di Cinzia Alfè 27 Dicembre 2016
scaffale pasta

Al pomodoro fresco o al ragù di carne, alla carbonara o all’amatriciana, sotto forma di tagliatelle, maccheroni, spaghetti o lasagne, la pasta è “il” piatto, che distingue da sempre la tradizione della nostra cucina.

Un legame stretto, quello tra la pasta e il nostro Paese, al primo posto nel mondo quanto a produzione e consumo con quasi tre milioni e mezzo di tonnellate prodotte nel 2015, tra fresca e secca, e un consumo di circa 25 chili a testa, sempre nel 2015.

Considerando che in tutto il mondo si producono circa 14 milioni di tonnellate di pasta, il nostro Paese da solo contribuisce per ben il 25 % (ancora dati 2015) alla produzione internazionale, per un valore intorno ai 4,6 miliardi di euro, con 2 miliardi di euro provenienti dalle esportazioni.

Eppure, nonostante questi numeri, una parte considerevole della pasta prodotta in Italia non si può dire integralmente “italiana”.

Non almeno per quanto riguarda il suo ingrediente principale: la semola.

Quanta pasta si produce all’anno in Italia

In Italia vengono prodotti annualmente circa 4 milioni di tonnellate di grano duro, insufficienti  a coprire il fabbisogno nazionale che è di circa il doppio, con la conseguenza che almeno un terzo della semola deve essere importata dall’estero, in special modo dal Canada.

Il motivo per cui ingenti quantitativi di grano duro vengono importati non è solo quantitativo: per produrre pasta di qualità elevata è necessario mescolare alle farina di grano duro una parte di farine “di forza” ad alto contenuto di proteine, quali ad  esempio il glutine.

In Italia, per quanto il grano coltivato sia in genere di elevata qualità questo grano duro “di forza” scarseggia.

Non è così in Canada, e proprio il frumento canadese “di  forza” –raccolto ancora verde e quindi nel momento in cui nel chicco è concentrata la massima quantità di proteine–  che l’Italia importa in  notevoli quantitativi  per produrre la sua pasta di qualità.

Cosa dice sul tema il decreto del governo italiano

In tema di origine e provenienza del grano utilizzato per produrre la pasta il nostro Governo, in data 20 dicembre, ha sottoposto alla Commissione UE un decreto che rende obbligatorio indicare la provenienza del grano impiegato direttamente nell’etichetta.

Oltre a questo obbligo, se il decreto venisse approvato, i produttori di pasta dovrebbero indicare in etichetta anche il Paese in cui il grano è stato macinato, e nel caso in cui il grano sia stato coltivato o macinato in Paesi diversi, sull’etichetta dovrà comparire la dicitura “Paesi UE” o “Paesi non UE”, mentre se il grano è stato coltivato per almeno il 50% in un solo Paese, l’etichetta dovrà riportare la dicitura “Italia e altri Paesi UE e/o non UE”.

Oltre a valorizzare le produzioni di grano italiano di qualità incentivando i produttori di pasta italiana ad aumentare l’utilizzo di grano nazionale, l’obiettivo è tutelare maggiormente i consumatori, così come annunciato dal ministro delle politiche agricole Maurizio Martina, perché in pratica un pacco di pasta su tre contiene grano straniero senza che i consumatori possano saperlo.

La nuova normativa intende anche tutelare il made in Italy alimentare, valorizzando una delle maggiori produzioni nazionali, proprio come è accaduto con il settore lattiero caseario, per il quale è stato da poco approvato un decreto che obbliga i produttori di latticini e formaggi a riportare in etichetta la provenienza del latte.

Perché Barilla è contraria al decreto

Ma nei giorni scorsi Barilla, la principale azienda italiano del settore, si è espressa in toni negativi sull’obbligo di indicare in etichetta la provenienza del grano, sostenendo che la sola origine del grano non è sinonimo di qualità del prodotto finale, perché il grano d’importazione impiegato corrisponde a precisi standard qualitativi.

