Il Guardian ha pubblicato alcuni dati impressionanti sulla moria di salmoni negli allevamenti scozzesi, che stanno mettendo in difficoltà l’Animal and Plant Health Agency (APHA), l’agenzia governativa che ha il compito di vigilare sul benessere animale.
Il primo episodio è avvenuto nel 2021: oltre 100.000 pesci sono morti soffocati in un allevamento di salmoni gestito da Mowi, la più grande azienda scozzese di allevamento di salmoni; il motivo della moria è stato un addetto che si era allontanato senza accorgersi che la pompa che immette ossigeno nelle vasche si era spenta.
Un altro episodio invece risale al 2022 ed è avvenuto in un sito gestito da Bakkafrost, certificato dalla RSPCA (la storica organizzazione britannica per il benessere animale); lì 600.000 pesci sono morti avvelenati per un accumulo di idrogeno solforato e il problema si ripresentò alcuni mesi dopo su una scala ancora più ampia, causando la morte di oltre 1,5 milioni di pesci.
Il motivo per cui queste informazioni sono venute alla luce solo ora è che l’Animal and Plant Health Agency aveva rifiutato di pubblicare i rapporti di ispezione, sostenendo che ciò avrebbe causato un “danno significativo” alla reputazione delle aziende coinvolte. Alla fine sono stati costretti a rendere noti gli atti solo lo scorso 10 marzo, ad opera dell’Information Commissioner’s Office (ICO), l’autorità indipendente britannica che vigila su privacy, protezione dei dati e diritto di accesso alle informazioni pubbliche. Tuttavia l’accesso ai dati dell’APHA rimane di fatto secretato e visionabile solo tramite interventi straordinari come questo.
Oltre a questi dati, francamente notevoli, è venuto fuori anche che non ci sono state sanzioni per gli allevamenti da parte dell’APHA. Abigail Penny, direttrice esecutiva di Animal Equality UK, una no profit internazionale che si occupa di benessere animale negli allevamenti intensivi, ha dichiarato al Guardian: “La cultura della segretezza dell’APHA deve finire. Il pubblico ha tutto il diritto di sapere cosa accade in questi allevamenti e se gli enti regolatori stanno facendo il loro lavoro”.
Gli attivisti di Animal Equality hanno anche pubblicato un video che sostengono sia stato registrato presso l’allevamento Fiunary di Scottish Sea Farms (che produce salmone per la catena Marks & Spencer) e che mostra salmoni affetti da cecità, ferite aperte, gravi infestazioni di pidocchi di mare e nasi mancanti. Questi video – che abbiamo visto anche riguardo allevamenti in altre parti del mondo – mettono un punto interrogativo non solo sul benessere animale, ma anche sull’effettivo apporto al nostro benessere che possono produrre questi pesci, e invece continuiamo a pensare che un trancio di salmone sia un pasto sano.
Il salmone scozzese è un prodotto premium?

Nonostante gli allarmi sugli allevamenti intensivi arrivino almeno una volta all’anno, anche in Italia continuiamo a essere grandi consumatori di salmone. Secondo dati Ansa diffusi a luglio 2025, il 90% del salmone consumato in Italia proviene dalla Norvegia e non dalla Scozia, e il consumo di pesce pro capite continua a crescere. Il salmone è consumato moltissimo fuori casa, come piatto importante e salutare.
Nel 2024 la Scozia ha esportato nel mondo circa 101.000 tonnellate di salmone verso 48 Paesi, ma l’Italia non compare tra i mercati principali perché da noi il salmone scozzese è considerato migliore di altri e viene acquistato soprattutto da ristoranti o supermercati per le loro sezioni premium. Una visione schizofrenica, visto che i problemi degli allevamenti intensivi di pesce riguardano trasversalmente tutti gli Stati.
Poco tempo fa l’API, l’associazione piscicoltori italiani, aveva lanciato un allarme: l’Europa stava crescendo grazie alla piscicoltura, mentre l’Italia è ancora ferma alla pesca tradizionale, quando invece le sue coste potrebbero ospitare molti più allevamenti intensivi. Per fare un paragone, in Norvegia gli allevamenti di salmone producono 1,5 milioni di tonnellate di pesce in mare, mentre l’Italia produce solo 15 mila tonnellate di pesce all’anno in allevamento.
Ci è impossibile considerare questo dato italiano come un male. Tuttavia in futuro, se vogliamo continuare a mangiare pesce, sarà probabilmente obbligatorio rassegnarsi agli allevamenti. Tuttavia, la consapevolezza che allevare pesci in gabbie nel mare aperto è molto simile ad allevare intensivamente mucche e maiali — e porta con sé gli stessi interrogativi sul benessere animale — deve essere garantita.