Già da qualche anno la passione per lo zucchero di canna ha soppiantato quello bianco, accusato (per lo più a ragione) di essere uno dei mali dell’Occidente, terra di prodotti raffinati e malattie croniche. Tuttavia lo zucchero di canna, pur contenendo qualche sale minerale in più, non è migliore dal punto di vista salutare. Forse non è altrettanto chiaro che lo zucchero di canna sia anche un competitor fortissimo e che sia tra le ragioni per cui una coltivazione storica europea, quella della barbabietola, sta rischiando l’estinzione.
La notizia è che lo stabilimento di Pontelongo (PD) della cooperativa Coprob-Italia Zuccheri, unico produttore nazionale di zucchero 100% italiano, viene ridimensionato: niente più trasformazione, ma solo confezionamento. Dunque l’unico sito italiano che resta a produrre zucchero è quello di Minerbio (BO), mentre la materia prima lavorata è in parte significativa di origine estera.
La produzione della barbabietola e dello zucchero europeo è sotto pressione da almeno 20 anni, ma oggi si sono aggiunti nuovi fattori. Da un lato la politica ambientale europea, che ha vietato molti fitofarmaci utilizzati nella bieticoltura; dall’altro il cosiddetto perfezionamento attivo delle importazioni: se importo materia prima grezza dall’estero, la trasformo in Europa e la riesporto fuori dall’Unione, non pago dazi. In questo quadro si inseriscono anche gli accordi con il Mercosur (di cui avevamo parlato a proposito del protezionismo americano sui formaggi), che hanno creato non pochi grattacapi all’industria europea dello zucchero.
Secondo dati della Commissione europea per la campagna 2024/25, le importazioni di zucchero greggio in regime di perfezionamento attivo hanno superato le 580 mila tonnellate (+19% su base annua), con il Brasile come origine prevalente. Questo contribuisce ad ampliare l’offerta disponibile sul mercato europeo e a comprimere i prezzi interni in una fase già caratterizzata da surplus.
Sul fronte della produzione interna, la stretta regolatoria europea sui prodotti fitosanitari ha portato a una riduzione di circa la metà dei principi attivi disponibili. Molte molecole sono state eliminate per ragioni condivisibili: rischi ambientali, effetti sugli impollinatori, potenziale tossicità per la salute umana. Tuttavia la riduzione degli strumenti chimici si intreccia con il cambiamento climatico, che rende le colture più esposte ad attacchi di insetti e parassiti. Coltivare barbabietola oggi costa di più, mentre il valore di mercato dello zucchero resta basso a causa della forte concorrenza europea ed estera.
Cosa era successo allo zucchero europeo nelle due crisi precedenti?

Nel 2006 c’è stato il primo grande intervento dall’alto per regolare un mercato considerato troppo protetto. Bruxelles tagliò le quote produttive destinate a ogni Paese, ridusse il prezzo minimo garantito e offrì incentivi economici a chi chiudeva gli impianti. In Italia si passò in pochi anni da circa 20 zuccherifici attivi a 4.
La seconda crisi risale al 2017 ed è legata alla fine del sistema delle quote zucchero. Da quel momento ogni Stato membro ha potuto produrre senza limiti, e i Paesi più competitivi del Nord Europa hanno aumentato rapidamente i volumi. L’effetto è stato un surplus di offerta che ha fatto scendere i prezzi ai minimi pluriennali, rendendo per molti agricoltori antieconomica la coltivazione della barbabietola.
Come lo zucchero è passato da produzione strategica a fallimento
Ex Zuccherificio di porto TolleLo zucchero è stato per decenni una produzione strategica per l’Europa, soprattutto per il Nord ma anche per la Pianura Padana. In Italia, in particolare, il Polesine era tra i principali comprensori produttivi, tanto da diventare un punto di riferimento nazionale già all’inizio del Novecento. Nel corso del Novecento la coltivazione si diffuse in altre aree della Pianura Padana, accompagnata dalla presenza di numerosi stabilimenti industriali che trasformavano la materia prima in zucchero raffinato. Fino agli anni Sessanta l’Italia poteva contare su decine di zuccherifici sparsi sul territorio: alla vigilia della Prima guerra mondiale si contavano oltre 30 impianti industriali, con l’80% localizzati tra Emilia-Romagna e Veneto e numerose raffinerie (dati Eridania). Nel periodo di massimo sviluppo, l’Italia riusciva a coprire la quasi totalità del proprio fabbisogno nazionale, con superfici agricole che negli anni ’80 superavano i 200–260 mila ettari.
Oggi la trasformazione industriale europea è dominata da pochi grandi gruppi: i francesi Tereos e Cristal Union, i tedeschi Südzucker e Nordzucker, e l’olandese Cosun Beet Company. La cooperativa Coprob-Italia Zuccheri non è tra i maggiori player continentali, ma è un attore importante nel quadro europeo e affronta le stesse difficoltà dei grandi produttori. Nordzucker – per esempio – ha annunciato la chiusura di alcuni impianti e una riorganizzazione industriale per ridurre i costi, mentre Südzucker ha registrato un forte calo della redditività con ripercussioni anche in Borsa.
Secondo i dati forniti da Il Sole 24 Ore, un quinto degli zuccherifici europei hanno chiuso dal 2017, 5 hanno chiuso nel 2025 e uno ha già annunciato la chiusura entro il 2027. Se a questo si aggiunge il fatto che molti stabilimenti non trasformano più barbabietole ma zucchero di canna estero si ha un’idea precisa di dove stiamo andando. Certo, lo zucchero non è la sostanza che ci fa più simpatia negli ultimi anni, ma tant’è.