Posizione condivisa anche da Riccardo Felicetti, presidente di Aidepi –l’Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane–  che di recente ha spiegato: «si vuole far credere che la pasta italiana è solo quella fatta con il grano italiano o che la pasta è di buona qualità solo se viene prodotta utilizzando grano nazionale. Non è vero».

Ma la rivista Test-Magazine ha adombrato l’ipotesi da parte della multinazionale emiliana di voler nascondere la quota di grano canadese impiegato.

Prima che il decreto presentato a Bruxelles compia il suo percorso, è utile riassumere da dove arriva per ora  il grano impiegato per produrre la pasta che ogni giorno portiamo sulle nostre tavole?

Da dove arriva il grano dei principali pastifici italiani

In base a un recente test di Altroconsumo, solo alcuni marchi propongono pasta prodotta al 100% con grano italiano, una percentuale che fatica ad arrivare al 23 % del mercato totale.

I marchi sono De Cecco, Garofalo, Libera Terra, Rummo e Barilla, in questo caso solo per la sua linea di nicchia Voiello.

Il 43% del mercato nazionale è invece coperto da marchi che comprano grano duro anche dall’estero, vale a dire i marchi Agnesi , Barilla, Delverde e Divella.

Il rimanente 34% del mercato è coperto invece da case produttrici che non hanno fornito informazioni sulla provenienza del grano utilizzato, vale a dire Coop, La Molisana, Conad, Alce Nero, Esselunga, Carrefour, Simply, Granoro, Buitoni, Pam Panorama, Colombino (Lidl), Tre Mulini, Eurospin e Pasta Reggia.

In base allo stesso test, un terzo delle aziende contattate ha dichiarato di imporre ai propri fornitori per maggiore sicurezza delle procedure di tracciabilità del grano.

Un graduatoria lodevole che vede tra i protagonisti proprio Barilla, poi Voiello, La Molisana, Carreforur, Carrefour Bio, Coop, Esselunga, Esselunga Bio, Libera Terra, Combino (Lidl) e Granoro.

Il 60% dei marchi adotta inoltre specifiche procedure per il controllo qualità del grano, vale a dire Agnesi , Barila, Voiello, Del Verde, Divella, La Molisana, Carrefour, Carrefour Bio, Siply, Coop, Esselunga, Esselunga bio, Libera Terra, Granoro, De Cecco, Garofalo.

Inoltre, la maggior parte delle aziende tiene in considerazione l’impatto ambientale, grazie all’analisi del ciclo di vita del prodotto, così come l’aspetto etico della lavorazine (lavoro minorile, discriminazioni o altro), che però non presenta, per il settore della pasta, problemi rilevanti come invece in altri settori.

Tutto bene dunque?

Solo il 23% dichiara di impiegare grano italiano

Non proprio, perché solo il 42 % delle aziende dichiara in etichetta le informazioni su dove viene acquistato il grano (e ci risiamo).

Il decreto presentato dal nostro Governo all’esame di Bruxelles sembra comunque un passo avanti per incentivare un settore che, nonostante venga percepito come soprattutto “italiano”, può definirsi  integralmente tale solo nel 23% dei casi.

Un po’ poco per il nostro amato primo piatto nazionale.

[Crediti | Link: Altroconsumo, Dissapore, Il Sole24Ore, Italia chiama Italia]

commenti (50)

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  1. Avatar Orval87 ha detto:

    “Il motivo per cui ingenti quantitativi di grano duro vengono importati non è solo quantitativo: per produrre pasta di qualità elevata è necessario mescolare alle farina di grano duro una parte di farine “di forza” ad alto contenuto di proteine, quali ad esempio il glutine.
    In Italia, per quanto il grano duro coltivato sia in genere di elevata qualità, questo grano duro “di forza” scarseggia.”
    —————–
    E allora mi spiegate come mai le eccellenze nostrane quali Gentile, Benedetto Cavalieri e altri fanno quei prodotti magnifici e nettamente superiori alla maggior parte delle paste in commercio utilizzando solo grano italiano? 😉
    Che poi non ce ne sia a sufficienza per soddisfare tutti siamo d’accordo, ma che col grano italiano non si possa ottenere l’eccellenza non è assolutamente vero, e i pastai citati lo dimostrano.

