Abbiamo letto il nuovo libro di Michael Pollan, che a differenza dei suoi precedenti non tratta di cibo, anche se a quanto pare si occupa di un particolare nutrimento per la psiche. Il volume si chiama Come cambiare la tua mente, un titolo che nella versione inglese (How to Change Your Mind) gioca con un curioso doppio senso, significa infatti anche come cambiare idea. E noi, siamo pronti a cambiare idea? Scopriamolo in questa recensione.

Il vero metodo della conoscenza è l’esperimento

Dopo una serie di libri che l’hanno reso uno dei più influenti saggisti gastronomici a livello mondiale, titoli come Il dilemma dell’onnivoro, Cotto o In difesa del cibo, Michael Pollan pubblica un saggio (acquistabile su Amazon) che pare andare in tutt’altra direzione. Come cambiare la tua mente tratta infatti di psichedelia. Perché scriverne qui, dunque? Intanto perché seguiamo con attenzione il lavoro di una stella polare del nostro ambito, anche quando volge il suo sguardo altrove, ma soprattutto perché i temi sono più contigui di quanto non si possa sospettare. A spiegarlo è lo stesso Pollan in un Talk nella sede di Google:

Per molti di voi che mi conoscono come un giornalista che si occupa di cibo sarà strano vedermi occupare di psichedelici, ma secondo me esiste una continuità tra questi temi: scrivere di cibo è parte del più grande insieme che è lo scrivere della natura, che ora è uno dei temi più cruciali, pensate al riscaldamento globale o alle trasformazioni cui va incontro l’atmosfera, sono tra i temi più complessi, e io sono sempre stato attratto dalla complessità… Noi usiamo la natura, soprattutto le piante, per molte cose, il cibo è una di queste, il make-up potrebbe essere un’altra, ma una delle cose per cui si usa la natura di cui sono da sempre stato molto curioso è la possibilità di ampliare il nostro stato di coscienza. Molti di noi qui probabilmente hanno usato anche oggi del cibo per alterare il proprio stato di coscienza o l’intensità delle proprie sensazioni, per esempio bevendo caffè o thè, o fumando del tabacco, della cannabis o qualsiasi altra cosa… Tutto ciò è molto comune, tutte le culture lo fanno, con l’unica eccezione degli Inuit, sono gli unici a non farlo, ma solo perché nel loro territorio non cresce nessuna pianta in grado di produrre simili effetti!

Come cambiare la tua mente è un saggio dal passo divulgativo, arricchito dalla dimensione dell’autofiction, grazie a cui Pollan riesce a portare il lettore con sé alla scoperta tanto della storia della psichedelia, quanto soprattutto dei suoi effetti, che prova in prima persona testando in modo illegale ma controllato varie sostanze, dalla psilocibina (il principio attivo dei funghi magici), all’LSD, passando per l’infuso amazzonico dell’ayahuasca e arrivando addirittura alla 5-MeO-DMT (la molecola psicoattiva presente nei rospi del genere Bufo), facendosi accompagnare nei test dalla supervisione di psicologi o psichiatri che, clandestinamente, consentono ai loro assistiti di provare queste sostanze, ritenute sin dagli anni ’60 un ottimo coadiuvante per il trattamento terapeutico.

Tra scienza, visione e letteratura

E se una delle virtù potenziali di queste molecole riguarda la sfera della cura della psiche, è perché una delle caratteristiche delle sostanze psichedeliche è quella di portare, oltre un certo dosaggio, alla cosiddetta ego dissolution, una dimensione in cui crollando gli automatismi costruiti nel corso del tempo dal nostro Io, diventa possibile scoprire nuove possibili soluzioni al di fuori di schemi ormai irrigiditi. Queste dinamiche erano state intuite già da Aldous Huxley, che ne Le porte della percezione le aveva chiamate “valvola di riduzione”. Con questa metafora lo scrittore britannico indicava la capacità di una mente sotto l’effetto di psichedelici di scardinare il consueto assetto esperienziale, in un meccanismo che porta il soggetto a percepire l’intera gamma della varietà e complessità degli stimoli che incessantemente il mondo ci invia, senza passare attraverso il filtro di sintesi messo a punto dal cervello umano per ottimizzare il flusso degli impulsi e organizzare le singole decisioni (un sistema eccellente per la gestione della vita di tutti i giorni ma che tende a spingerci su percorsi già noti). Queste dinamiche, un tempo solo intuite, dicevamo, sono state di recente dimostrate grazie al lavoro del gruppo di ricerca della Beckley Foundation di Londra, guidato da Robin Carhart-Harris, che ha mappato con la tecnologia del brain imaging (un sistema di osservazione che consente di studiare il flusso ematico e il consumo di ossigeno) il cervello di soggetti cui era stata fatta assumere della psilocibina. Dallo studio è emerso come nelle scansioni si osservasse un sorprendente “silenziamento” della DMN (la “rete della modalità di default”, anche nota come “connettività funzionale intrinseca”), ossia il direttore d’orchestra delle funzioni cerebrali. “Nel momento in cui l’attività di quest’ultima si riduce drasticamente” – ci spiega Pollan – “sembra che abbia luogo una temporanea scomparsa dell’ego, e che i consueti confini sperimentati tra sé e mondo esterno, tra soggetto e oggetto, si dissolvano tutti. Comunque sia, mettere fuori servizio questa rete particolare può darci accesso a stati di coscienza straordinari”, e succede anche dell’altro, mentre la DMN allenta la sua presa, le altre zone del cervello mostrano un deciso aumento di attività, iniziando a dialogare tra loro, saltando proprio l’intermediazione di quella che Huxley chiamava ‘valvola di riduzione’.

