di Nunzia Clemente 29 Settembre 2020
Spiedo d'oro Napoli

Ciao ciao a tavole calde, mense, trattorie, piccole gastronomie che erano dati come investimenti sicuri nei pressi di uffici, università, ospedali, insomma: punti di aggregazione, mangiatoie dove riversarsi e consumare un pasto caldo che rinfrancasse della mattinata appena trascorsa, senza preoccuparsi eccessivamente di come affrontare il pomeriggio: un esempio lodevole tra questi è sicuramente la trattoria Spiedo d’Oro, nel quartiere Pignasecca di Napoli, che ho visitato per i lettori di Dissapore (i napoletani sanno sicuramente di cosa andiamo a parlare) con buona pace del telelavoro e del Covid-19, che le tavole calde le vuole proprio smantellare.

Napoli ha conosciuto molto tardi la filosofia della pausa pranzo salutista, fatta di bowl, insalatine, poke: siamo un popolo pendolare (basti pensare all’affluenza dalla provincia alla città), dove la praticità della ‘mposta – cioè della marenna, un filoscio di pane farcito con sottoli, salumi, formaggi, non parco e dal peso specifico che va dai 300 grammi al mezzo chilo – ha avuto alla lunga il sopravvento. E poi, la pizza a pranzo: solenne anticipo di pisolino pomeridiano, a lungo è stato anche un pranzo economico, prima dell’avvento della rivoluzione pizzesca che, per quanto riguarda i prezzi, ha avvolto anche la città di Napoli. Trattoria Lo Spiedo d’oro, come si suol dire, tiene botta anche al Covid ed al cambio di abitudini alimentari; mai si dica che a Dissapore siamo dei parvenu, quindi sono andata personalmente a testare questo posto storico della gastronomia spicciola ed essenziale partenopea.

Il posto

Trattoria-spiedo-doro-ingresso

Siamo in Via Pasquale Scura, al numero 52. Anche Matilde Serao, ne Il ventre di Napoli, parlava del mercato della Pignasecca – della quale questa strada rappresena un limite ideologico quasi – che ostruiva continuamente il passaggio; descriveva questo famoso venditore di “melloni” e io ricordo ancora – memore dei miei cinque anni passati a Napoli – il fruttaiuolo che vendeva le ciliegie di Chiaiano, cioè quelle di varietà Recca.

Se per caso avete voglia di gironzolare per questo centro commerciale naturale, sappiate di essere in uno dei punti più antichi di Napoli, più densamente abitati e meglio collegati: c’è la metropolitana di Montesanto, una linea della funicolare (ricordiamo che a Napoli si scende e si sale) ed il capolinea della Cumana (la linea di metro che porta verso i Campi Flegrei), che è una bellissima stazione purtroppo deturpata; riprende però in tutto e per tutto le stazioni parigine della fine dell’Ottocento.

Spiedo d’oro ha nel nome quella che probabilmente fu una storia gloriosa. Il macchinario per il girarrosto – che troneggia su un lato, a mo’ di presepe, con la sola funzione di essere un banchetto per la cassa – la dice lunga della vocazione originaria del posto. Non conosco granché della storia, ma pare sia un esercizio attivo fin dagli anni Settanta, molto radicato sul territorio. Prima della pandemia ogni venerdì c’erano degli aperitivi a tema “cucina del mondo”: ricordo dei mirabili pasteis de nata, qualche anno fa.

Il menu, i prezzi

trattoria lo spiedo d'oro menu

Date le norme anti Covid – rispettate in maniera scrupolosa, dal distanziamento, all’attesa, passando per la misurazione temperatura e mascherina indossata correttamente – si aspetta fuori che la persona preposta vi dica se c’è posto, vi indichi il menu (apposto su un tabellone, aggiornato quotidianamente) e poi vi faccia scegliere dal banco ciò che vi sarà consegnao entro pochi minuti al tavolo.

I piatti spaziano dai 3,50 (primi piatti, con eccezioni del giorno) ai 5,00 euro (secondi piatti), con qualche incursione sui 4,00-4,50 euro (contorni, essenzialmente). Menu ridotto all’osso, essenziale anche nel prezzo: è più una tavola calda che una trattoria.

A primo impatto si ha ha un’idea generale di quello che vi sarà proposto in tavola: cucina tipica napoletana, ricca se non ricchissima di pomodoro e condimento, giusto qualche piatto “di linea” (no, mi correggo, oggi non ce ne sono tranne uno spaurito “hamburger di chianina”), una generica insalata mista, una parmigiana di settembre. Sembra tutto nella norma della “classica” trattoria napoletana, una volta datomi il permesso entro dentro a vedere cosa mi aspetta.

La carta dei vini è una lavagnetta appoggiata sul bancone. Una decina di referenze in tutto, indicate tramite la tipologia, le cantine sono assenti. Noto però che ci sono le bottiglie in esposizione dietro: gli occhi di lince potranno adocchiare le etichette, io riesco poco, anche perché ad occhio non c’è nulla di particolarmente rilevante sul settore beveraggio. La vetrina è quella di una tavola calda, ma c’è da aggiungere che d’uopo a Napoli: i piatti sono preparati ed esposti, così come in altre trattorie (almeno, prima delle norme dettate dalla pandemia di Covid-19) c’è un tavolo apposito dove il cameriere andava a rimpinguare i piatti di volta in volta.

