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Delle effimere certezze: il kilometro 0

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Uno degli slogan di maggior successo dell’ultimo decennio è “chilometro zero”. Allude ai vantaggi etici, qualitativi e di risparmio energetico che deriverebbero dall’acquisto di prodotti alimentari locali, magari direttamente dal produttore anziché in un centro commerciale. Diversi studi hanno però dimostrato che si consuma più anidride carbonica con tanti brevi passaggi per acquistare in altrettante micro-aziende, che con quell’unico spostamento necessario a rifornirsi in un centro commerciale.

Inoltre, in termini di risparmio energetico, è spesso più conveniente soddisfare la richiesta dei consumatori con alimenti che arrivano da lontano, addirittura da un altro continente, che produrne in loco.

Tra l’altro, gli italiani patiti del “chilometro zero” dovrebbero, a rigor di logica, deprecare le esportazioni e rattristarsi per i successi riscossi sul mercato internazionale dal grana padano, dall’olio d’oliva, dal prosecco. E, in quanto seguaci della virtuosa filosofia di consumo, quando gli vengono offerti prodotti “equi e solidali”, magari legumi coltivati da svantaggiate popolazioni africane, dovrebbero rifiutarli.

Ci sono poi fondamentali ragioni storiche che dimostrano quanto sia balzano l’assunto del “chilometro zero”. Cosa diventerebbe la nostra alimentazione quotidiana se non ci nutrissimo di pomodori, patate, ananas, banane, mais, zucchero, arachidi… cioè di quello che Tom Standage, in Una storia commestibile dell’umanità definisce “calderone globale dei cibi”? Nel libro si parla dello “scambio colombiano” (ebbe inizio con Cristoforo Colombo), cioè del proficuo incrocio di conoscenze, ruberie, tecniche e colture avvenuto tra Vecchio e Nuovo Mondo.

Grazie a questo scambio alcuni prodotti sono diventati decisivi per l’alimentazione di paesi lontanissimi da quelli d’origine, limitando la mortalità da fame e carestie. Fondamentali, due prodotti originari del Centroamerica (le patate per l’Europa del nord e il mais per quella del sud), che contribuirono al raddoppio della popolazione tra il 1650 e il 1850.

Nel suo celebre saggio economico-demografico del 1798, Malthus ha scritto: “Il potere della popolazione è infinitamente maggiore del potere che ha la terra di produrre sussistenza per l’uomo”. Sazia di patate, la popolazione era talmente aumentata che egli prevedeva un futuro di miseria, dato che non ci sarebbe stato lavoro per tutti. Il raggiungimento dei limiti biologici ed economici della crescita demografica era stato causato dal nuovo alimento arrivato da oltreoceano.

Oggi possiamo dire che, se ci fosse stato un “chilometro zero” contro mais e patate, il mondo sarebbe meno affollato, e forse noi non saremmo qui a raccontarlo.

[Crediti | Dalla rubrica "Cibo e Oltre" di Camilla Baresani su Sette, inserto del Corriere della Sera. Immagine: Happyolks]

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54 commenti a Delle effimere certezze: il kilometro 0

    • km0 = dieta poco varia… ma per piacere!
      confondere il concetto di km0 con questi preconcetti e semplificazioni, come in effetti fa tutto l’articolo, è veramente ridicolo. Non perché sia ridicolo criticare il concetto di km0 (per carità, è fondamentale che ogniuno abbia e possa difendere la propria opinione) ma questi giudizi così superficiali a me un pò infastidiscono.