    1. Avatar lorenzo ha detto:

      appunto, il grano duro in Italia “scarseggia”: significa che se ne produce troppo poco, non che non se ne produca affatto.
      alcune aziende con possono permettersi una produzione 100% made in Italy, quantitativamente limitata e dal costo elevato, la grande produzione no.
      mi pare non ci sia nulla di errato.

    2. Cinzia Alfè Cinzia Alfè ha detto:

      Orval, infatti si è scritto che la farina di grano duro di forza in Italia “scarseggia” (come anche hai riportato tu, con tanto di virgolette), non che è completamente assente! Ce n’è, certo, ma non abbastanza per soddisfare le esigenze di tutti i produttori di pasta italiani. Ciao, e grazie del commento.

    3. Avatar mm ha detto:

      Benedetto Cavalieri non mi risulta proprio per niente utilizzi solo grano italiano…Abbiamo capito che ti piace la pasta Cavalieri (anche a me molto, senza tutto questo trasporto e commozione sulle “eccellenze”) ma perché dire cose inesatte?

    4. Avatar Orval87 ha detto:

      Su Gentile ne sono certo, aggiungo anche una linea di Afeltra, ma ce ne sono ancora.
      E comunque il mio commento si riferiva soprattutto all’affermazione fatta sulla “forza delle farine”, ma vedo che nessuno ha risposto a quello 😉

    5. Avatar mm ha detto:

      Orval87 nell’articolo da te commentato NON è scritto da nessuna parte che non esiste grano duro italiano, con un contenuto di proteine ed una qualità di glutine, ottimale per la pastificazione.
      Il tuo commento riguardo la “forza delle farine” è un po’ ingenuo perché dovresti sapere che il grano duro è una commodity il cui prezzo viene negoziato in uno specifico mercato (quello dei futures). Ciò significa che anche un produttore che vuole ottenere un prodotto di qualità superiore (vedi Cavalieri da te stesso citato come esempio di eccellenza) acquisterà il prodotto con le migliori caratteristiche tecnologiche possibili per la pastificazione…tutto ciò al miglior (ovvero il minor) prezzo possibile. Detto ciò credo sia facile intuire che il Canada (ad esempio, ma non solo) per la disponibilità di superfici coltivate ed altri fattori (tecnologia) riesce ad assicurare un prodotto eccellente per la pastificazione ad un prezzo di mercato migliore rispetto allo stesso prodotto coltivato in Italia.

    6. Avatar Alfredo ha detto:

      Curiosità: dove è specificato che Cavalieri utilizza solo semole (semole, non farine) italiane?

    7. Avatar Orval87 ha detto:

      Ho già corretto: Gentile, certe di Afeltra, Felicetti, Di Martino….Cavalieri non so.
      Resta la mia constatazione: quelli sopra citati fanno paste a livello di ECCELLENZA, richieste dai migliori chef, usando grano italiano, ergo esiste grano italiano per fare prodotti della MASSIMA qualità.
      Ciò che conta è anche il processo produttivo 😉

  2. Avatar Lino ha detto:

    Battaglia terroristica condotta da Coldiretti, producessero grano di qualità invece di pensare alle scemenze. Il grano lo abbiamo sempre importato dalla notte dei tempi (vi dice qualcosa Russia granaio d’Europa?).
    Poi di grazia la Mostarda di Cremona si chiama così perché utilizzano fichi e ciliegie cremonesi? O si chiama così a prescindere dalla provenienza del prodotto trasformato?
    Stesso vale per la pasta: è la lavorazione (fatta con il miglior prodotto possibilmente) che la qualifica e non l’origine del grano, è evidente.