“Questa disinibizione” – continua Pollan – “potrebbe spiegare come mai, con gli psichedelici, materiali ai quali la coscienza non ha accesso nel normale stato di veglia – compresi ricordi, emozioni e, a volte, traumi infantili rimasti a lungo sepolti – affiorino invece alla superficie della nostra consapevolezza”. Grazie a queste scoperte la ricerca in corso negli ultimi anni è vista come una promettente nuova frontiera per il trattamento di tutta una serie di patologie, che tra loro hanno in comune analoghi meccanismi di rigidità sistemica. Tra questi figurano le dipendenze, l’ansia della morte nei soggetti afflitti da tumore, la depressione e anche le forme più resistenti di emicrania, in un contesto che vede ormai ridursi in modo drastico l’efficacia dei farmici a base di barbiturici e antipsicotici maggiori. Robin Carhart-Harris a riguardo cita una significativa affermazione del terapeuta psichedelico Stanislav Grof: “Gli psichedelici saranno per la comprensione della mente quello che il telescopio è stato per l’astronomia e il microscopio per la biologia”.

Una grande spy story

Ma Come cambiare la tua mente non è un libro che si limita a occuparsi di questi aspetti, può essere letto anche come una grande spy story, capace di ricostruire in modo avvincente tutta quella che è stata l’avventura novecentesca della psichedelia, dalla scoperta casuale e quasi miracolosa di una molecola dagli effetti imprevedibili come quella dell’acido lisergico, operata dal chimico svizzero Albert Hofmann, alle vicende picaresche di personaggi come l’agente infiltrato Al Hubbard, che mentre con una mano forniva sostanze psicoattive ai centri di ricerca del nord America, con l’altra prendeva nota dei progressi degli studi per conto della CIA. Negli anni ’50 e ’60 infatti la ricerca sui possibili impieghi medici di queste sostanze era già avanzata, e non mancavano indagini anche di altro tipo, come quella del Mk-Ultra, il programma di ricerca top secret della stessa CIA che dal 1953 al 1964 ha cercato di capire se gli psicolitici potessero servire come siero della verità, come arma biologica o come agente per il controllo della mente. Pochi anni dopo e ancora nel pieno di questo fermento tutte le sostanze venivano messe al bando, anche a causa dell’attività decisamente sopra le righe di un altro personaggio molto eccentrico, il professore di Harvard Timothy Leary, un alfiere della psichedelia che tra test falsati e droghe spacciate agli studenti, fece più di qualunque detrattore per accelerare il divieto assoluto scattato dal 1968.

Il messaggio dei funghi

Un altro dei personaggi memorabili incontrati da Pollan, e che in questa sede merita qualche riga in più, è il micologo Paul Statmets, massimo esperto mondiale del genere fungino Psilocybe. I funghi giocano un ruolo decisivo in questa storia, e non solo per via di quelli provvisti di psilocibina, ma anche perché, benché molti lo ignorino, la stessa LSD è stata sintetizzata da Hofmann a partire da un fungo, ossia l’ergot (o Claviceps purpurea), un piccolo parassita della segale cornuta.

In un modo o nell’altro, per qualche motivo, questi funghi straordinari, oltre alle spore, generano significati nella mente umana.