      • Beh, sicuramente il km 0 è meno vario… Basta vedere la dieta della gente del po’, come raccontata da olmi, o del sud come racconta silone… O le diete dei paesi dell’america del sud… Se si cerca di storicizzare… Se invece il km 0 riguarda anche i kiwi dell’agro pontino o il jalapenos abruzzese… Mi taccio ;)
        Ciao A

        • Non ci siamo, decisamente.
          Chi pensa che il km0 sia una religione e “non mangerai alcunché al di fuori del km0″ sono decisamente poche persone. Per lo meno quelli che conosco io (e ti assicuro frequento ambienti anche abbastaza rigidi su questi argomenti).
          Chi pensa che il km0 faccia parte di una serie di pratiche che rendono la qualità della nostra vita e del nostro ambiente migliore, ti assicuro sono molti, moltissimi. Km0 non è un ritorno al Buon Selvaggio, ma una valorizzazione del territorio e di quello che si ha senza dover far girare le merci in giro per il mondo quando ce ne sono di eguali e migliori a pochi km (magari costano un pò di più…). L’evoluzione dell’agricoltura poi ha permesso ormai di avere a km0 ben più merci di qulle che c’erano 50 o100 anni fà.
          Per cui se non capiamo che km0 è una pratica (e non l’unica pratica) tra le molte e che non significa che si spera di tornare a all’età della pietra… beh allora l’articolista ha ragione.

          • Per me il territorio è una cosa serissima, talmente seria che non auspico il produrre dovunque. Ad uno chardonnay siciliano preferirò sempre uno borgognotta, ad un arancio dell’agro pontino uno siciliano, ad un pomodoro di serra padana uno di Francavilla al mare e così via… Le merci girano e viaggiano in un mondo sempre più globale, provate una banana in Brasile e pensate a quelle mangiate qui poi mi direte… Altroché… Poi ci sarebbe da ragionare su altro, vi chiedete da dove arrivi il grano della pasta Made in Italy? Oppure le olive di tanto olio marchiato toscano o umbro? Filiera certa è la sola strada…

            • Quindi noi dovremmo rinunciare a mangiare banane? Che a me non piacciono comunque. E anche gli ananas, quelli si li ho assaggiati freschi di taglio in Africa, dovrebbero essere banditi dalle nostre tavole. Ma perchè poi? Se poi si parla di grano, quello usato per la pasta italiana esportata in tutto il mondo, ci vorrebbero 5 o 6 Itale per produrlo tutto. E l’olio toscano? La produzione delle zone votate all’olivicultura in Toscana non basterebbe neanche a coprire il consumo dei fiorentini, ammesso che i fiorentini potessero permettersi di pagarlo per quello che costa. Quindi è chiaro che negli scaffali della GDA trovate un sacco di bugie imbottigliate.
              Io non credo che il mondo potrà mai tornare indietro, con buona pace dei sognatori, a meno di un olocausto nucleare che riporterebbe indietro la civiltà di qualche secolo. Lasciando pochi abitanti e solo poche zone del globo ancora abitabili. Allora si, torneremmo non al km. ma al decametro 0, con ognuno che si coltiva con fatica pochi metri quadri di terra per la sopravvivenza.
              Ma fino ad allora, lasciateci la libertà di mangiare, e pensare, quello che ci pare e ci piace.

              • Ma quale è il punto, se il modello “km0″ possa essere la soluzione a tutti i problemi se applicato al 100% su tutto e tutti? Ovvio che no.
                Ma che senso ha porre la questione in questo modo?

    • Perfettamente d’accordo per una filiera CERTA. Il vero problema è che di certezze nel settore dell’ortofrutta ce ne sono ben poche, complice una normativa colabrodo (anche europea) che fa viaggiare l’ortofrutta prima del punto di confezionamento con una rintracciabilità ridicola. Nei centri di imballaggio arrivano continuamente casse di prodotti completamente anonime che poi difficilmente vengono etichettate con l’origine vera del prodotto… Anche perchè non essendo quasi mai indicata sui documenti di trasporto, bisognerebbe tirare ad indovinare… La maggior parte dei confezionatori (più o meno consapevolmente) ragiona così: compro il pomodoro da un grossista italiano, sull’imballaggio del pomodoro e sui documenti non c’è scritta l’origine, ergo, il pomodoro deve essere italiano. L’organismo di controllo preposto Agecontrol, si limita a verificare se sul prodotto finito è undicata UN’origine (praticamente basta che ci sia…).
      Il discorso dei km zero, è la solita solfa protezionista che a noi italiani piace tanto (vedi Coldiretti e Copagri) per cui l’erba del vicino è sempre meno verde della propria. E magari la propria erba è stata trattata abbestia con una miriade di schifezze (con relativo spreco energetico nella produzione), mentre quella del vicino è spontanea e non ha alcun impatto sull’ambiente, se non per quel minimo dovuto al trasporto.
      Ma del fatto che tutti gli acquisti vengono “regolati” dalle piattaforme della GDO, invece, non importa a nessuno? Ad esempio, le mele in vendita in Veneto, magari partono dal Veneto dove vengono coltivate, arrivano in Lombardia alla piattaforma, dove vengono redistribuito in Veneto al dettaglio. Ma chi in Veneto compra un prodotto veneto, lo compra perchè è un prodotto locale, magari pensando di contribuire all’ideale “Km zero”. Ma ne ha fatta di strada il ragazzo :-)