    1. Avatar alex ha detto:

      Non concordo. E in ogni modo nell’ articolo manca l informazione principale e cioe che il grano in canada da dove importiamo la maggior parte delle farine non e portato a maturazione dal sole ma viene irrorarto con pesticidi come il glifosato per portarlo a maturazione e farlo essiccare. Queste farine vengono poi mescolate con le nostre portanto i livelli ai limiti di legge. Quindi la questione non e su chi fa il grano migliore ma su quello che si vuol mangiare. Saluti e baci. (è semplice informarsi)

  3. Avatar Paolo ha detto:

    Che tristezza leggere di queste campagne di comunicazione bene orchestrate, eppure così ampiamente riprese, come la scoperta dell’acqua calda nel rubinetto di sinistra sul lavello.
    Dopo ‘solo’ un circa cinque secoli di storia, impariamo che la pasta di grano duro vien prodotta con grani importati… Oibò, se non ci fosse Coldiretti a dircelo, decenni di sussidiario inutili!
    Aspetto con fiducia anche la sacrosanta scomunica di tutto quel caffè importato, e non prodotto sul Sacro Suolo Patrio.
    Per non dire di tutti quei cibi che van per la maggiore tra noi ggente à la page: quinoa, avocado, semi dell’eterna giovinezza importati dalle piantagioni di Trantor.
    Perdonate lo sfogo, torno a grattugiare la noce moscata nel ripieno dei tortellini…

    1. Avatar Giorgio ha detto:

      Questa storia che gli italiani “do it better” proprio non mi è mai andata giù.

    2. Avatar Grammarnazi ha detto:

      Già… come se in italia producessimo il meglio. Effettivamente, solo noi abbiamo le mozzarelle blu, il Brunello falsificato (e saggiamente rifiutato dagli “ignoranti” americani, mentre noi piangevamo sulla loro incapacità di capire il buon vino…), la chianina fatta – non si sa come – con vacche francesi…

      aaah, quando c’era lvi…

    3. Cinzia Alfè Cinzia Alfè ha detto:

      Ahaha! :-)) Ciao Paolo, e grazie del commento.

    4. Avatar Orval87 ha detto:

      Grammarnazi, per precisione le mozzarelle blu provenivano dai verdi pascoli della Baviera

    5. Avatar Gianlù63 ha detto:

      @Casomai la “Fiorentina” fatta con vacche francesi.

  4. Avatar Giorgio ha detto:

    Grazie a Dio è straniero, di molto superiore ai nostri grani.

    1. Avatar Orval87 ha detto:

      Che ci siano grani ottimo anche altrove è certo, ma come mi spieghi quelle eccellenze italiane, tipo certi a Gragnano, che fanno alcune delle migliori paste al mondo usando solo grano italiano? 😉

    2. Avatar Alfredo ha detto:

      Orval, altre sciocchezza: nel disciplinare della pasta di gragnano non è assolutamente specificato l’uso di grano italiano. Infatto non viene usato se non in miscela con grano esteri.

    3. Avatar Orval87 ha detto:

      Alfredo stai parlando senza sapere: il disciplinare non OBBLIGA a usare grano italiano, ma i produttori di punta del consorzio (Gentile, Pastificio dei Campi, Di Martino) utilizzano solo grano italiano.
      L’ho anche chiesto personalmente al sig. Zampino (Gentile) quando sono passato da loro, il quale mi ha confermato.

    4. Avatar Alfredo ha detto:

      Eh già, parlo senza sapere.
      Ma d’altra parte sei tu quello che farneticava di quattro raccolti di grano all’anno, cosa vuoi che ne sappia io che ero rimasto ad uno.
      La maggior parte dei grani italiani non arriva assolutamente al 13% di proteine, probabilmente il minimo per ottenere una pasta di buona qualità (insieme ad altri fattori eh, per carità) a prescindere dal metodo di lavorazione. Vabbè, ma io che ne so di Pavan, Buhler e Braibanti, della differenza di essicazione statica e dinamica e di temperature di incartamento, qua stiamo a discutere di Cirillo. Non sia mai che si faccia pure una stima delle produzioni giornaliere per vedere che con il grano italiano non si arriva nemmeno a fine gennaio! Giammai!
      E la terra è piatta e c’è quella strana palla di fuoco in cielo.

      Ah, poi mi dovete spiegare perchè in molti pastifici di Gragnano ci sono splendide immagini di 400/500 anni fa di esotiche navi che scaricano grano da chissà dove. Ma che ne so io, mica ci so stato eh.

