Scegliamo il cibo per il packaging, anche se non arriviamo alla fine del mese

Una recente ricerca segnala come l'attenzione al packaging sostenibile interessi una grande fetta di italiani, ma c'è ancora tanta strada da fare.

Scegliamo il cibo per il packaging, anche se non arriviamo alla fine del mese

Secondo una recente indagine, quasi 8 italiani su 10 dichiarano di considerare la sostenibilità del packaging prima di acquistare un prodotto. Il dato arriva da “Stili di vita in trasformazione: gli italiani tra cibo, packaging e sostenibilità”, ricerca condotta da Ipsos Doxa per Comieco e presentata a Parma durante la Paper Week 2026. Ma dietro questa crescente attenzione dichiarata si nasconde un rapporto più contraddittorio tra consumatori, imballaggi e sostenibilità.

La ricerca mostra che il packaging è diventato un fattore sempre più rilevante nelle scelte di acquisto: circa il 77% degli italiani è influenzato dalla sostenibilità dell’imballaggio, il 75% dalla sua praticità e il 72% dai materiali utilizzati, con una preferenza per carta e cartone perché percepiti come più ecologici. Allo stesso tempo, questa sensibilità convive con abitudini di consumo che rendono il packaging sempre più fondamentale: il 63% degli italiani ricorre al take-away, il 49% al delivery e il 48% consuma cibo fuori casa, modalità che moltiplicano l’uso di imballaggi, spesso monouso.

Altro dato scioccante è quello su quanti leggono le etichette: il 96% dei consumatori dichiara di leggere le istruzioni di smaltimento, considerandole la principale fonte informativa (prima ancora delle ricerche online). Che però è anche un dato un po’ paracula, visto che l’88% ammette di commettere errori nella raccolta differenziata. Insomma: leggiamo tutti, ma applichiamo meno e male.

Ma il packaging è davvero così virtuoso?

packaging verdura

Il rischio è che la sostenibilità resti, almeno in parte, una questione di percezione. Non è difficile imbattersi in confezioni che combinano materiali diversi o in imballaggi apparentemente “green” ma difficili da smaltire correttamente. È il caso, per esempio, delle confezioni ibride del supermercato: vaschette di cartone avvolte nel cellophane per vendere pochi kiwi, o prodotti già sbucciati e tagliati che moltiplicano gli strati di imballaggio.

Questi comportamenti convivono con l’aumento dei prezzi alimentari registrato negli ultimi anni, dalla pandemia alle recenti crisi internazionali. Un quadro che, a prima vista, appare incoerente, ma che riflette dinamiche più complesse: il consumo di fast food, per esempio, è diffuso soprattutto tra le fasce di popolazione a minore capacità di spesa.

Inoltre, questi dati vanno messi in relazione con il fatto che il 98% della popolazione dichiara di preparare la maggior parte dei pasti in casa. Il consumo fuori casa è quindi rilevante, ma non dominante. Perché, allora, il packaging è diventato così centrale nel dibattito?

La risposta è prima di tutto economica. L’industria alimentare e delle bevande rappresenta circa il 15,5% del fatturato della manifattura europea ed è il settore più importante del continente. In Italia utilizza circa due terzi degli imballaggi prodotti. Secondo i dati presentati al Senato nel gennaio 2026 da Giflex, l’associazione che unisce i produttori di imballaggi in Italia, il settore del packaging vale circa 38 miliardi di euro, con una crescita prevista intorno all’1% annuo fino al 2028.

Non sorprende quindi che la questione sia anche politica. La Strategia Nazionale per l’Economia Circolare — il piano con cui l’Italia punta a superare il modello “usa e getta” — individua negli imballaggi uno degli ambiti prioritari per la transizione ecologica. Si tratta infatti di un settore ad alto consumo di risorse e con ampi margini di miglioramento in termini di emissioni e riduzione dei rifiuti: nel 2024, in Italia, sono state prodotte oltre 17 milioni di tonnellate di imballaggi (dati Giflex).

In questo contesto, il packaging diventa un terreno di tensione tra esigenze diverse: sostenibilità, praticità, costi e modelli di consumo. E se è vero che i consumatori dichiarano di farci sempre più caso, resta aperta una domanda: quanto questa attenzione è in grado di incidere davvero sulle scelte quotidiane — e quanto, invece, si ferma alla superficie delle confezioni?