  1. Ciclicamente proponete questi articoli sul km0 in cui fate finta di non capire cosa sia il km0. Vorrei poi che venissero citati gli autorevoli studi citati nel secondo paragrafo.

  2. si possono avere dei riferimenti ai suddetti “studi”? oltre a questo ci sono tanti punti di questo articolo che, per usare un eufemismo, andrebbero approfonditi. ad esempio, il fatto che io, singolo, uso più anidride carbonica se vado a Km zero è fuorviante. se i prodotti km0 li vendessero al supermercato al posto di quelli importati questo non sarebbe vero. oltretutto parliamo dell’equazione energetica complessiva, ovvero quella che include stoccaggio, trasporto, etc. di questi prodotti, non solo di quella mia personale (che poi molti di noi avrebbero bisogno di fare piu’ moto ogni giorno, non meno).

    altra cosa: “i patiti del km0 bla bla bla” e l’idea che il km0 e’ contro. quelli descritti dalla baresani sono i talebani del km0, non i patiti.

    • grazie.
      ma guarda te se uno se ne sta lontano da internet per il weekend, e quando torna trova una pila di compiti da dare e documenti da leggere. ho letto il blog di bressanini, molto interessante. questo doc e’ il prossimo.

      • Schlaks, grazie ancora per il link.

        *io* il rapporto adesso l’ho letto, mi chiedo quanti altri qui abbiano fatto lo stesso. lontano dal glorificare o demonizzare i “food miles”, le conclusioni del report iniziano così:

        [...] This increase in food transport has significant negative impacts on sustainability including increased congestion, road infrastructure costs, pollution and greenhouse gas emissions, which we have estimated as giving rise to social costs of over £9 billion per year [...]

  3. Forse non è chiaro a tuttti che i post di Camilla Baresani sono scritti per Sette, l’inserto del Corriere della Sera, e per un accordo tra le parti, ripresi da Dissapore. Pertanto, se i temi sono approfonditi entro una data misura e non oltre, è per ragioni di spazio. E se mancano i link, la “colpa” è nostra. Grazie a schlaks che ha rimediato.

    • Grazie Massimo e shlaks (?) per la precisazione e l’integrazione. In effetti lo spazio degli articoli della rubrica di Sette è di 2670 battute. Meglio delle 140 di un tweet, ma poco per argomentare con l’aggiunta di link, fonti, editori dei libri citati!

      • Beh nella versione online non si senta cosi’ limitata: gli hyperlinks non costano alcuna battuta aggiuntiva, e lei potrebbe fare sfoggio delle numerose e dettagliate letture scientifiche che cosi’ palesemente sono il fondamento di questo articolo.

      • se (?) posso fare una critica, non c’e’ niente di male ad avere poco spazio, ma proprio perche’ se ne ha poco trovo rischioso dare giudizi così tranchant e definitivi.

        nel caso del Km0, per chi non e’ esperto in materia, l’articolo contiene affermazioni abbastanza contro-intuitive e leggerlo così, non supportato da dati di alcun tipo se non da generici “studi”, lasciano un po’ il tempo che trovano.

    • se ti riferivi a me, forse non è chiaro che non cercavo “colpe”, ma semplicemente dei link.

      in ogni caso qui siamo su Dissapore, non su Sette, e io commento e discuto ciò che leggo qui.