Entità tra le più misteriose del regno dei viventi, i funghi sono poco apprezzati anche se “indispensabili per la salute del pianeta (in quanto riciclatori di materia organica e produttori di suolo)”. Stamets è un personaggio singolare, completamente ossessionato dai suoi miceti, se ne va in giro con un cappello di feltro in stile alpino prodotto in Transilvania con l’amadou, che ovviamente è un tipo di fungo. Ma oltre alle bizzarrie, Stamets è un ricercatore appassionato e fantasioso, tanto da essere un punto di riferimento nel suo campo, anche perché sfruttando le caratteristiche dei funghi (e le sue molteplici scoperte a riguardo) si possono risolvere una gamma di problemi sorprendenti. “Ricordo ancora la prima volta in cui sentii Stamets parlare di «micorisanamento»” – scrive Pollan – “il termine indica l’uso di funghi per bonificare aree inquinate e risolvere problemi di scorie industriali”.

Quando, nel 1989, la Exxon Valdez si incagliò a largo della costa dell’Alaska, sversando milioni di litri di greggio nello stretto di Prince William, Stamets riprese la vecchia idea di utilizzare i funghi per degradare le scorie delle industrie petrolchimiche. Mostrò la diapositiva di un ammasso di fanghiglia nera untuosa prima che venisse inoculato con le spore di Pleurotus, e poi una seconda immagine dello stesso ammasso ottenuta quattro settimane dopo, quando s’era ridotto d’un terzo ed era coperto da una fitta coltre di Pleurotus bianchi come la neve.

Un altro esempio delle incredibili qualità dei funghi escogitate da Stamets? Quella di ‘micopesticidi’: esiste un micelio della specie Cordyceps che, se ingerito dalle formiche carpentiere, prende possesso del loro cervello e le uccide, non prima di averle costrette a raggiungere un luogo elevato, nel quale dalla testa dell’insetto uscirà un piccolo fungo che libererà le sue spore nel vento.

Ma la cosa più sorprendente tra quelle che ci racconta Stamets è la virtù che rende questi organismi una sorta di “internet naturale della Terra”. Le reti di miceti, cioè le parti sotterranee dei funghi, sono molto più vaste di quanto pensiamo: “l’organismo più grande esistente sulla Terra non è una balena o un albero, ma un fungo dell’Oregon, un’Armillaria estesa su un raggio di 3,9 chilometri”. Per lo studioso queste fitte reti miceliali sono in qualche modo “coscienti”, hanno consapevolezza del proprio ecosistema e sono in grado di connettere tutti gli alberi di una foresta, scambiando con loro informazioni circa eventuali minacce ambientali, dati che consentiranno poi agli alberi di scambiarsi a loro volta sostanze nutrienti. “Una foresta è un’entità di gran lunga più complessa, sociale e intelligente di quanto pensassimo, e a organizzare la società arborea sono proprio i funghi”, gli stessi funghi che, secondo lo scienziato, attraverso le loro virtù psichedeliche, sembrano in qualche modo voler parlare anche a noi: “I funghi ci stanno recapitando un messaggio della natura”, afferma Stamets, ed “È un richiamo che io sto ascoltando”.

Rinascimento psichedelico

La pubblicazione di Come cambiare la tua mente da parte di un editore dal solidissimo prestigio culturale come Adelphi, l’uscita dunque di un libro che fa il punto sulle scoperte e sul valore di quello che almeno dal 2006 – quando, in concomitanza del centenario della nascita di Albert Hofmann a Basilea si tenne un convegno in suo onore, seguito dalla pubblicazione di notevoli ricerche scientifiche – è noto come Rinascimento psichedelico, consente finalmente anche in Italia di vincere decenni di pregiudizi e trattare questa materia (da cui possono sgorgare, oltre alle soluzioni farmacologiche, sorprendenti rivelazioni mistiche) con la consapevolezza e il rispetto che merita, dopo una latenza lunghissima che aveva confinato questi temi al massimo nel (meritevole) alveo controculturale. Giunti al 2019 insomma, come giustamente osserva Rick Doblin (fondatore della MAPS, la Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies) verso la fine del libro, è ora di prendere atto che “questa non è controcultura, questa è cultura”. E come era auspicabile a pochi giorni dall’uscita del volume il dibattito si è vivacizzato anche in Italia, grazie soprattutto al significativo articolo firmato da Carlo Mazza Galanti per Esquire. Trattando del libro il critico letterario avanza alcune perplessità circa l’approccio di Pollan, usando una frase fatta si potrebbe dire in un certo senso che lo “sorpassi a sinistra”. Dice Mazza Galanti:

Non mi sembra un caso, in quest’ottica, che la grande parentesi controculturale degli anni sessanta venga alquanto sottovalutata, a favore di una disanima al contrario dettagliatissima della ricerca medica intorno alle molecole in questione. […] Eppure, a ben vedere, in quegli anni le sostanze agivano in un paesaggio e in un contesto culturale complesso all’interno del quale rappresentavano solo uno dei tasselli di un mosaico politico ed esistenziale più vasto, che comprendeva istanze come la renitenza alla leva, l’antirazzismo, l’anticolonialismo, l’antinuclearismo, il rifiuto del familismo patriarcale, la creazione di relazioni sociali basate sulla solidarietà e non sulla concorrenza, insomma una visione che metteva radicalmente in questione i valori su cui si fondavano le società occidentali.