      Cordialità

    5. Avatar Orval87 ha detto:

      Guarda alfredo, ho in mano in questo momento un pacco di SpaghettOne Gentile, e c’è scritto questo: “la semola scelta ha provenienza rigorosamente italiana e della miglior qualità”.
      Ora, o secondo i termini di legge la parola “rigorosamente” ha un significato diverso da quello che conosco io, oppure tu stai affermando che il pastificio Gentile non rispetta le regole di etichetta.

    6. Avatar mm ha detto:

      Ma Alfredo che dici? Ed io che pensavo che a Gragnano la pasta la facessero rigorosamente a mano e poi la essiccassero con l’ antico metodo Cirillo se non proprio sfruttando le uniche brezze dei monti Lattari…il tutto con grano italiano ovviamente meglio se a km 0 altrimenti i chicchi poi si stressano…. ?

    7. Avatar Orval87 ha detto:

      mm, puoi fare ironia, ma il metodo Cirillo non significa lasciarle al vento, ma significa rispettare certe temperature e certe tempistiche. E al giorno d’oggi viene fatto con strumenti moderni, ma la sostanza non cambia.

    8. Avatar Alfredo ha detto:

      Ah beh, ma allora si! Orval scusa, ma sono proprio uno sprovveduto. Non sarà mica perchè pastifici come Gentile producono in un mese quello che altri pastifici producono in due giorni (come qualcuno ha già detto in un altro post)? No eh?
      Certo che esiste grano italiano per fare eccellenza, ma ne è poco, troppo poco.
      Poi tutta sta polemica solo sulla pasta e sul grano mica l’ho capita: cioccolata made in italy con nocciole che vengono da chissà dove e bresaola made in italy fatta con bestie di oltre oceano vanno bene a tutti mi pare. Tanto pe fà due chiacchiere eh. Boh.

    9. Avatar Orval87 ha detto:

      Lo so anche io che non ce n’è a sufficienza Alfredo, ma nell’articolo si era generalizzato dicendo che “il grano italiano non va bene per fare pasta di eccellenza, ma va tagliato con grani stranieri”, quindi io avevo puntualizzato dicendo che non è vero, ma solo in parte, perchè c’è chi fa eccellenza solo con eccellente grano italiano (chiaro, una minoranza).
      Sulla bresaola lasciamo perdere, ho smesso di comprarla, solo se mi capita di passare in Valtellina da qualche macellaio locale che ha bresaola fatta con animali locali, ma è da un pò che non ci passo.

  5. Avatar Raffaele ha detto:

    Sta di fatto che ultimamente alcune note marche di pasta una volta cotte hanno un sapore di “camomilla” dicono che sia per il grano di bassa qualità.

    1. Avatar Orval87 ha detto:

      I pastai seri, quelli che essiccano la pasta ancora col Metodo Cirillo, anche in 48 o 72 ore a temperature basse (38/40 gradi), non possono mascherare grani di scarsa qualità.
      Tutti quelli che invece essiccano ormai in un paio d’ore a temperature altissime, anche oltre 100 gradi, quelli possono riuscire a mascherare anche grani pessimi.
      Certo, un palato decente poi se ne accorge una volta che mastica.

  6. Avatar aliv ha detto:

    Ricordo che l’uso di sostanze chimiche durante la coltivazione è diverso da paese a paese; il problema non è solo quello che non sappiamo cosa sia permesso nel paese di provenienza (se non lo conosciamo…) ma anche che la nostra legislazione impedisce di produrre grano di forza ottenibile grazie ai coadiuvanti chimici permessi altrove, e questo, pur se opinabile, è un limite per i ns produttori

    1. Avatar Orval87 ha detto:

      aridaje con questa farina di forza: come fanno Gentile, Afeltra, Di martino, Felicetti, ecc. a fare alcune delle MIGLIORI paste al mondo, apprezzate dai migliori chef, usando solo grano italiano, che a sentire molti qui dentro sembrerebbe essere il peggiore?
      Come mai altri che usano il “migliore” grano straniero fanno paste inferiori? Evidentemente conta molto COME viene prodotta ed essiccata la pasta 😉