  4. Il “Columbian Exchange” non è stata una roba così proficua, almeno per gli abitandi delle Americhe, a cui ha portato schiavitù, malattie letali (la maggior parte dei nativi americani non sono stati uccisi dai colonizzatori, che numericamente erano quattro gatti, ma da vaiolo e varie) ecc. Non è la tesi di un “comunista arraggiato”, per dirla alla Camilleri, ma semplicemente il significato che in genere si dà al termine, vederne solo il lato positivo (es. “noi abbiamo avuto i pomodori, loro i cavalli”) mi sembra un po’ limitato, ecco.

  5. Conclude Bressanini:

    “La mia personale impressione è che in realtà lo slogan della spesa a km 0, nonostante abbia poco senso economico e scientifico, sia destinato a rimanere tra noi ancora per un po’, per il semplice fatto che viene utilizzato come strumento di MARKETING e di promozione commerciale. Detto brutalmente, si vuole vendere non solo un pomodoro prodotto localmente, ma anche l’idea che in questo modo state “salvando il mondo” (indipendentemente dal fatto che sia vero o meno), approfittando del fatto che su una fascia di consumatori “attenti” questi messaggi fanno presa.”

    PS.Bressanini nel suo articolo ricorda che Slow Food è stata una delle più potenti organizzazioni(di marketing)
    che ha utilizzato questa espressione.
    Pps.Questo è solo una delle effimere
    certezze, che ha annebbiato le menti dei consumatori.

  6. Per Km 0 si puo’ affermare il tutto e il contrario di tutto, io so soltanto che per la frutta e verdura mi rifornisco -- tranne il periodo invernale -- da un contadino ad un paio di km da casa mia, come sapore e qualita’ non c’e paragone con il supermercato, per esempio, la lattuga raccolta in giornata e mangiata ha un sapore e una croccantezza fantastica, quella del super, a parte che si scartano le prime 10 foglie, ha la consistenza di una gomma da masticare ed un sapore indefinito.

  7. Se dovessi alimentarmi solamente con quello che si produce dalle mia parti a km 0 (mais, sorgo e frumento, tutti destinati all’alimentazione animale o a qualche impianto di bioqualcosa) morirei di fame. E poi non sono abbastanza ricco per potermi permettere queste economie.
    P. S. 1. Il diossido di carbonio (nella nomenclatura alchemica di un secolo fa “anidride carbonica”) si produce, non si consuma, purtroppo.
    P.S. 2. Le banane vengono dalla Papuasia, poi importate in Africa e finalmente in America (grazie ai portoghesi). Quindi le banane brasiliane…

  8. Nulla di male a criticare la “filosofia” del KM 0, ma la chiusura apocalittica dell’articolo è un po forzata, patate a mais non si possono coltivare in Italia o in altri posti?

  9. Scusate, ma il mio odio naturale per l’eterna divisione italiana in due barricate e la predisposizione a farne costruire una terza al mio battaglione, mi obbliga a rompere le scatole.

    Tutto giusto quello che c’è scritto nell’articolo, quello che dite e pure l’avversione all’estremismo ambientalista del km0 a prescindere.
    Ma eviterei di fare l’estremista contrario.
    Il km0 può benissimo intendersi, e moltissimi lo intendono così, come “preferenza nazionale” (o regionale, provinciale, a seconda del caso). Ossia ad esempio: perchè esportare le arance portoghesi in spagna, quelle spagnole in italia, quelle italiane in grecia? Solo per aumentare il valore aggiunto della merce, farne salire il prezzo e contribuire alla mostruosità degli ingranaggi del Pil e del capitalismo?

    Benissimo che arrivino banane, ananas, le noci macadamia o gli anacardi dall’altra parte del mondo.
    Ma non vedo il senso di mangiare cogliere un kiwi in nuova zelanda mesi prima della maturazione, imbottirlo di maturanti ed agenti chimici, caricarlo sui trasporti e fargli fare decine di migliaia di chilometri… e assaporarne lo schifosissimo sapore così ottenuto. Lo mangio quando qui è di stagione, no?
    Se a gennaio il cetriolo non c’è, nell’insalata ci metterò il carciofo.