La trovo una lettura interessante ma parziale, intanto perché la diffusione degli psichedelici negli Stati Uniti tra anni ’50 e ’60 non era certo confinata all’area di protesta dei figli dei fiori, l’LSD era nelle università e nei salotti della New York bene, oltre a circolare tra gli attori del cinema hollywoodiano, come Cary Grant, o tra i grandi musicisti della scena rock (basti nominare John Lennon, Bob Dylan, Mick Jagger e Keith Richards, tra i tanti artisti che si recarono in Messico in pellegrinaggio dalla curandera Maria Sabina).

Inoltre anche al giorno d’oggi il panorama è complesso, è vero che la lenta ma costante diffusione del Rinascimento psichedelico sui mezzi di informazione mainstream è stata resa possibile dai sempre più promettenti trial medici degli ultimi quindici anni, ma è altrettanto vero che un po’ come successe al tempo dei figli dei fiori – e, ancor più importante, prima che la nuova attenzione iniziasse a montare – la flebile fiaccola della psichedelia era stata tenuta in vita dai circuiti rave, e possiamo dire che la filosofia che anima le odierne comunità goane raccolga il testimone del set di istanze controculturali coagulatosi negli anni ’60. In una recente intervista sul Corriere gli Infected Mushroom – tra i massimi esponenti mondiali nel campo della musica elettronica – affermano che “La crescita della scena psytrance ha contribuito ad alimentare il Rinascimento psichedelico”.

In conclusione la mia impressione è che Pollan abbia consapevolmente scelto di dare a Come cambiare la tua mente un taglio che prediligesse la centralità della ricerca scientifica per inserirlo nel modo più efficace, pervasivo ed edibile nel quadro dell’attuale dibattito internazionale. Era il sistema migliore per farlo arrivare a un pubblico amplissimo, che con approcci più radicali si sarebbe avvicinato con più diffidenza a un tema così delicato. E la scelta di Pollan è stata vincente, il libro negli Stati Uniti è stato in vetta alle classifiche del New York Times per diciotto settimane consecutive, imponendosi indubbiamente come il saggio dell’anno. Ma non credo che l’autore ignori che il potenziale di queste sostanze non sia da limitarsi agli impieghi medicinali. Nell’ultimo capitolo del libro ci dà un importante spia a riguardo, lo fa parlando con lo scienziato Roland Griffiths:

La prima volta che sollevai l’idea […] di migliorare le condizioni delle persone sane parlando con Roland Griffiths, lui mi diede l’impressione di agitarsi un po’ sulla sedia, e poi scelse le parole con cura. «Culturalmente, adesso come adesso, è un’idea pericolosa da promuovere». Eppure, da quello che ci siamo detti nell’arco di tre anni, è chiaro che anche secondo lui molti di noi, e non solo chi affronta il cancro o la depressione o le dipendenze, potrebbero trarre beneficio da queste molecole straordinarie e, ancor di più, dalle esperienze spirituali a cui esse – come Griffiths stesso crede e come, in effetti, ha dimostrato la sua ricerca – possono aprire una porta. «Tutti noi dobbiamo affrontare la morte» mi disse quando ci incontrammo la prima volta. «È qualcosa di troppo prezioso per limitarlo ai malati». Uomo prudente, consapevole delle mine politiche che possono ancora trovarsi sul cammino, Griffiths ritoccò leggermente quell’ultima frase, formulandola al futuro: «Sarà qualcosa di troppo prezioso per limitarlo ai malati».

Pollan ha impostato così il suo lavoro per evitare alcune delle trappole diffuse in un terreno che sapeva minato, e credo sia stato in grado di disinnescare con efficacia molti dei rischi impliciti in un tema come questo, arrivando a tanti lettori. Per lavori che trattino la questione in modo più audace e profondo ci sarà tempo, per ora è un’ottima notizia poter leggere un volume che riassume in modo tanto elegante e dettagliato una avventura intellettuale così complessa.

Informazioni

Come cambiare la tua mente
Editore: Adelphi
Pagine: 480
Costo: 28 euro
Genere: saggio divulgativo

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