Miele: perché l’Italia ha così poche DOP?

Parlare di DOP, nel settore del miele, ha più senso che in molti altri ambiti gastronomici, eppure i mieli italiani a Denominazione d'Origine Protetta sono soltanto tre. Ed è un peccato.

Miele delle Dolomiti Bellunesi Dop

A scorrere l’elenco dei mieli a marchio Dop in Italia, c’è da rimanere perplessi: soltanto tre. La prima reazione è quella di dubitare dell’aggiornamento del sito del Ministero delle Politiche agricole. Poi, scrollando pagine e siti, il dubbio iniziale svanisce: nonostante l’altissima qualità del miele italiano, nonostante la sua unicità dal punto di vista organolettico e nonostante una notevole varietà floreale, ci ritroviamo con tre denominazioni solitarie.

Per cercare di capire i motivi di un’apparente contraddizione, ci siamo rivolti (ancora una volta) a Lucia Piana, consulente, esperta di miele e specializzata in analisi melissopalinologiche.

Il miele ha una sorta di carta di identità connaturata, un Dna rappresentato dal polline, che permette di conoscere esattamente non solo l’origine botanica della pianta da cui è stato ricavato ma anche la sua origine geografica. Per questo ha senso anche più che per altri prodotti parlare di Dop, perché le sue caratteristiche dipendono dall’ambiente in cui viene prodotto, caratteristiche che sono irripetibili e che rendono il prodotto stesso unico.

Miele delle Dolomiti Bellunesi Dop

Miele delle Dolomiti Bellunesi DOP

Il punto è, spiega Piana, l’opportunità di avviare il percorso per il riconoscimento Dop, che è piuttosto complesso: presuppone un’azione coordinata di più produttori, la nascita di un consorzio e tempi lunghi. La normativa europea e ancor più quella nazionale – più severa – come già sapete, prevedono che sull’etichetta debbano essere indicati il Paese o i Paesi d’origine in cui il miele è stato raccolto, dando dei riferimenti estremamente precisi quindi sull’origine delle miscele, rappresentando quindi già una sorta di certificazione di origine e snellendo il lavoro dei produttori o quantomeno rendendo meno conveniente l’avvio di un iter articolato. L’etichetta parlante, unita ai controlli sulla filiera, insomma, funzionano già molto bene.

La Denominazione d’Origine, inoltre, è uno strumento identificativo di qualità se il mercato è lontano dal luogo di produzione, ma molto del miele italiano viene venduto da produttore a consumatore, attestando già quindi il legame con il territorio. Vale la pena sottolineare, a proposito del riferimento geografico, che non esiste una perfetta corrispondenza tra territorio definito dal disciplinare della Dop e area in cui “lavorano” le api. La raccolta del nettare prevede che le api si spostino rispetto al rigido confine fissato per legge: una sorta di sconfinamento che tuttavia non influisce sulla qualità del prodotto (il raggio entro cui può avvenire è di circa 3 km), e che consente di fatto la denominazione d’origine anche al di fuori dell’area della Dop.

Se 3 km oltre confine non inficiano la certificazione, un elemento ancora una volta riferito al legame con il territorio ma decisamente più complesso e che rappresenta uno dei punti nodali sulla questione del significato della Dop in ambito mellifero, è quello di consentire o meno lo spostamento degli alveari. I motivi per cui gli apicoltori praticano la “transumanza” delle api sono prevalentemente due. Il primo è economico: è difficile riuscire ad avere un’alta redditività in un’unica area. Il secondo ha ovviamente ricadute sulla redditività, ma è direttamente legato alla salute stessa della api: gli alveari vengono spostati dove le api possano stare al caldo o comunque dove abbiano le condizioni migliori per vivere, avere nutrimento e lavorare. Se tuttavia la transumanza si traduce in uno spostamento fatto solo in vista della produzione, è più difficile tracciare la carta di identità del miele e viene a mancare il riferimento al legame con il territorio.

Un esempio di come l’elemento geografico sia stato ben sfruttato è il miele di Corsica, che ha ricevuto l’AOP (Appellation d’Origine Protégée): qui non solo non c’è una divisione tra tipologie uniflorali o multiflorali, ma – particolare che è il vero punto centrale – la zona di provenienza non è un’area geografica circoscritta, bensì l’isola intera: il riconoscimento quindi è stato assegnato ad un complesso di caratteristiche ambientali, produttive, culturali, non ripetibili altrove. Gli alveari vengono collocati in zone comprendenti le varietà arboree e floreali corrispondenti al tipo di miele che si vuole ottenere: miele di primavera, che viene raccolto da maggio nelle valli basse e nelle zone di pianura; miele di macchia di primavera, raccolto da maggio ad agosto dal mare alla montagna; miele della macchia, che viene raccolto da maggio a settembre nelle zone boscose, nella macchia, nei querceti e nelle distese di cisto; miele della macchia d’estate, raccolto da agosto nelle alte valli e nelle montagne durante i mesi caldi, dalle piante della macchia di montagna (elicrisio, timo, ginestra); miele del castagneto, che viene raccolto da luglio a settembre nei castagneti; miele della macchia di autunno, raccolto da novembre a febbraio.

I mieli a marchio Dop in Italia

Miele della Lunigiana DOP

Come dicevamo, sono 3 i mieli a marchio Dop in Italia: il Miele della Lunigiana Dop, il Miele delle Dolomiti Bellunesi Dop, il Miele Varesino Dop:

  • Il Miele della Lunigiana Dop viene prodotto in due tipologie, acacia e castagno. E stato il primo miele italiano ad ottenere dall’Unione Europea la Denominazione di Origine Protetta. Il territorio di produzione comprende i 14 Comuni della Lunigiana, per un’area di circa 97.000 ettari. 45 sono i produttori che hanno aderito alla certificazione, per un totale di oltre 4300 alveari. Secondo disciplinare “gli alveari di produzione possono essere stanziali, cioè permanere per l’intero arco dell’anno nella stessa postazione, o nomadi, ma con spostamenti entro il territorio sopra descritto per tutto il periodo delle fioriture interessate; le postazioni devono essere comunque localizzate nell’ambito del territorio sopra individuato”.
  • Il Miele delle Dolomiti Bellunesi Dop è prodotto nell’intero territorio della provincia di Belluno, per un totale di 67 comuni. La maggior parte degli apicoltori opera nelle Vallate Bellunese e Feltrina, ma molto pregiate sono anche le produzioni dell’Alpago, dell’Agordino, del Cadore, dello Zoldano, del Comelico e dell’Ampezzano. In funzione delle differenti specie botaniche che fioriscono scalarmente durante il periodo di produzione e della conseguente origine floreale, si distinguono le tipologie di miele millefiori, acacia, tiglio, castagno, rododendro e tarassaco. “Il miele, si ottiene da arnie stanziali o che vengono periodicamente spostate solamente all’interno del territorio bellunese previsto”.
  • Il Miele Varesino Dop è un miele monoflorale di acacia. La zona geografica di produzione si estende ai piedi delle Alpi, tra i fiumi Ticino ed Olona e tra i laghi Maggiore e di Lugano e corrisponde al territorio della Provincia di Varese. “Gli apiari devono essere situati nel territorio di pianura ed in collina, ad altezza non superiore ai 600 m”.

[In copertina: Miele delle Dolomiti Bellunesi DOP ]

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