di Caterina Vianello 20 Settembre 2020
Ai 4 feri storti, Venezia

Attorcigliato nel sestiere di San Polo, a Venezia, il percorso di avvicinamento alla trattoria meta di questa recensione, Ai 4 feri storti, è disseminato di tracce che sono come le briciole di pane delle fiabe dei fratelli Grimm o di Perrault.

Da una parte infatti, per chi arriva da Campo San Polo – uno dei più ampi e noti di Venezia – abbiamo Calle Luganegher, che costeggia un piccolo canale e che ci ricorda dell’antica arte dei salsicciai, lardaroli, pizzicagnoli, salumieri, e più in generale tutti coloro che confezionavano e vendevano carni suine. Dall’altra parte, per chi arrivi da sant’Aponal, ecco Calle de le Becarie o Panateria che porta invece le tracce dei beccai (i macellai) prima e dei fornai poi. Insomma, qui c’è memoria di storia mangereccia. A rendere il tutto più suggestivo ci si mette anche la posizione, che spiega quello “storti” nel nome: la trattoria infatti si trova ai piedi di un ponte storto, per l’appunto, che a Venezia indica quel tipo particolare di ponte obliquo rispetto all’asse dell’acqua, nato dalla necessità di collegare due calli che si affacciano sullo stesso canale e che sono opposte ma non esattamente allineate.

 

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Se dovessimo quindi basarci sul fiuto, tra toponomastica e un’insegna accattivante, le premesse sarebbero incoraggianti. Ma il volto turistico di Venezia è sempre dietro l’angolo, perciò ci manteniamo prudenti, ci accomodiamo e nonostante un tavolo più in là ci sia un gruppetto di veneziani autoctoni (sì, ce ne sono ancora e alcuni di loro vanno pure a mangiare in trattoria), noi restiamo guardinghi perché alla nostra destra e alle nostre spalle ci sono un paio di tavoli di turisti. Che, come scopriremo nel corso della serata, gradiranno a tal punto il “ typical venetian food in a typical venetian trattoria” da succhiarsi rumorosamente le dita recanti tracce di cozze e baccalà.

Ambiente e servizio

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Dobbiamo dare ragione ai turisti citati poco fa: arrivando dal ponte storto e trovandosela ai piedi, con i tavolini minuscoli lungo la piccola fondamenta, il piccolo canale e un’insegna che rivela un carattere deciso e accogliente, “Ai 4 feri storti” strappa un sorriso. Chi capita qui per caso, complice un contesto quasi cinematografico, sente di aver trovato un posto autentico e tradizionale. I più cinici e sgamati probabilmente penseranno che forse questa volta riescono a evitare la fregatura. I veneziani, semplicemente, vengono qui perché si sta bene.

Gli “storti” infatti sono la seconda sede della storica osteria “Ai 4 feri” in Calle San Barnaba a Dorsoduro. Il locale è aperto da gennaio 2020 e la scelta di recensire questo anziché la casa madre è legata al fatto che tra pochi mesi il locale principale chiuderà.

L’ambiente, seppur apertura recente che non consente di lasciar trasparire tracce di un vissuto storico, è tutto sommato accogliente: lo spazio esterno dotato di un’illuminazione piacevole, i tavolini con le candele, una botte ad uno degli ingressi e i tocchi di rosso che ricorrono su sedie e insegna, invogliano ad accomodarsi. Nella sala interna, più fredda, arrivano in soccorso bottiglie alle pareti, quadri, credenze di legno, lampade, oggetti in rame, ferri da gondola (appunto) e un bancone con cicchetti, che affianca l’offerta gastronomica principale.

Suggestivo anche il secondo ingresso, che vede dominare ancora il rosso, tra insegna, porta e una pittoresca maniglia a forma di ponte.

Il servizio è cortese, paziente e con uno scambio con i clienti veneziani che sa di condivisione e commento sulla quotidianità. Alle richieste di chiarimenti la risposta è precisa e laddove si è incerti si ricorre all’aiuto della cucina. La carta dei vini, senza pretese, affianca proposte regionali a scelte fuori regione.

