Biologico e salutista non sono le due parti di un sillogismo perfetto, in altre parole non sono la stessa cosa, anche se a volte lo possono essere e altre sembra che lo siano. Il cibo biologico, va da sé, è quello preparato a partire da materia prima biologica, oppure è materia prima grezza: quello che normalmente siamo più facilmente disposti ad acquistare, perché abbiamo la percezione che sia sano e non troppo caro.
Poi c’è un’altra categoria di cibi, quelli più generalmente salutistici, dentro cui esiste quel sottoinsieme oggi chiamato dei cibi funzionali, cioè quelli addizionati di proteine, vitamine, eccetera. L’idea è rendere il cibo “utile”, capace di migliorare le funzioni vitali e intellettive, e questi prodotti hanno un mercato globale enorme (le previsioni parlano di 600 miliardi entro il 2030). Ed è proprio qui che il meccanismo si complica: sono prodotti già percepiti come salubri, già piuttosto costosi, e in cui la materia prima biologica finisce spesso per essere considerata un di più, un ulteriore sovrapprezzo che i consumatori tendono a ritenere superfluo.
È il mercato, bellezza. Quello che ci porta a credere che mangiare uno yogurt addizionato di proteine possa migliorare sensibilmente la nostra vita [ricordiamo tutti insieme che l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nelle sue linee guida per la prevenzione delle malattie, consiglia di non superare il 10-15% delle proteine sull’apporto calorico totale].
Simona Fiorentini, manager dell’area export e marketing di Fiorentini Alimentari, che tutti conoscono per le gallette e per il burro di arachidi, mi raccontava al telefono — mentre parlavamo di consistenza degli estrusi — che la loro produzione è quasi tutta biologica, salvo una parte destinata soprattutto ad alcuni mercati esteri, come Spagna e Inghilterra. In questi Paesi si è disposti ad acquistare un prodotto salutare, ma non a pagare un sovrapprezzo perché la materia prima sia biologica. Anche Fiorentini ha una linea funzionale “super protein”, non biologica, e formulata a partire soprattutto da farine di lenticchie o di ceci; è stata immessa sul mercato quattro anni fa e sta andando molto bene.
L’impressione, però, è ancora più complessa: cibi funzionali e cibi biologici parlano a due tipologie di consumatori diverse. Da un lato ci sono quelli attenti all’ecologia, al naturale, al cibo poco trasformato; dall’altro ci sono gli approcci più marcatamente salutistici, che non disdegnano l’ultra-processato se è arricchito di nutrienti ritenuti utili.
Eppure qualcosa si muove anche nel mercato del biologico internazionale

Il biologico, infatti, non è una categoria così semplice: si basa su certificazioni rilasciate da organismi privati autorizzati, con un sistema complesso e non sempre chiarissimo per chi compra. Inoltre, le linee guida per la salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità non indicano il biologico come criterio nutrizionale in sé, e infatti alcuni piccoli produttori di materia prima — anche di altissima qualità — scelgono di non certificarsi, per non destreggiarsi tra costi, burocrazia e posizionamento. Il risultato è che il biologico resta ancora un concetto un po’ sfocato, più percepito che davvero compreso.
Tuttavia, nonostante la testimonianza di Fiorentini Alimentari (e viene da pensare che non siano i soli a ragionare così), il mercato del biologico anche all’estero è in forte crescita. In Inghilterra, ad esempio, non cresceva così da vent’anni.
In generale, anche i dati di Nomisma – Rivoluzione Bio 2025 e Osservatorio SANA 2026 parlano di performance positive per le aziende italiane che esportano all’estero. In particolare, l’export di prodotti agroalimentari bio ha raggiunto nel 2024 i 3,9 miliardi di euro, con un incremento del 7% rispetto all’anno precedente. E, sempre secondo Nomisma, circa un terzo delle aziende italiane del food & beverage che oggi non esporta bio prevede di farlo nei prossimi 2-3 anni.
Eppure, vista la stagione di rincari globali che stiamo attraversando, è facile immaginare che non assisteremo a una vera convergenza tra cibo funzionale e biologico. I due settori continueranno probabilmente a giocare in campionati diversi — magari osservandosi da lontano, ma senza davvero incontrarsi.