    2. Avatar Msimone ha detto:

      Il problema é la quantità di semola adatta prodotta in Italia non sufficiente per permettere ai grandi produttori di dare una pasta al 100% italiana. I piccoli produttori producono in un anno quello che Barilla produce in un ora sono paragoni che non hanno senso. Che interesse avrebbero ad importare grano estero se fosse presente in Italia? Barilla produce con trafile in teflon ad alta velocità forse ha problematiche tecniche diverse dai piccoli produttori con trafile in bronzo che vendono la pasta a 6 euro al kg. Benedeto Cavalieri, Gentile e tutti gli altri produttori artigianali contano a livello di fatturato lo 0, della produzione nazionale forse per loro la manciata di grano in italia si trova. Ho comprato delle paste artigianali fatte con grani antichi che avrei potuto dare tranquillamente al cane per come si sfaldano in cottura. Povero cane.

    3. Avatar Orval87 ha detto:

      Non so che paste artigianali fossero, ma su Gentile finora non posso dire nulla, come su Afeltra, non ho trovato nulla di minimamente paragonabile alla loro qualità tra i prodotti al di sotto dei 3,50/4 euro al chilo venduti nei supermercati.

  7. Avatar Giuseppe ha detto:

    Il nostro grano lo usano per tagliare quel grano importato, e se cosi non fosse conterrebbe livelli troppo alti di don, aflatossine(informatevi se non sapete) , per non parlare di residui di glifosate(viene irrorato sul grano qualche giorno prima della raccolta)

    1. Avatar Lino ha detto:

      … e poi per completare l’opera ci fan fare su la pipì ai cani, così per sicurezza, casomai fosse ancora edibile.

  8. Avatar angelacarter ha detto:

    Ma cambia qualcosa che la pasta di grano duro sia integrale o meno, per quanto riguarda la provenienza? Il test è sulla pasta raffinata, mi sembra… Magari sono due fonti di grano diverse…
    Se volessi indagare solo in base alle proprietà nutrizionali indicate (proteine ecc…) la forza del grano per capire la sua provenienza, è possibile?
    Perchè, allora, ho sempre avuto c… riguardo alla provenienza, visto che compro proprio la Rummo, ma esclusivamente integrale. Alla confezione che indica tutto grano italiano, però, non ci ho mai veramente creduto. Ma forse… Se davvero fa parte del 23% anche la mia, va bene…

  9. Avatar Francesco ha detto:

    Ennesimo dazio pagato alla Coldiretti, ed ennesima campagna demagogica. Alcuni motivi:
    il grano italinao non è il migliore del mondo, come sa chiuque lavori nel settore. Già è poco, e di quel poco solo una parte è di alta qualità
    da sempre le sempole si mescolano, ed è la lavorazione a fare la differenza
    infine, il decreto, come qull’altro scandaloso per il latte e formaggi, vale solo per le confezioni commercializzate in Italia, per Ue e EXTRA UE si usa l’etichetta attualmente in vigore. Risulatao il made in italy all’estero non cambia di una virgola ma in italia si riecse a complicxare la vita delle imprese sempre e comunque. Non compro pasta Brailla, ma qui ha ragione e se magari la smetteet di afre grancassa alla coldiretti ci guadagnate. grazie

  10. Avatar Gio2710 ha detto:

    A me consumatore attento a comprare il prodotto italiano ogni volta che è possibile, la provenienza del grano in etichetta farebbe solo piacere.

    1. Avatar Orval87 ha detto:

      Per il momento puoi accontentarti della lista fatta da “Il Fatto Alimentare”, la quale racchiude tutti quelli che usano grano italiano.

    2. Avatar Grammarnazi ha detto:

      gio2710, perché questa fissa per il prodotto italiano? Per campanilismo o perché credi che siano superiori in termini qualitativi?

    3. Avatar Gio2710 ha detto:

      Nessun campanilismo nè presunzione di superiorità (ma neanche deliri di inferiorità e autorazzismi), ma semplicemente perchè preferisco far rimanere nel mio territorio/stato il denaro che spendo, seguendo la teoria che se compro dal mio vicino, lui avrà i soldi per comprare da me.