L’ambiente è, eufemisticamente parlando, spartano. Oltre il banco al piano terra, ci sono alcuni tavoli da 1 posto, 2 posti ed un fantasioso 3 posti (con le indicazioni per la distanza fatte con scotch giallo oppure blu sul pavimento consumato), il piano superiore consta di un 20/25 posti a sedere divisi in sei o sette tavoli, debitamente divisi. Il mattonellato alle pareti è di un inspiegabile geometria e colore che a me ricorda le due Germanie, i Kraftwerk, i film horror semi-amatoriali tedeschi tipo quelli di Jörg Buttgereit dove ci sono questi arredi inspiegabilmente brutti che mi turbano, ma nel complesso tutto si incastra nell’immaginario della nostra trattoria-tavola calda.

I piatti

Una batteria di primi piatti napoletani, schietta fino all’inverosimile, ingolosisce gli amanti di pasta ed intingoli: solitamente presente una robusta genovese, il ragu di carne e cipolle tipico napoletano lasciato a sobbollire lentamente per molte ore; gli gnocchi alla sorrentina (con pomodoro e successivamente ripassati in forno con aggiunta di provola del giorno prima, provati in questa sezione, da carbocoma. Porzione abbondante per appetiti robusti, gli gnocchi non sono oltre di cottura e queste piccole palline un po’ coriacee vanno via una dopo l’altra senza troppi problemi.

Riso e cavolo verza, presente nei veraci menu napoletani di autunno ed inverno, qua sembra non deludere: sebbene pochi ne siano a conoscenza, Napoli è una città che ama particolarmente il riso, soprattutto sotto forma di sartù . Riso e verza, invece, ricorda sicuramente il passato da mangiafoglie dei napoletani, ancor prima che mangiamaccheroni.

Come secondo scelgo una polpetta dalle dimensioni pericolose; mi vengono offerte – già al banco – delle melanzane con pomodorino, una specie di melanzane a funghetto diremmo da queste parti; la polpetta è buona, una spugna di pane, carne ed aglio (tenetelo bene in mente, se avete appuntamenti di lavoro/romantici dopo, ma anche per la vostra salute, considerando le mascherine obbligatorie anche all’aperto in Campania…), leggermente secca – come dev’essere una vera polpetta povera – ma subito rinforzata dal pomodoro. Le melanzane d’accompagnamento, invece, risultano nell’insieme un po’ sciape, complice sicuramente l’oramai passato periodo clou di luglio-agosto, dove la sua maturazione è al picco massimo e le melanzane – quelle lunghe – accompagnano i pasti dei campani a 360°. Il cestino del pane – basic, senza fronzoli – aiuta decisamente a pulire il piatto dal sugo rimasto. La scarpetta è religione, nonché necessità.

Siccome non voglio dire mai ma proprio mai addio agli ortaggi ed alle verdure estive, ordino anche un pignatiello (ndr, un tegamino in terracotta o similari, usato per cuocere oppure ripassare in forno) di parmigiana di melanzane. Qui, le melanzane riescono meglio che come contorno: la “pacchetella” è tagliata sottile, fritta e bisunta (non “indorate e fritte” quindi, senza uovo né panatura), solito pomodoro abbondante e latticino parsimoniose.. Nel complesso, il miglior piatto del pranzo – da assurgere al rango di piatto unico, senza se e senza ma.

L’opinione

Lo scontrino conta tre piatti provati e una Coca Cola che mi perdonerete: il conto è decisamente basso, 13,50 euro per un pranzo. Certo è che Lo Spiedo d’oro trattoria è più una tavola calda – per impostazione ed offerta – ma ha una innegabile ospitalità da trattoria che lo rende un posto affidabile, da sfruttare se si è “stazionari” in Pignasecca per lavoro o per studio, oppure se si è un turista di passaggio che non vuole la solita immancabile pizza napoletana.

La qualità degli ingredienti è buona, l’adiacente mercato della Pignasecca provvede fa il suo lavoro in questo senso – la maestranza in cucina è quella tipicamente napoletana, di buona fattura, veloce ed affidabile: le porzioni molto abbondanti – per gli amanti delle quantità – così come la presenza imperante del pomodoro nelle sue varie preparazioni, giuste quantità e ricette di carne. Il servizio è celere, veloce ed efficiente, le norme anti-Covid sembrano rispettate a dovere. Nel complesso, la Trattoria Lo Spiedo è da consigliare per un pranzo veloce, sicuro e familiare.

Informazioni

Trattoria Lo Spiedo D’oro

Indirizzo: Via Pasquale Scura, 52, Napoli
Orari: lun-sab 11.00-16.00; domenica chiuso.
Cucina: cucina tipica napoletana
Ambiente: un po’ tavola calda, un po’ trattoria
Servizio: efficiente e velocissimo

Voto: 3/5