendere la bottiglietta che più ti ispira, girarla dal lato su cui non batte il sole e spulciare bene l’elenco delle materie prime.

Evita questi ingredienti

Finita la lettura è il momento dell’interpretazione. Un tratto distintivo delle peggiori birre industriali è l’impiego di materie prime di bassa qualità, che abbattono i costi incidendo però chiaramente sulle ‘prestazioni sensoriali’ del prodotto.

Nella lista nera il principe dei mostri è il mais o granturco, per sicurezza meglio stare lontani anche dal riso. Sia chiaro che questi due cereali, che per l’industria altro non sono che succedanei del più nobile (e costoso) malto d’orzo, possono essere usati in maniera creativa nel mondo delle birre artigianali: ma state tranquilli, di birre artigianali al super non ne troverete o quasi; e quelle che troverete saranno in genere semplici e prodotte con acqua, malto d’orzo, luppolo, lievito e al massimo qualche spezia (vedi punto successivo). Non è chiaramente ammessa la presenza di coloranti, conservanti, aromi naturali.

Non diffidare di questi altri

Se stai leggendo questo post, probabilmente non sei un gran bevitore di birra e potresti rimanere spiazzato trovando in etichetta degli ingredienti che esulano dal semplice acqua-malto-luppolo-lievito.

Zucchero bianco o candito, spezie e frutta, cereali come frumento, segale, avena sono invece una presenza consueta nelle etichette di alcuni Paesi di grande tradizione birraria; Belgio in testa – e pur non essendo di per sé in alcun modo indicativi di superiorità qualitativa del prodotto, non meritano allo stesso modo d’essere guardati con sospetto.

Gira al largo dalle bottiglie trasparenti

Le trovi ovunque: dalle più famose verdi Heineken, Carlsberg&Co. all’estremista Corona; sono una miriade le birre da supermercato commercializzate in bottiglie trasparenti.

Eppure la birra è un prodotto estremamente fotosensibile: la luce deteriora velocemente alcune componenti del luppolo producendo mercaptani; composti sulfurei responsabili dell’odore sgradevole degli asparagi, dell’aglio cotto e delle secrezioni delle puzzole.

Al bando quindi le bottiglie troppo chiare, a meno che tu non voglia nel bicchiere un po’ dell’acqua di colonia delle simpatiche bestiole.

Non comprare mai qualsiasi cosa aromatizzata alla qualsiasi altra cosa

Ci sono una miriade di sedicenti birre ‘aromatizzate alla’.

In principio fu la Desperados aromatizzata alla tequila, poi vennero rhum, bourbon, mojito. La cronologia degli epigoni non interessa: evitale in toto, sono buone solo per sgorgare il lavandino.

Evita i prodotti falso artigianali

Etichette accattivanti, riferimenti ai millemila luppoli, dichiarazioni d’appartenenza a specifiche regioni d’Italia e nomi di stili che non hai mai sentito prima (dall’IPA alla Robust Porter): l’industria nell’ultimo decennio ha capitalizzato enormemente sul lavoro fatto dal comparto artigianale ed ha provato a limitarne la diffusione; raccogliendone l’aspetto raffinato ed il vocabolario con cui ne viene comunicata la qualità ed “incollando” questi elementi puramente estetici su prodotti spesso più che discutibili.

Le birre che imitano l’apparenza dei prodotti artigianali ma sono industriali al 100% si chiamano crafty, termine che significa letteralmente simil-artigianale. A differenza delle birre puramente industriali, i prodotti crafty sono più infidi e difficili da riconoscere, proprio per loro questo tentativo di “mimesi” della birra artigianale.

Quest’ultima, dal 2016, è definita in Italia da una legge che ne mette le caratteristiche necessarie nero su bianco: la birra artigianale deve essere non pastorizzata, non microfiltrata e indipendente; cioè il birrificio che la produce non deve essere di proprietà di altre aziende (leggi: di multinazionali); quindi non fatevi prendere per fessi dai furboni del marketing.

Ma come fare a sapere a chi appartiene il marchio che state cercando? È semplice: sfoderate lo smartphone e cercate su Google “nome della birra + proprietà”: se tra i primi risultati compare che il marchio della birra che avete in mano è stato acquisito da o è di proprietà di Ab-InBev, Carlsberg, Heineken saprete che si tratta di un prodotto crafty.

Cerca le certificazioni

Se superati i punti 1, 2, 3, 4, 5 e 6 ancora hai l’imbarazzo della scelta (o stai piangendo in ginocchio davanti allo scaffale dell’Ipercoop), salvati: rema verso un’isola sicura. Fortunatamente alcuni birrifici appartenenti ad associazioni nate per tutelare produzioni birrarie storiche e/o artigianali (Association Internationale Trappiste, CAMRA) sono approdati in GDO ove godono di una presenza pressoché fissa.

E nonostante i grandi volumi prodotti, le birre rispondono sempre a standard di qualità piuttosto elevati dettati dai disciplinari di controllo delle associazioni.

Chimay, Rochefort, Westmalle, Orval, St. Peter’s, Brakespear, Sam Smith sono solo alcuni dei nomi che si potrebbero citare tra quelli presenti nelle reti di grande distribuzione: malgrado sicuramente esistano molti prodotti di qualità non affiliati ad alcun organo di controllo, trovare in etichetta il logo di AIT o RAIB – Real Ale in a Bottle – è una garanzia nei momenti più bui.

Stesso discorso vale, almeno in teoria, per il marchio dell’associazione di categoria dei birrai artigiani italiani Unionbirrai – il bollino “Indipendente Artigianale” – emanato in seguito alla promulgazione della legge e concepito per tutelare le produzioni dei microbirrifici dai tentativi d’imitazione crafty.

La specifica “almeno in teoria” si riferisce al fatto che, ad oggi, non mi pare di aver mai trovato nessuno dei birrifici che godono del marchio di garanzia in GDO; ma sulla carta nulla vieta vi possano comparire in futuro, magari proprio mentre starete leggendo quest’articolo.

Sperimenta

I consigli sono orientativi: superati i primi titubanti acquisti ‘di qualità’, goditi la bevuta e cerca di capire cosa ti piace, segna nomi e appunti, non ti fossilizzare; prova sempre qualcosa di nuovo: sarai tu stesso il tuo navigatore.

Magari, dopo un paio di bevute, il fascino della birra ti conquisterà e cercherai un beershop vicino a te – magari tornerai a comprare e congelare birre da 66 in bottiglie marroni – più probabilmente, avrai trovato un equilibrio e saprai acquistare al supermercato più consapevolmente, orientandoti meglio tra scaffali, casse e scatoloni.