I piatti

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Il menu – una lavagna extralarge, che aggira in modo intelligente le norme anti Covid e che viene spostata tra i tavoli alla bisogna – è una dichiarazione programmatica: il fatto che il numero dei piatti, per tipologia, si possa contare sulle dita di una mano significa che la cucina lavora con quello che offre il mercato, schiettamente. Il fatto insomma che ci siano 6 antipasti (7-15 euro), 6 primi (10-19 euro), 4 secondi (17-20 euro), in una città in cui l’offerta media presuppone decine di scelte tra carne, pesce, vegetariano, in cui si è costretti a sfogliare pagine e pagine, scorrendo tra piatti che fanno il giro dell’Italia intera, trovare tutto in un’unica carta è perfino disarmante. Il pesce domina la scena: complessivamente il legame con la tradizione rimane sottotraccia e traspare piuttosto la volontà di proporre un’offerta semplice, accessibile (nell’esecuzione e all’assaggio), onesta.

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Tra i primi, la scelta cade sui bigoli con piovra, mentre tra i secondi sulla frittura mista. Un piatto unico (la porzione è prevista per minimo due) e una pinza inducono all’effetto “Maccarone, m’hai provocato e io ti distruggo” per i bigoli: condimento corretto come quantità e sapore, senza sgradevoli eccessi d’unto. Forse penalizzante l’eccessivo sminuzzamento della piovra, che tagliata in pezzi più grandi avrebbe conferito maggiore carattere al piatto, che rimane tuttavia di buona esecuzione.

La scelta della frittura equivale al professore che mette alla prova lo studente sull’argomento più difficile del programma immaginando che sarà impreparato. Solo che qui lo studente ha svolto i suoi compiti. Anni passati a collezionare fritture troppo unte, fredde, salate, mollicce, surgelate e frutto di interpretazioni tutte personali dell’aggettivo misto che le ha trasformate in variazioni su due ingredienti (di cui uno, l’immancabile anello di calamaro), hanno portato ad essere prevenuti. Questo è uno dei rari casi felici in cui ogni cosa è al suo posto: la frittura è ben eseguita e finalmente il misto è rispettato: schie (piccoli gamberetti di laguna), gamberi, cappesante, baccalà, sarde, folpetti, sogliola, triglia, oltre a verdure (dal taglio irregolare se ne nota la freschezza e non la provenienza surgelata) e polenta a cubetti. Un legame con la tradizione dello scartosso misto (cartoccio misto) tipico lagunare.

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I dolci sono fatti in casa: la scelta cade su una crema di meringata con frutta, servita a bicchiere e spolverata di cacao: buona la consistenza e controllata la dolcezza. Poco convincente l’utilizzo di banana e melone: una scelta di frutti di bosco o frutta più acida avrebbe contribuito a bilanciare la crema e a chiudere, con freschezza per il palato, il pasto. Da premiare in ogni caso l’artigianalità dei dolci, davvero non scontata.

Conclusioni

Scontrino 4 feri storti

Seconda sede dello storico locale nel sestiere di Dorsoduro e quasi pronto a riceverne il testimone, la trattoria Ai 4 feri storti a San Polo è un luogo che per collocazione, servizio e cucina, rappresenta un esempio di onesta trattoria cittadina. Il numero – limitato – di piatti è segno di un’offerta che varia a seconda della disponibilità del mercato e sinonimo di freschezza delle materie prime. Di recente apertura, frequentato dai veneziani (particolare che rappresenta un indizio di affidabilità) ha le caratteristiche per diventare nel giro di pochi mesi un riferimento sicuro in città.

Informazioni

Indirizzo: Calle del Ponte Storto, San Polo 1278

Sito web: pagina Facebook

Orari di apertura: lunedì chiuso; dal martedì al sabato 9-15; 18-22.30; domenica 12-17

Tipo di cucina: prevalentemente di pesce, con qualche piatto tradizionale

Ambiente: semplice

Voto: 3.5/5