    Io direi:
    - filiera certa;
    - prodotti di stagione;
    - preferenza nazionale.

    Che poi non viene a nessuno il vomito vedendo tonnellate di arance, latte e via discorrendo da noi prodotti, distrutti ogni anno grazie agli illuminati accordi-quota Ue… e farne arrivare altrettanti da altre parti del mondo?

      • Indubbiamente ritengo la filiera certa più importante della corta… ma non credo sia una bestemmia pensare che le due cose possano anche andarsi incontro, no?

        Ritengo ottimale un “buona qualità/bontà/sicurezzasanitaria/impattoambientale prendendo il prodotto il più vicino possibile”. Troppo, eh? :D

    • Beh, per me il km0 ha senso principalmente per la frutta, maturata sull’albero e poi colta, e la verdura che di frigo deve vedere solo il mio, per altri cibi un po’ meno, soprattutto quelli nati per durare a lungo (penso a vini, formaggi, salumi, conserve, pesci salati e affumicati, eccetera), poi secondo me ogni paese dovrebbe esportare le proprie eccellenze o almeno quello che gli riesce meglio, non come (faceva?) l’Olanda per certi enormi pomodori arancioni insapori che si vendono (o vendevano?) anche qui; talvolta al supermercato mi è capitato di trovare migliori i kiwi della Nuova Zelanda piuttosto che kiwi italiani (e comunque i migliori kiwi che ho mai assaggiato provengono dall’orto del padre friulano di una mia collega: beh, in tutti e tre i casi non si può parlare di km0 :-)).

  10. ma se il contadino vende a 5 alla GDO che a sua volta me la vende a 10, se vado al mercatino km 0 sotto casa perchè non me la vendono a 7 invece che a 9 in modo che ci guadagniamo entrambi? (se il mercatino è all’interno di una fiera di paese poi minimo me la trovo a 12)
    ecchè lo devo sostenere tutto io il pianeta?

  11. Quanta superficialità in questo articolo e quante cose sbagliate. Mii stupisco di come si possa pubblicare un articolo così per il Corriere della Sera. Il km0 non è come il veganesimo o come il macrobiotico. Chi si rifornisce direttamente dai produttori o nei mercati a km0 non si nutre solo ed unicamente di quei prodotti e gli altri cibi che naturalmente non crescono nel nostro paese non vengono demonizzati. Si tratta solo di dire: perchè io che vivo nelle marche devo comprare un pomodoro che viene dalla sicilia, che è mandato a milano ad essere ripulito e lucidato e poi ridistribuito in tutta italia? Posso prendere il pomodoro cresciuto nelle mie campagne. Ovvio che se un prodotto da me non cresce proprio allora lo prendo da chi lo importa. Inoltre la storia delle patate o degli altri alimenti che in passato sono stati importati dall’estero messa così non ha senso. Le patate che compriamo adesso vengono solo dall’america per caso?? No, le coltiviamo anche qui in Italia. Quello è un discorso di importazione antica di colture e tipologie di vegetali, non di prodotti in se. Articoli come questo sono disinformazione gratuita.

    • i km 0 che ho presente rappresentano decine di furgoni che viaggiano per decine di km alla faccia del consumo consapevole.
      ah ma ci sono anche decine di famiglie che si spostano per decine di km con lo stesso risultato…..
      qualcuno ha fatto due conti al riguardo?
      mi sta benissimo che uno decida di andare a prendere quello che gli pare dove gli pare come gli pare ma poi evitiamo il “contorno”

  12. Siamo in Italia e fortunatamente da noi con il KM zero si mangia tanto e bene tutto l’anno. Solo i mesi di Gennaio-Marzo sono “tristi” al nord. Al sud non c’è mai problema. Da novembre 2012 su un sito http://www.lacampagnadicasatua.it serviamo le zone di Modena -- Bologna con prodotti KM zero e stiamo fortunatamente avendo un ottimo riscontro. C’è ancora tanto da fare, soprattutto dal punto di vista culturale. W il KM ZERO!

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